Bierhoff, cannoniere atipico

Non bisogna essere per forza belli per passare alla storia. No, non bello in senso fisico: ma aggraziato, soave, elegante. Si può essere quindi ‘fenomeni’ anche nella semplicità? Certo. Chiedere per credere ad Oliver Bierhoff, meraviglioso talento originario di Karlsruhe, borgo tedesco di cui nessuno ha mai avuto memoria. Tranne che per Oliver, chiaro.

La sua specialità? Il colpo di testa, volare e prendere in giro la gravità. Farsi forte con il temperamento degli arieti, con l’astuzia di una pantera. Ed era così anche a 5 anni, quando inizia a correre dietro ad un pallone ad Essen: non una semplice palestra, ma la sua casa per ben 12 anni. Si fa uomo, nel nord del Niederrhein. E si fa forte, fortissimo: tant’è che a soli 14 anni diventa oggetto del desiderio dei più forti club della Germania. Il motivo? Brundermann, suo allenatore dell’epoca: gli insegna la tattica e l’etica del lavoro. Allenamenti ogni giorno, pure in vacanza: ma che goduria quella vittoria nazionale.

1985, si fa sul serio. Oliver passa al Bayern Uerdingen: ottimo settore giovanile e buone basi per partire. Ecco: appena un anno tra i coetanei, quello successivo si colora invece delle 19 presenze e 3 gol in campionato. Ah, e pure 4 partite in Uefa condite da 2 reti. Non male: soprattutto se fai da spola tra ultimo anno di liceo, campo d’allenamento e… caserma! Sì, il servizio di leva non gli sfuggì. Né gli sfuggì il campionato mondiale militare: 4 gol per lui, ma niente vittoria finale. Chi vinse? L’Italia. Che dietro giocava con un certo Ciro Ferrara.

A Uerdingen, nella sua terza stagione, capisce di dover cambiare aria: litiga con l’allenatore e firma all’istante con l’Amburgo. Mai scelta fu più felice: dopo sette gare, appena un punto. Ma nella partita decisiva, ecco che Bierhoff torna ad essere se stesso: doppietta al Colonia e rimonta in classifica pronta ad essere eseguita. Eppure, quell’esperienza non gli fu poi totalmente congeniale: la stagione successiva, il Borussia Moenchengladbach lo tessera salvo poi relegarlo in panchina. Oliver non reagisce, mentalmente e negli allenamenti.

Cosa fare? Andar via, ancora. La scelta è tra la B tedesca oppure emigrare in Austria. Wiebach lo chiama al Salisburgo: anche qui, serviva coraggio. E ne ha sempre avuto da vendere. Bierhoff va e segna 23 gol in una stagione pazzesca, la più bella per sua stessa ammissione. La più continua, di sicuro: con un biglietto per Milano, allora, solo da obliterare.

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Sì, perché prima del Milan c’è l’Inter. Ma ancor prima c’è l’Ascoli, a cui i nerazzurri lo girano in prestito: nelle Marche però Oliver soffre, giocando nove partite senza collezionare sufficienze. Sembra un flop, con un infortunio muscolare a metterlo definitivamente ko. Tra novembre e giugno, i mesi più duri: ma non molla, non andrà via. Resta in B, pure per due anni: 20 gol nella prima stagione, 17 in quella successiva. Bierhoff si fa grande tra la gente che prima l’ha fischiato, ora invece lo osanna. Anche quando, nella sua quarta stagione ad Ascoli, colleziona 9 gol e retrocede con i suoi addirittura in Serie C.

Dal bianconero al… bianconero. Con uno scatto fulmineo, l’Udinese si aggiudica il tedesco sul Perugia. Ai dubbi dei tifosi, lui risponde subito con un gol al Cagliari del Trap, quindi proseguendo alla grandissima per tutta l’annata. 17 gol alla fine, e pure una convocazione: finalmente, in Germania si accorgono di lui. E finalmente, Oliver diventa decisivo anche per la sua patria: entrando negli ultimi 25 minuti della finale europea, Bierhoff colpisce due volte, regalando ai tedeschi la vittoria finale.

Diventa un idolo. Ed un top player assodato. Pozzo vorrebbe venderlo, ma alla fine è Bierhoff ad annunciarlo: resta e rinnova. E arriva terzo, addirittura terzo, dopo Juve ed Inter. Lui? Capocannoniere: 27 gol. Pazzesco. Non è invece pazzesco che il Milan, una volta accordatosi con Zaccheroni, includa anche lui nel pacchetto.

Bierhoff non può invece non includere il suo pezzo forte: a fine stagione, i gol in campionato saranno 19. Quasi tutti di testa. Con Weah e Leonardo vincerà il primo scudetto della sua carriera, il sedicesimo per i rossoneri. E dopo aver dato il benvenuto a Sheva e l’addio a Zac, qualcosa si rompe. Non prima dell’ennesima e fondamentale ‘capocciata’ al Camp Nou, contro il Barcellona.

Saluta Milano, arriva il Monaco, quindi si fa ancora esempio d’umiltà con il Chevo, portandolo quasi in Coppa Uefa. Stavolta, fermandosi.
Questione di testa, del resto: la stessa che oggi gli permette di svolgere al meglio il ruolo di team manager della Nazionale tedesca; la stessa che i tifosi italiani hanno imparato ad amare. Alla follia.

 

 

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  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Steindy 
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikipedia