Cafu, il ‘Pendolino’ sbocciato tardi: partire dal nulla per diventare il più grande di tutti

Il miglior terzino destro di sempre? Ecco: la sfida è ardua, e riguarda soprattutto brasiliani. Ma sì, Marcos Evangelista de Moraes, noto ai più – e per fortuna – con il solo nome di ‘Cafu‘, rientra in quel piccolo e ristretto cerchio di giocatori devastanti, di coloro i quali hanno saputo dare una svolta al ruolo. Più di Carlos Alberto, forse: l’idolo dello stesso giocatore, oltre che capitano del Brasile iridato ai Mondiali del 1970. Solo che l’ex Milan, di Coppe del Mondo, ne ha poi vinte due. E una con la fascia al braccio.

Un fenomeno. Questo è stato e continuerà ad essere nell’immaginario e nei ricordi di chi l’ha visto giocare. Cafu è stato un fenomeno nato a San Paolo il 7 giugno del 1970, mentre i verdeoro si preparavano a vincere, il futuro terzino carioca emetteva il primo vagito.
Non ha una vita facile: il quartiere in cui vive è malfamato, la povertà si sente. Però ha questo nome, ce l’ha in onore di Cafuringa, stella della Fluminense. Suo padre impazziva per lui.

A 18 anni, Cafu entra nel settore giovanile del San Paolo: poco tempo e Tele Santana, mister dell’epoca, subito lo schiera tra i titolari. Fa di tutto: davanti e indietro, purché si giochi. Nel 1992 vince la sua prima Copa Libertadores, così come nel 1993: sono anni magici, nei quali batte squadre del calibro di Newell’s Old Boys e Universidad Catolica de Santiago. Periodo d’oro anche per la sua squadra, che può vantare giocatori come Muller, Cerezo, Palhinha. E allora, l’Intercontinentale è praticamente d’obbligo: Barcellona e Milan, in ordine cronologico, perdono malamente sotto i colpi dei brasiliani.

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Nel 1994, è già campione del mondo. Per club, sia chiaro. Ma con il Brasile è solo questione di tempo: perché poi, nel 1994, Parreira lo convoca, nonostante preferisca schierare Jorginho, più esperto e meglio inserito nei meccanismi. Cafu gioca però ottavi e quarti, tutti da titolare. E poi viene chiamato in finale contro l’Italia per sostituire il laterale del Monaco. Sì, sarà anche lui uno degli artefici di una delle più grosse delusioni sportive italiane: sotto il sole di Los Angeles, i rigori premiano Marcos e quei ragazzi terribili di Parreira. Il Brasile è campione del mondo. 24 anni dopo, da Carlos Alberto a Cafu.

Da iridato, l’Europa chiama. Eccome. Subito si fa sotto il Real Saragozza, ha da disputare la Coppa delle Coppe: cerca giocatori all’altezza. Neanche a dirlo: è subito vittoria. Cafu diventa anche decisivo nella finale contro l’Arsenal: un pallonetto delizioso di Nayim, seppur da importante distanza, consegna agli spagnoli il trofeo. All’ultimo istante dei supplementari.

La saudade, però, si fa sentire: e allora torna al Palmeiras, salvo poi farsi ingaggiare dopo un paio d’anni dalla Roma. Costo dell’operazione: 13 miliardi. Falcao lo sponsorizza, stessa storia per Carlos Zago. Sulla panchina dei giallorossi, poi, c’è un certo Zdenek Zeman. Che chiosa: “Lui non ha rivali nel suo ruolo”. Buona investitura, insomma.

Il primo anno? Corre ch’è una meraviglia. A Roma lo chiamano il ‘Pendolino’: perché è veloce, ma resiste. E non è mai domo. Neanche nel ’98, in Francia: quella sì, una vera delusione. Ma Ronaldo non c’è e i padroni di casa li massacrano: 3-0, festeggia Zizou, lo juventino.

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Via Zeman, intanto: a Roma arriva Capello. C’è aria di grande impresa. L’obiettivo è quello, in fondo: vincere. Ci riesce la Lazio, però: ma è solo questione di tempo. Arriva Samuel, lì dietro; poi c’è Emerson, e soprattutto Batistuta. La squadra è fortissima: la vittoria è una dolce conseguenza. Cafu e Candela sfibrano gli avversari, tra diagonali e continue sovrapposizioni. È l’anno dello scudetto, ma anche dell’esordio in Champions League: 10 presenze, 2 reti. Impressionante, anche per uno come lui.

Vittorie che aiutano a vincere. Soprattutto nel 2002: è il capitano del suo Brasile, della squadra che ha sempre ammirato. La squadra, anche questa, è composta solo da fuoriclasse: non può non vincere. E allora, la Germania è bella che strapazzata: stavolta il Fenomeno c’è, e si fa sentire. E Cafu la alza al cielo giapponese.

Rientrato dal Mondiale, Cafu scopre che la Roma ha intenzione di non rinnovargli il contratto: ha 33 anni, molti lo danno per finito. Non il Milan: che ci crede, e fa bene. Maldini, Nesta e Stam sono lì, pronti ad accoglierlo: il brasiliano non si dimostra timido, anzi. Subito conquista uno scudetto, poi c’è Istanbul, la sua prima finale di Champions. Finita malissimo. Due anni dopo, una nuova occasione: ma c’è Oddo, al suo posto. E allora, dopo l’ennesima vittoria, dopo la Supercoppa Europea e pure un Mondiale per Club, non può far altro che ritirarsi da vincente assoluto: 51 reti, 707 partite ufficiali; 5 gol e 142 presenze con il Brasile, recordman assoluto, probabilmente insediato solo da Neymar.

Non male, soprattutto se eri un ragazzino senza un centesimo in tasca. Ma si sa: chi corre, va più lontano. E Cafu ha corso, l’ha sempre fatto. E non smetterà mai di farlo.

 

 

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  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Valter Campanato / Agência Brasil
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  2. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Valter Campanato / Agência Brasil