Andrea Pirlo e il rispetto del calcio: il Maestro oltre ogni colore

Quel 21 portato sulle spalle con leggerezza, forse indifferenza. Quel pensiero fuori dal comune che toccava e cambiava il calcio, quel ragionamento studiato eppure istintivo. Vallo a spiegare, Andrea Pirlo. Che ha detto basta perché le gambe non girano più come prima, e gli stimoli sono finiti, massacrati dall’ennesimo problema muscolare.

È l’otto novembre del 2017, quando questo signore di 38 anni saluta un gruppo numeroso di tifosi. Sono vestiti d’azzurro, indossano la casacca del New York City, l’ultimo palcoscenico del Maestro del calcio. Uno stadio in cui piove e piovono lacrime, a trentamila chilometri da casa sua: il NY chiude con una sconfitta che li elimina dai playoff, ci riproveranno l’anno prossimo. Ma senza Andrea, che appende gli scarpini al chiodo.

SENZA ANDREA

E senza Andrea, che ha salutato l’amore di una vita quasi imbarazzato, di sicuro senza far rumore. Quasi come se non fosse stato Pirlo, quasi come se non avesse ammaliato il mondo intero. E va bene, l’amore per Totti è un’altra cosa; ok, la storia di Del Piero sa profondamente d’altro. Eppure in qualche modo dal Maestro abbiamo appreso tutti: il suo calcio trascendeva i colori, si faceva mistica filosofia. E faceva la differenza ovunque, comunque. In qualsiasi condizione.

Senza Andrea è un mondo che vien via, che lo fa con quel suo atteggiamento distaccato da tutto il resto. Come quando giocava alla Reggina e diceva ai giornalisti di non temere pressione o grandi stadi, che San Siro era un campo come un altro. Che l’impassibilità era un dono e non un difetto.

Pirlo che è stato grande, immenso anche per chi ha saputo fargli da mentore. E su tutti Guardiola, giramondo e capo dei filosofi calcistici: con Baggio, è anche grazie a lui che il giovane Andrea capisce quanto il ragionamento funzioni nel calcio. E che non esiste solo il fisico, la musica: ma ci sono le emozioni, e sono tutte fondamentali.
Ecco, senza Andrea, senza Pirlo, tutto questo va semplicemente a finire.

DA BRESCIApirlo-brescia

E il viaggio parte proprio da Brescia, dagli anni con Pep: una sorte di ritrovo per grandi artisti, perché ormai il calcio aveva superato anche l’arte in quella cittadina. Maglia azzurra, V bianca e talento smisurato: pure in panchina. Lì vi era Carlo Mazzone, un visionario con quel talento spiccato per il pragmatismo: era genuino, poi. Non potevi non volergli bene, anche se vai in panchina. E Pirlo, di tanto in tanto, finiva per guardare le partite seduto a bordocampo: finché non arriva l’intuizione.

Sì, perché Mazzone verrà sempre citato per quella scelta che ha cambiato per sempre la storia del calcio italiano: spostare Pirlo dalla trequarti alla mediana, metterlo davanti alla difesa e lontano da quell’attacco così frenetico e non adatto ai suoi tempi. E poi, quelle marcature? Le botte si riducono, Andrea vede tutto e ha un vantaggio clamoroso sugli altri: viaggia un colpo d’astuzia avanti a tutti.

I vestiti, quelli cuciti addosso, sono d’una comodità pazzesca: lui protegge palla e fa girare tutti, anche gli avversari. Mazzone se la ride in panchina e forse immagina già la strada che sta per intraprendere quel ragazzo timido ma tremendamente sfacciato.

UNA VITA A MILANO

Il calcio italiano se ne innamora, l’Inter arriva prima di tutti a fargli la corte. Ma le cose non vanno: gioca un paio di stagioni difficili, nessuno riesce davvero a comprenderlo. Sarà stata la gioventù, però le scintille di Brescia erano altra cosa. Altri misteri svelati. Quel nerazzurro lo sbiadì completamente.

Tra le luci della ribalta, comunque, Andrea riuscì a non bruciarsi. E sì, ci vogliono meriti anche per uscire indenni dal fallimento più grande della tua vita: è questo essere superiori. Non snaturarsi per qualcuno che non ti vuole come sei, ma aspettare il momento giusto.

La storia di Pirlo però è diversa: dopo l’esperienza all’Inter, dove Hodgson gli ripeteva che non avrebbe mai fatto fortuna in una grande squadra, il bresciano non si è scoraggiato e ha tirato dritto per la propria strada. Una strada che l’ha portato all’altra sponda di Milano: da mezzala, da regista, da visionario. Da giocatore fondamentale in una delle squadre più forti della storia, in grado di alzare due volte la Champions League.

pirlo-palmares-2

IL PASSAGGIO

Tutto comincia e finisce con Massimiliano Allegri, poi. Nel 2010, il livornese passa dal Cagliari al Milan: nel suo 4-3-1-2 un regista come lui fa fatica, il rombo è pensato per giocatori dinamici, che hanno da correre e rompere il gioco avversario. E poi c’è Ibra, l’accentratore del nuovo decennio rossonero: poco male per il risultati, è subito scudetto. Il bomber? Nocerino. Ecco: già dà un’idea.

Andrea fa tanta panchina: diventa una riserva di lusso, come Nesta e Inzaghi. Eppure, la differenza era netta, e non solo sulla carta d’identità: c’era ancora qualcosa che desiderava dire, dimostrare, urlare al mondo intero. Accetta la scelta, ma non condivide. Zero parole fuori posto, solo attesa: finito il contratto, guarda avanti. E mira Torino in lontananza.

Il passaggio alla Juve è storico: dopo aver saltato dalle due sponde di Milano, arriva addirittura la Vecchia Signora. È uno dei pochissimi a farlo, forse il più forte in assoluto: ma nessun polverone, nessuna parola ad alto contenuto d’odio. Sempre troppo rispetto per l’uomo e il giocatore. Un motivo? Esser stato poco fazioso ha sempre aiutato, resistere nell’immaginario del giocatore limpido e puro (anche in ottica Nazionale) ha quindi fatto il resto. Lascia il Milan perché il tempo delle idee è finito: Marotta lo accalappia e Conte se ne innamora. Pirlo non va mai giudicato secondo la condizione fisica, ma va visto in relazione alla voglia di attuare il suo pensiero.

QUELLA JUVE

Il matrimonio è perfetto, soprattutto perché in quel momento la Juventus è una squadra rabbiosa, affamata. Che aveva bisogno di ricostruirsi con la qualità delle sue giocate: non avevano ancora compreso il proprio potenziale, ma con Pirlo e Conte avevano tutte le doti possibili e immaginabili.

Torino è fredda, ma tra il centrocampista e l’allenatore leccese il calore è incredibile: nelle prime due stagioni, Andrea risponde di grinta oltre alle giocate. Lo stadio nuovo gli dà nuova linfa: diventa cinico, devastante. È felice e sorride spesso. Anzi: esplode di gioia, proprio come il suo mister.

Lo scudetto è una botta di vita pazzesca, proprio contro il Milan che lo dava per bollito. Che lo aveva scaricato. Contro Allegri che poi ritroverà alla Juventus, con cui arriverà in finale di Champions. Da protagonista.

Ah, quelle lacrime. Belle quasi quanto le ultime allo Yankee Stadium, tra maglie azzurre e certezze che vanno via. Però in silenzio, proprio come lui. Distaccate dal mondo, ma immerse in una lezione di vita che capiremo solo tra qualche anno.

pirlo-palmares

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons