Di Bartolomei e la sua Roma: storia di un ‘capitano’ a testa bassa

Tor Marancia è una zona popolare di Roma Sud. Tra il bar della piazza e l’oratorio, c’è chi ancora oggi ricorda un ragazzo poco incline alla gioia: pochi sorrisi, silenzioso. Però ricordano anche la sua durezza, la sua determinazione. E poi, la passione: enorme. Che gli ha condizionato una vita intera. Perché quel ragazzo, di nome Agostino Di Bartolomei, amava il calcio come nient’altro al mondo. Il suo obiettivo? Andare avanti, migliorandosi e segnando sempre un gol in più.

Non era una miccia, non era veloce: sapeva farci con la palla tra i piedi. Giocava in oratorio con padre Guido, alla chiesta di San Filippo Neri: che bordate, quelle punizioni. Parlava poco ma giocava tanto, non aveva paura di affrontare l’avversario come nella vita. L‘8 aprile del 1955, ‘Diba’ veniva al mondo già sapendo d’esser destinato ad una storia drammaticamente meravigliosa e meravigliosamente drammatica.

È stato un personaggio amato, Di Bartolomei. Forse neanche per un istante compreso: è che a Roma o è bianco, oppure è nero. Anzi: o giallo o rosso. La curva l’ha invocato, adorato, forse pretendendo troppo. Quand’è andato via, c’è stata indifferenza: un colpo al cuore per Agostino, pezzo fondamentale di quella Roma che negli anni ’80 è la squadra forse più forte d’Italia. Tra Falcao e Bruno Conti, eroi diversi ma ugualmente importanti, c’era difatti lui: il vangelo, in campo e fuori. Senza troppe parole, sempre dritto al punto. Sin dalle prime presenze nell’Omi, a Tor Marancia: ha la Garbatella a due passi e sente praticamente odore di derby. Da bambino, è già uomo: gioca con l’aria del veterano, lui non ha fretta di brillare. Pulisce palloni e sa stare in verticale: da lui passano tutti i palloni giocabili, e Ago li gioca tutti bene.

di bartolomei
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LA SCELTA

La Roma allora diventa ben più di un sogno, anche se per primo arriva il Milan. Sì, avete capito bene: appena tredicenne, i rossoneri provano a strapparlo alla natura giallorossa. La famiglia s’impone: Diba è troppo giovane per andar via. Sono pur sempre i primi anni Settanta, altri tempi e altre storie. L’ambizione, nonostante la delusione, resta e si fa forte: finché la Roma s’accorge di lui e la trafila nelle giovanili è devastante. Neanche 18 anni e già due campionati Primavera stravinti. Nel suo segno.
L’allenatore della Roma, Manlio Scopigno, decide dunque di portarlo in prima squadra: è il 22 aprile del 1973, 18 anni e arriva il debutto in Serie A.

Dove? Alla Scala del calcio, San Siro: ecco, la prima tra i grandi davanti all’Inter di Boninsegna, Mazzola, Corso. Ma non ha paura, lui: l’unico a voler dare un senso ad una partita di fine stagione. 0-0, il finale: ma c’è la promozione con vista stagione successiva. Di Bartolomei va in gol nella prima giornata, manco a dirlo. Ma da quel gol al Bologna di Pesaola, qualcosa cambia: è di nuovo costretto a fare da spola tra prima squadra e giovanili. È che nessuno vuol bruciare quel talento, quel ragazzo così umile, quel giocatore così bravo. Pochi sorrisi, dicevamo: ma un fuoriclasse del centrocampo.

Arriva allora il tempo di farsi le ossa, DiBa. Il Vicenza lo prende in prestito, lui accetta malvolentieri ma sa che è la scelta giusta: la Roma affonda, quasi in B; Agostino fa un anno da titolare, 33 presenze e 4 gol. Ora è pronto per tornare nella Capitale: Dino Viola punta su di lui, Di Bartolomei sarà il fulcro della squadra.

LA ROMA

Otto stagioni, con l’anno dello scudetto di Nils Liedholm: è sua l’intuizione di Ago da quattro puro, davanti alla difesa. Non è veloce, ma con Vierchowod può andare. Lanci lunghi e senso geometrico, ecco come scavalcare la difesa: e poi le punizioni, i tiri da fuori, i gol. Sono anni in cui ‘Le sole bombe che vorrei sono quelle di Di Bartolomei’. Anni in cui, con la squadra giallorossa, DiBa gioca 308 partite, 146 da capitano, segnando 66 volte. Nell’83, realizza il suo sogno da bambino: è campione d’Italia con la Roma, la sua Roma.
Gioia che si fa delusione, che si fa depressione: la finale di Coppa dei Campioni dell’anno successivo è un mal di stomaco costante. “Non è sconfitta”, scrisse la Gazzetta. Ma quella disfatta ai rigori contro il Liverpool non è qualcosa che è facile da digerire. Un’occasione persa, sprecata. Per giunta, davanti ad un Olimpico stracolmo e pronto a festeggiare. Una mazzata, enorme: quasi quanto l’arrivo di Eriksson a Roma. Che no, non fa per lui: lo svedese decide di lasciar partire Di Bartolomei, è troppo lento per il suo gioco.
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L’ADDIO

Ecco: stavolta il Milan può prenderlo, quel tredicenne decisamente cresciuto. Con i rossoneri, tre stagioni con un gol nel derby che resterà storia. Ma no, zero vittorie: solo una finale di Coppa Italia persa contro la Samp di Mancini. La storia, poi, si ripete: arriva Berlusconi e Sacchi decide di poterne fare a meno. Dal Milan al Cesena, 25 presenze e quattro gol, trent’anni diventati già realtà: a fine carriera è alla Salernitana, in Serie C. Grazie a lui, i granata raggiungono la B. E diventa l’idolo della città campana.
Una carriera bella, importante, tuttavia dimenticata. DiBa resta nel mondo del calcio, quindi apre una scuola calcio proprio a Salerno: ma le cose non vanno. Il calcio gli volta le spalle e lui decide di non poterne più. Di questa storia triste e maledetta, però bella in alcuni punti: come quando era in campo, Di Bartolomei. L’ultima punizione l’ha dedicata al cielo…

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  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Wikipedia
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