Nascita e sviluppo della prima NBA: la storia della Lega dalla Dinastia di Boston a Wilt Chamberlain

C’era vita prima della nascita della NBA. O meglio: c’era vita perché esistevano solamente la Basketball Association of America e la National Basketball League. Ma c’era vita, eccome se c’era. La NBA viene infatti fondata il 3 agosto 1949 in seguito alla fusione tra la BAA e la NBL. Da lì, una storia ha tirato l’altra: tutte meravigliose, quasi tutte vincenti.

La prima stagione NBA? Vide coinvolte 17 squadre, ma negli anni successivi il numero fu ridotto di oltre la metà. Addirittura nel 1950 le franchigie si ridussero in 11, mentre nel 1954 furono arrivano alle 8 unità. Chiaro: il format della Lega rimase invariato per una dieci anni circa, con la rivalità tra Boston Celtics e Minneapolis (poi Los Angeles) Lakers -4 anelli Celtics contro 5 Lakers nei primi 15 anni – che andava delineandosi sempre più marcatamente. Arrivarono all’anello anche gli Hawks di St. Louis, i Nationals di Syracuse e i Warriors di Philadelphia, ben due. Per i New York Knicks, alla fine, tre Finals NBA consecutive non furono sufficienti per conquistare il titolo NBA.

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Nel 1954 arriva una svolta fondamentale: dopo aver svolto un ruolo cruciale nel processo di integrazione degli afroamericani vittime di discriminazione razziale, la NBA decise di introdurre la regola dei 24 secondi. Il cosiddetto shot-clock. Che impone alla squadra in possesso di palla di scoccare il tiro entro i 24 secondi prestabiliti (il timer si ripristina quando il pallone colpisce il ferro o cambia il possesso) per velocizzare le azioni e aumentare i punteggi delle partite.

Dal ’56 in poi, si domina in verde: cominciò l’egemonia dei Boston Celtics in NBA. C’è l’arrivo di Bill Russell (prima scelta al Draft) dagli St. Louis Hawks, di ruolo centro, che consegnò alla franchigia del Massachusetts la bellezza di 11 anelli in 13 anni. Un periodo che viene oggi ricordato come la Dinastia. E di dinastie, appunto, non si sono più avute. Ecco perché questo periodo è tanto storico quanto quello appena passato, ecco perché i Golden State 2017 sono solo la versione ‘sbiadita’ dei Celtics del ’56. Il dominio è stato assoluto, pazzesco, intenso, infinito. Ha saputo riconsegnare alla storia del basket una squadra che probabilmente non avrà eguali: solo GS può eguagliarla, ma occorrono anelli, occorrono vittorie. Occorre, poi, che LeBron dimentichi come si gioca per lasciare pista libera ai Warriors. Combattenti, sì. Proprio come dice il nome. Ma non immensi come i neroverdi del Massachussets.

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Dopo il titolo della stagione ’56-’57, nel ’57-’58 St. Louis ebbe la propria rivincita in finale contro i Celtics. Le otto stagioni che seguirono furono di totale dominio bostoniano, con un record di otto anelli consecutivi (ancora imbattuto), di cui cinque ottenuti con vittorie sui Los Angeles Lakers. Lakers che cambiano, tornano giù e poi si risollevano. Sono anni spettacolari, questi. Anni in cui l’NBA diventa prima movimento, poi semplice campionato. Anni in cui il basket aiuta in ogni campo: ma soprattutto in quello razziale. Che in America non passa mai di moda, ancor meno in quegli anni così tribolati.

Nel 1959 è il momento: entra nel mondo NBA una delle più grandi leggende della storia, Wilt Chamberlain. Egli vinse solamente due titoli in carriera, con Philadelphia 76ers, 1967; Los Angeles Lakers, 1972, ma fece segnare moltissimi record ancora imbattuti.
Nel 1960 registra qualcosa come 55 rimbalzi contro i Boston Celtics, mentre nel 1962 mette a referto 100 punti (36/63 dal campo, 28/32 ai liberi) contro i New York Knicks. Insomma: giocò 1045 partite con una media di 30,07 punti, secondo solo a Michael Jordan, per un totale di 31’419 punti (quinto di tutti i tempi).

Gli anni Sessanta, infine, videro la NBA contrapposta alla American Basketball Association: altro spettacolo di adrenalina. E altre stelle. A partire da Kareem Abdul-Jabbar e Oscar Robertson, che entrarono nella NBA. L’ABA rispose facendo suo Rick Barry, il miglior marcatore NBA della stagione. Un tradimento che però Abdul-Jabbar e Robertson trasformarono in opportunità: furono loro infatti a condurre i Milwaukee Bucks a due finali in quattro anni (4-0 ai Baltimore Bullets, 3-4 contro i Celtics), prima che il centro nativo di New York si accasasse ai Los Angeles Lakers.

 

 

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