Rubens Barrichello: talento, animo gentile, lavoro di squadra

Chissà se è una questione di saudade la Formula1, ora, per Rubens Barrichello. Chissà se si rivede in pista, se lo fa ogni giorno. O se soltanto lo considera un capitolo bello, meraviglioso, un po’ sfortunato, ma comunque indimenticabile.

Sì, perché Barrichello è il pilota al posto giusto, però al momento sbagliato. In grado di sprizzare talento da tutti i pori, eppure di non portare a casa un mondiale. Sfortuna? No, troppa superiorità dell’avversario, amico, compagno.

La storia però è quella di un uomo cresciuto in fretta. Un ragazzo, in primis: che nel 1989 correva già con un’Opel Lotus, sfondando nel mondo dei motori, andando via dal suo amato Brasile. Sceglie l’Italia, la scuderia di Adriano Morini, la Draco Racing. Lui che ha origini venete, che parla benissimo la lingua dei suoi nonni. Che ci crede davvero.

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Il verdeoro lascia spazio al tricolore, il candore del ragazzo ora s’è fatto coraggio, ma il carattere resta sempre quello di un animo sensibile, spesso introverso. Parla poco, ma guida ch’è una meraviglia. Dopo l’esperienza in Italia, ecco la F3 in Inghilterra. Quindi, la F3000: a soli 21 anni, arriva subito il debutto in F1. GP del Sudafrica, 1993: la Jordan lo richiama, dopo un lavoro di scouting eccezionale. Stavolta tutti quei sacrifici sembrano esser stati ripagati.

Momenti indimenticabili. E devastanti. Perché da quell’attimo, da quel debutto, è tutto un saliscendi: dalla caduta in picchiata ad Imola, con la morte di Senna e Ratzenberger, al cambiamento dell’approccio in pista. Ripensandoci, cambia anche il modo di competere, di rischiare. La prima pole è però datata quell’anno, in Belgio: era la pista più difficile.

E pensare che Ayrton, in quel weekend, era andato anche a trovarlo: erano amici, lui era stato chiaramente il suo idolo. Due giorni dopo, Senna non c’era più. Fu un duro colpo, che fece scattare qualcosa nel pilota.  Qualcosa che a fine ’96, rese il cambiamento inevitabile: la Stewart lo cerca, lui corre da lei. Negli anni più duri, fu la scelta migliore della sua vita: fu allora che conobbe Silvana, che in seguito diventerà sua moglie. Qui, la svolta definitiva: era tornata la serenità del ragazzo che era. Ed era pronto per il grande salto.

E il salto non fu grande, ma grandissimo. Da Maranello arrivò la telefonata che gli cambiò tutta l’esistenza: serviva un uomo talentuoso in Ferrari. Barrichello doveva sostituire Eddie Irvine, pilota che era stato suo compagno di squadra alla Jordan, che aveva un approccio poi praticamente opposto al suo. Ma il talento c’è, scorre inesorabile nelle vene di Rubens. E non va via. Neanche quando con Schumi le cose non sembrano andare a meraviglia.

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No, non è stato facile. Affatto. Non è stato facile correre con un’ombra gigantesca sul collo, non è stato facile lavorare per la squadra e mettersi al servizio di un ego spropositato (ma spesso giustificato dai risultati). Non è stato facile veder sfuggire un talento così grande, una vettura così formidabile, e non per sfruttare il tutto per portare a casa il titolo. Perché non ha mai vinto? Posto giusto, momento sbagliato. Come nel 2009, alla Brawn: stavolta c’era Jenson Button, un altro competitivo. E fuoriclasse.

Alla fine, sono 9 GP vinti, 11 pole, 46 podi e 15 giri veloci in corsa. Non male, non se hai avuto quell’automobile da telecomandare. Non male, se hai un animo nobile, dolce e forte come quello di Barrichello. Un uomo che ha dato tutto per il proprio sogno. E per le persone che l’han reso grande.

 

 

 

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  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Dan Smith
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Rick Dikeman
  2. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Flickr da