La storia di Bebe Vio vi cambierà la giornata

Essere speciali significa proprio riuscire a far capire che il tuo punto debole diventa quello di cui vai più fiero. E se vi è familiare questa frase appena letta, sappiate che il motivo è molto semplice: è solo la migliore declinazione di una vita che, a soli vent’anni, ha già toccato vette inimmaginabili. E coinvolto milioni di esistenze.

Incredibile, già. Eppure qualcosa c’era: alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro, Beatrice Vio è una fiorettista di 19 anni. In Italia è conosciuta per la sua esuberanza, tra gli addetti ai lavori c’è chi non ignora il suo talento. Nonostante ciò, la stella non è ancora nata. In finale ha davanti la cinese Jingjing Zhou, dieci anni di differenza e zero voglia di mollare: Bebe però è convinta di poter far bene, di poter superare le sue paure, qualche limite tecnico, l’ansia che l’attanaglia.

È tra le favorite, sì. Ed è fiera di un percorso incredibile: aveva vinto ognuno dei cinque match del girone A con un risultato di 5-0. Ed era una roba mai fatta da nessuno, così come Yao non era stata mai battuta in tal modo. Ecco: 15-1 contro una delle favorite ti dà quantomeno una dimensione, una di quelle importanti. Che se ci pensi hai le vertigini.

LA STORIA

Ma per quella finale ci sarà tempo, ogni strato di vita ne ha uno. In primis va raccontata la sua storia, quella di Beatrice, per tutti ‘Bebe’. Come definirla? Atleta. Come proseguire? In mille modi. Perché la Vio non è solo una delle paralimpioniche italiane più forti di sempre, ma è tanto altro. È un’influencer, pure: in grado di fare la differenza in pedana e nel modo di porsi nei confronti dei media. Ecco perché le sue vittorie son seguite, son trascritte e lette in tutto il Paese. Non per la storia dell’undicenne colpita da una grave meningite, ma per il suo sorriso nel ricordarlo.

Sì, perché Bebe non s’è mai arresa. Neanche quando, a undici anni, la vita le si presenta con un pugno nello stomaco: l’allora ragazzina viene colpita ripetutamente, i medici riescono però a tenerla in vita. Il prezzo da pagare è altissimo: le amputano gambe e braccia, ma ce la fa. E quella forza, quel non mollare l’accompagnerà per tutta la vita.

Era stato un anno terribile, quel 2008: era la fine di novembre e a Treviso rinasceva un piccolo prodigio, con un conto salato da riscuotere dalla vita. E quattro protesi artificiali a farle compagnia ovunque: a scuola, in casa, in pedana. Diventando la prima schermitrice italiana a ‘combattere’ più armata di tutte.

L’AMORE PER LA SCHERMA

La scherma però c’era, c’era già e divenne un punto fisso nella sua vita. Bebe s’appassiona alla disciplina quando aveva addirittura cinque anni, proseguendo fino al punto di non ritorno. Sembrava infatti impossibile tornare alle stoccate, al brivido del colpo finale: i tempi di recupero, oltre ad essere lunghissimi, rendevano ogni giorno la vita di Bebe un po’ più complicata. Unghie, denti, cuore: ci metteva tutto, eppure non bastava.

Fa un po’ di equitazione, nel frattempo. Per tenersi mentalmente attiva, per allontanare fantasmi e facili parole. Ma alla fine, da un destino già scritto s’accorse di non poter scappare: ritorna in pedana, supportata dalla famiglia e da meravigliosi tecnici che misero a punto protesi specifiche. Una spinta incredibile arriva anche nel 2010, quando i suoi genitori creano l’Art4sport, Onlus con lo scopo di aiutare – grazie allo sport – l’integrazione dei minori con protesi d’arto.

Da qui, parte tutto. Parte quel periodo in cui Bebe passa dalla sedia a rotelle al supporto fisso concordato dal Comitato Italiano Paralimpico, parte quella storia in cui quella ragazzina scapestrata inizia ad andare giù di fioretto, attaccandoselo alla mano ricostruita con del nastro.

LE VITTORIE

Aveva sempre saputo di poter tornare lì. Di poter ricominciare, in qualche modo, quella vecchia vita. Attiva, intensa, pazzesca e piena di segni premonitori. Le difficoltà sono state avversarie, da sconfiggere stoccata dopo stoccata, senza pietà perché pietà lei no, non ne ha avuta dalla vita. È allora il 2012, è l’anno del ritorno. Nella stagione successiva, subito una medaglia d’oro individuale negli assoluti italiani, campionati nazionali della categoria B. E poi, in successione: il terzo posto in coppa del Mondo, dopo una rimonta incredibile, e la vittoria a Montreal, oltre a quella a Lonato.

Un segno, un sorriso, una vittoria. Tante vittorie. Se tutto scorre in un determinato modo vuol dire che il destino ha in serbo per te solo il meglio: come quel secondo posto a Varsavia, al mondiale under 17. O come quella vittoria agli Europei, quella che seguì con la squadra. Il Mondiale nel 2015 in Ungheria. E le Olimpiadi: ah, le Olimpiadi.

RIO, IL RITORNO

Aveva pensato di partecipare anche a Londra, a soli 14 anni. Ci ha provato, ci ha sperato: poi i suoi genitori e i suoi ‘maestri’ le hanno detto che forse era meglio attendere. Troppo più forti, le altre. Più pronte a determinati traguardi.

Lo sguardo di Vio non fece una grinza: ha da aspettare quattro anni, tra un evento e un altro passano in fretta che sembrano secondi. Il mondo le consegna il 14 settembre del 2016, lei risponde al regalo ottenendo la medaglia d’oro nella prova individuale. È Rio de Janeiro, sono le Paralimpiadi, c’è Zhou Jingjing in finale. 15-7, all’ultima stoccata. E la pressione che si scioglie oltre le lacrime.

Due giorni più tardi arriva anche il bronzo nella prova a squadre, con Loredana Trigilia e Andreea Mogos: battono Hong Kong all’ultimo istante, con il punteggio di 45-44. Entrare nel mito? Non basta, non per Bebe. Che l’8 novembre del 2017 compie l’ennesima impresa: si gioca il mondiale, lo fa da iridata e soprattutto in casa, a Fiumicino. Tutti la guardano: metà della stampa è lì per lei. Nulla da fare, è troppo forte. Ed è mondiale, ancora.

L’ALTRA BEBE

“Mi hanno regalato un sogno: la scherma, lo spritz e le Paralimpiadi”, questo è il libro di Bebe, editato da Rizzoli e uscito nel 2016. Insomma, sì: c’è un’altra Beatrice che il pubblico ha imparato ad amare. Su ogni altra iniziativa, però, Bebe tiene particolarmente ad una: gli incontri motivazionali che svolge in tutta Italia, oltre a un programma che la Rai ha direttamente confezionato per lei.

Ma il tempo per la scherma resiste: è quella, la sua più grande passione. E per vincere Bebe ha in mente di rivoluzionarsi, migliorarsi, acuire tecnologia e mente. La vita è una figata, dice sempre lei: Beatrice ha avuto il potere di ricordarselo sempre.

 

 

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