Gli 8 loghi dei Giochi Olimpici più belli e significativi

Per capire quant’è difficile creare un logo per i Giochi Olimpici, ecco la storia della creazione dell’ “emblem” brasiliano. Settembre 2009, il Brasile sa da qualche anno che dovrà ospitare l’edizione del 2016: viene commissionata un’agenzia di comunicazione su 139 studi di design che avevano presentato un progetto al comitato organizzativo.

Il fondatore è un tale Frederico Gelli, di origini italiane ma ormai carioca da generazioni. E la sua idea è molto chiara: vuole spiegare le sfide sportive in un logo che sia ben distinto dagli altri e sorpattutto visibile. Deve riflettere la cultura locale, poi. Ma allo stesso tempo essere universalmente capito.

L’agenzia mette al lavoro l’intero team nel processo di disegno, creando oltre 50 differenti loghi prima di arrivare al risultato finale. A Capodanno del 2016, il prodotto fu mostrato al mondo e per le strade di Rio: il luogo ideale per il disegno, che mostra persone giubilanti che scuotono le mani, con un colore che riflette l’ambiente di Rio. Il giallo è per il sole, il blu per il mare e il verde per le foreste.

In ogni caso, è la prima volta che un logo viene mostrato al mondo. Ed è un successo: tanto da mostrare cose che neanche gli stessi designers avevano pensato potessero relazionarsi con il logo. Era un’idea viva e senza controllo.

Rio 2016rio2016

E allora, dopo tutto questo successo, non poteva non esserci nella nostra classifica. E’ conosciuto come la forma del monte Sugarloaf, di origine statunitense. Ciò che si sa è che tutte le curve e gli spazi rappresentano il luogo, dalla forma del monte fino alle isole. Una scultura della città in un logo, insomma. Dove tutte le curve del paese s’intersecano tra loro, rappresentando il panorama. Rio si sentiva parte di quel disegno. In toto.

Atene 2004olimpiadi-atene

Dopo cento anni di evoluzione, i Giochi Olimpici tornano nel luogo di nascita. Atene è pazza d’amore per la storia, e anche per il logo: che è diverso ed è facile capirne la motivazione. Il ramoscello d’ulivo è di un bambino gioioso, e rappresenta la vittoria, l’umanità. Perché lo sfondo blu? Per il Mediterraneo, e per il senso d’infinito del mare.

Il logo di Atene è probabilmente tra i migliori, perché semplice ma diverso dai loghi moderni. Perché naturale ed intimo. Nessun disegno geometrico o regolare: si esalta la caratteristica naturale della città.

Barcellona 1992

Uno dei primi passi nella creazione di qualsiasi logo olimpico è la scelta, quindi la presentazione alla stampa. A Barcellona è andata esattamente così, e nel momento di scegliere disegno e mascotte, decisivo fu il valore che vollero affidare loro: quello della Catalogna libera, come espressione di affermazione e di identità. Un valore già forte nel post Guerra, che poi è arrivato ai giorni nostri ancora più forte.

Il design grafico, insomma, era l’immagine di una rivendicazione del passato avanguardista della cultura catalana.

Mosca 1980

Le aspettative erano alte per l’URSS ai Giochi Olimpici di Mosca. Ma anche le limitazioni. Tant’è: per la maggioranza della comunità sportiva, Mosca venne ritenuta idonea per ospitare le Olimpiadi. Sì, perché il CIO lasciò decidere i singoli paesi. E alla Russia, almeno, l’onere del logo. Ecco, quello sì che fu fonte di proteste.

Il colore rosso era suggestivo, ma rappresentava un compromesso forse troppo estremo: la stella del Cremlino, poi, la ciliegina sulla loro torta. Tutto stilizzato, tutto molto russo. Tutto molto comunista. Verso la conquista dell’eccellenza.

Monaco 1972

Nel 1972 la Germania era una recente nazione democratica, in attesa di riprendere il fasto dell’allora storia recente. Voleva un futuro brillante e le Olimpiadi erano un’occasione da non lasciarsi scappare. Il logo dunque sarebbe stata la discesa in campo trionfale.

La scelta? Un sole stilizzato, con i raggi leggermenti distorti da una spirale che dà sentimento all’immagine, che scuotono l’osservatore. Un cerchio che allaccia gli anelli Olimpici e li tiene stretti a sé. Metafore come se piovessero.

Tokyo 1964

C’è chi dice che il tondino fosse troppo vicino alla scritta, c’è a chi semplicemente non piacque. Chi invece prese in simpatia quest’aspetto del Giappone, mai stato così autoritario come nella realizzazione del proprio logo. Su un articolo del Times, addirittura, venne definito come “qualcosa che potrebbe essere visto sulla copertina di un registro telefonico”. Ecco, un po’ esagerato: nonostante quel grigio della figura che sembra togliergli un po’ di fantasia. 

In fondo, però, cosa c’è di male? E’ solo una bandiera, una scritta, un sogno ben costruito. Del resto, non è che ci voglia poi così poco: un intero paese in un’immagine resta tra i lavori più difficili e logoranti che si conoscano. E il Giappone, alla fine, decise di mettersi davanti a tutto. E tutti. Per una volta, sì.

Roma 1960

La romanità. Prima dell’italianità, bisognava dare l’idea della ‘Dolce Vita’ di Roma. E allora, oltre ai tre colori della bandiera nostrana che sfumano in una pista d’atletica, nel 1960 il logo divenne il simbolo della Capitale. La Lupa, l’anno scritto con i numeri romani, i costanti riferimenti ad una storia che resta il miglior bigliettino da visita della città più bella del mondo.

Quello del 2024? Ci fosse stata a candidatura, avrebbe sicuramente sorpreso. E in positivo.

Londra 2012
olimpiadi-londra

Il logo di Londra è stato tanto controverso quanto bello. La sua particolarità più interessante era la flessibilità: nel 2012 altri studi grafici avevano partecipato al bando, ma molti si limitarono a seguire i vecchi schemi rigidi, prendendo spunti da vecchi loghi (di vecchi paesi). Perché fu scelto questo? Perché stupì. Non era prettamente un’immagine sportiva, ma sintetizzava il contenuto dei Giochi. E i colori funzionavano tantissimo.

Gli anelli, su forte volere del CIO, furono posti fuori dal logo: ciò era stato fatto soltanto una volta, nel ’68 ai Giochi Olimpici in Messico. Eccola, la novità. Bastava solo guardare indietro, ma farlo per bene.

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons