Come nasce il Giro d’Italia?

Lasciate perdere il calcio: questa è una storia sì italiana, ma che percorre tempi ormai troppo lontani per avere la presunzione d’esser ricordata. Tempi in cui si seguiva la scherma, e tanto. Tempi in cui la boxe scaldava il cuore della Nazione. Ma soprattutto tempi in cui il ciclismo, con il Giro d’Italia, dettava mode, stili, storie e riferimenti da seguire. E allora, come poteva l’Italia non avere la propria corsa? Come poteva non mettersi a nudo e lasciarsi amare su due ruote?

Del resto, il Tour de France aveva avuto un simile avvio: la prima edizione si ebbe nel 1903, e ad organizzarla fu “L’Auto”, l’odierna “Equipe”, quotidiano sportivo di riferimento nel panorama transalpino. Erano anni in cui, in Europa, la bici andava e con essa l’informazione sportiva galoppava. Soltanto qualche ‘stagione’ prima, era difatti stampata la prima copia de ‘La Gazzetta dello Sport’. Boom: un successo. A tal punto da essere già coinvolta nell’organizzazione del Giro di Lombardia e della Milano-Sanremo, tra le più importanti corse ciclistiche al mondo.

Nel 1908, la Gazzetta pensò di organizzare il primo Giro: subito però si rese conto che non sarebbe stata poi un’operazione così facile. Già, perché c’erano scartoffie e tappe da segnalare, organizzazioni elefantiache e pochi soldi ancora racimolati. Dunque, cosa fare? Il buon senso diceva di aspettare: poi la notizia che sconvolge i piani. Nello stesso anno, infatti, il Corriere della Sera aveva contattato diversi sponsor pronti a foraggiare l’organizzazione della corsa ciclistica: apriti cielo, scambio di telegrammi e tutto ristabilito. Si fa, e si fa col patrocinio della Rosea.

Come nasce?

Sembra rovinarsi un po’ la poesia, ma la voglia di fuoriuscire del Giro fu più forte di tutto il resto. E pensare che gli organizzatori fino all’ultimo non sapevano se sarebbero rientrati nelle spese: c’era scetticismo, ce n’era tanto. I premi in denaro furono arrabattati nell’ultimo giorno di gare: un montepremi ingente che venne creato man mano, praticamente con una genialata. I meriti? Del Touring Club Italiano, che organizzò una sorta di sponsorizzazione dei comuni e delle realtà coinvolte dal passaggio dei ciclisti.

giro-italia

Dunque, non solo l’Italia era al centro del mondo della bici: ma ne veniva fuori un’immagine incredibile e statuaria, che ne valorizzava borghi e storia. Anche per questo, più di qualche problema si ebbe con il percorso: in tante città c’era la voglia di Giro, ma tracciare una pista ben delineata e in grado di cogliere le varie difficoltà della gara non era semplice. Per questo, gli organizzatori del Giro decisero di spingersi più a Nord di quanto il Regno desiderasse: prima tappa, Nizza. E poi Trento e Trieste: città diventate italiane solo in seguito, al contrario della cittadina francese che rimane ancora oggi territorio transalpino.

Ecco, tutto da rifare. Soprattutto perché occorre agevolare la giuria: era già complicato andar dietro ai corridori con così pochi mezzi, figurarsi girare l’Europa intera. Alla fine, tutti i concorrenti vennero fotografati e quindi resi esattamente riconoscibili, così da evitare scambi di persona. Per il regolamento, si puntò sull’esempio del Tour dello stesso anno: 1 punto al vincitore della tappa, 2 al secondo, 3 al terzo. Così fino all’ultima bici in corsa.

Organizzazione

Oh, i soldi erano quelli. E lo “sfarzo” di oggi è solo una diretta conseguenza del lavoro di quegli anni. Poche auto da dividere tra giuria e giornalisti, le case con le proprie vetture a seguire i corridori.  Sembra una carovana di buoni propositi e felicità vacanziera. In ogni luogo d’arrivo, sicurezza e società sportive come unico ‘soccorso’ e rifugio. Insomma, ci si arrangiava. Meravigliosamente all’italiana, si chiudevano le iscrizioni in data sei maggio del 1909: ogni casa pronta a partecipare aveva allora l’obbligo di mettere sotto contratto nuovi e forti corridori.

Il primo iscritto fu tale Felice Peli di Sarezzo, a lui il numero uno, a lui l’onore di passare alla storia. Tra questi vi erano inoltre personaggi del calibro di Galoppini, l’unico a correre su una bici da lui stesso costruita; l’anziano – a 38 anni, si fa per dire – Romolo Buni; il fu Mario Pacchiarotti alias Henry Heller, che corse con uno pseudonimo per non dover fronteggiare l’ira del padre. E tanti altri, come loro, che dovettero fronteggiare l’intera cifra della quota d’iscrizione di dieci lire individualmente.

Sia chiaro anche questo: gli organizzatori avevano comunque vinto. Il Giro divenne subito qualcosa da tramandare con fierezza, un momento spensierato nella vita italiana in grado di allontanare problemi, paure. Di distendere quel clima di tensione del periodo poco precedente alla I Guerra Mondiale.

Un orgoglio italiano, sì. E per italiani. Perché dopo le prime scalate, subito s’imposero gli atleti raccolti sotto al tricolore. Tra questi, Luigi Vanna di Varese e Carlo Galetti, oltre a Giovanni Rosignoli, vincitore morale perché il migliore con la classifica a tempi introdotta solo cinque anni dopo.

Al via

Ore 2.51, Milano, giovedì 13 maggio: il via ufficiale arriva in quel preciso istante del 1909. E succede di tutto. Del tipo: nella prima tappa cade Petit Breton, uno dei favoriti. In seguito, il francese dovrà ritirarsi per problemi al ginocchio accusati per lo scivolone; poco dopo, Gerbi ha un guasto tecnico che gli costa tre ore di riparazione, in quanto impossibilitato nel cambiare la bicicletta secondo regolamento. E allora fuori, a disperarsi perché perdere un’occasione d’oro così è quanto di più tremendo possa esistere. O forse no: tanti altri vennero lasciati indietro poiché rei d’aver perso un treno o d’essersi riposati anche troppo. In ogni caso, vince sempre chi resiste: e Galetti si ritrovò in cima alla classifica, ben più in alto delle sue aspettative.

Durò poco, il tempo di festeggiare forse precocemente: poi a Roma, toccò a Ganna ristabilire le gerarchie e ribadire al pubblico che questo Giro era nato appositamente per lui. Dalla Capitale a Milano: vittoria di grinta, carattere, talento. Vittoria italiana, come italiano era il pubblico: mai domo, tra pioggia e sole, vento e litri di sudore d’estate. Ma lo sapevano, loro. Lo sapevano ch’era appena nata una tradizione. E che l’Italia, ancora una volta, aveva dimostrato al mondo intero la sua tenacia e la sua qualità.

Del resto, a litigare tra noi s’è fortissimi. Ma ad unirci, in fondo, lo si è ancor di più.

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons