Meneghin-Fucka-Myers, quando l’Europeo più bello fu colorato d’azzurro

Bogdan Tanjevi è uno che non bada particolarmente ai dettagli, eppure li ama. Alla follia. Sa che sono fondamentali nonostante il basket sia un gioco semplice, quasi banale. Ma per nulla scontato: come quell’Europeo del 1999, come quel gruppo C. Come l’Italia capitata davanti a mostri come la Croazia, come la Turchia. Come la Bosnia ed Erzegovina. ‘Boscia’ però sa che questa squadra può dare tanto, può dare tutto. Può dare molto di più senza Gianmarco Pozzecco, play meraviglioso dei Roosters di Varese appena diventati campioni d’Italia: che infatti resta a casa, con certe dinamiche ancora oggi inspiegabili, col senno di poi tranquillamente intuibili.

Un’avventura iniziata ad Antibes, tra le polemiche sul ‘Poz’ e un po’ di sano scetticismo: due anni prima l’Italia aveva perso contro la Jugoslavia il titolo europeo, stavolta si va per tentare l’impresa, nonostante l’addio di Messina e una Jugoslavia che si preannuncia indomabile ai nastri di partenza.

LA PRIMA

Meneghin-Basile-Galanda. Basile-Galanda-Meneghin. Scegliete l’ordine che vi pare, il risultato resta sempre lo stesso: Toni Kukoc ha saputo spazzare tutte le nuove certezze di un gruppo azzurro che s’aggrappava principalmente a quel terzetto. E l’ha fatto con Vujcic, Mrsic, Mulaomerovic e soprattutto con Toni: uno che aveva già vinto tre anelli NBA. L’Italia si arrende: parte bene e la partita è viva e forte, poi deve inchinarsi davanti alla rimonta degli uomini con la divisa a scacchi biancorossi. Una mazzata per l’Italia, che non può restare piegata su se stessa: deve reagire e farlo pure alla svelta.

 

Il tempo nel basket è di un cinismo assurdo e per fortuna Myers se ne accorge prima di tutti: perché la Bosnia è spigolosa e un po’ sa punzecchiare, ma finalmente Carlton esce dall’uscio e ne infila 22, 17 solo nel primo tempo. Dopo la partita con gli stessi bosniaci, i primi riflessi di quel che sarà il gruppo finale iniziano a venir fuori: il silenzio stampa n’è una prova lampante, schiacciante, rumorosa. Motivo ufficiale? Bisogna mantenere la concentrazione per la partita con la Turchia, decisiva per determinare la classifica del girone. Tra le fila turche poi c’è un ragazzone di quasi due metri e dieci, prossima promessa dell’NBA. E sotto gli occhi di Sugar Ray Richardson, il fato vuole che il talento di Turkoglu si spenga dopo poco tempo, causa infortunio.

 

Ma è la difesa a fare la differenza: Chiagic è un mastino infinito che divora palle perse e avversari, e ben presto sarà il miglior difensore di tutto il torneo. E sarà una partita come tante, questa. E sarà una partita che si risolve nei minuti finali, quando l’Italia riesce ad uscire vincitrice grazie ad un Basile pazzesco, vero conquistatore di un secondo posto nel girone apparentemente più distante della cima dell’Everest.

Giorno dopo giorno, aumenta la consapevolezza su questo gruppo: non si sa se potrà essere foriero di vittorie, ma si è ben consci che l’anima e la grinta son di quelle giuste.

DINO E I SOGNATORI

Cuore e testa che si traducono nell’espressione di Dino Meneghin, team manager e uomo ovunque di quella squadra: sapeva unire staff, giocatori, federazione. E non solo per il rapporto con suo figlio Andrea, tra i leader tecnici ed emotivi del gruppo. Un gruppo che sa prendersi poco sul serio fuori dal campo, ma dentro è un concentrato di forza e tenacia, di talento e perseveranza.

Si va a Le Mans per il secondo turno, in cui i 4 punti del primo si sommano e gli azzurri hanno da incontrare le prime tre classificate del gruppo D con lo stesso punteggio. Stavolta sul percorso degli italiani ci sono la Repubblica Ceca e la Lituania, ma soprattutto la Germania di Dirk Nowitzki, giovanissimo talento destinato a scrivere pagine infinite del basket tedesco. Wunder Dirk, lo chiamano: il magnifico. Non per De Pol, bravo a reinventarsi in un mordi-caviglie d’assalto con l’aiuto sontuoso dei compagni: è la solita Italia che concede poco, niente. E Nowitzki e compagni non vanno mai in vantaggio né in fiducia: termina con un +21 che parla da solo. E con l’esordio di Micky Mian.

 

Non ce n’è per nessuno. Capitan Myers prende sulle spalle la squadra, lo fa in maniera definitiva: più ventisette contro la Repubblica Ceca, in grado di perdere 22 palle perse. E allora ci si gioca il primo posto nel secondo girone contro la Lituania: un match bello, pimpante, dominato da Myers e Meneghin e dall’estro del Principe del Baltico che diventa l’unico giocatore davvero in grado di resistere alla difesa arcigna degli azzurri. Sedici punti e nove rimbalzi solo nel primo tempo, Sabonis si fa furbo e disorienta Marconato e Chiacig, costringendoli a 7 falli complessivi. Alla fine è sconfitta italiana: più dodici finale che fa un male cane per quanto resti giustissimo.

OBIETTIVO SYDNEY

Altro giro, altro secondo posto nel girone: dopo Le Mans, tocca a Parigi ospitare la squadra. Lì si ritrovano una Russia mai doma, neanche un po’ sorpresa del torneo: sono i quarti di finale, in caso di vittoria c’è il pass automatico per Sydney 2000 che è l’obiettivo minimo dettato dalla Federazione. Elettricità nell’aria e un po’ di sana tensione: i russi restano vice campioni del mondo in carica e hanno Pasutin, Karasev, Belov. Rispondono colpo su colpo a nomi e punti e a metà del primo tempo sono lì attaccati a meno tre, nonostante un 11/18 dal campo per l’Italia che vuol dire quasi partita perfetta.

A fine primo tempo? Fucka più Myers e nove lunghezze di vantaggio. A sedici minuti dal termine, Andrea Meneghin regala spettacolo: rimbalzo dietro, cinque palleggi verso il canestro avversario e… stacco all’altezza della linea tratteggiata con contorno di super schiacciata sulla testa di Karasev e Pasutin. È l’istantanea di un momento pazzesco, di una squadra pazzesca, di un gruppo pazzesco.

Sulla palla persa seguente dei russi Myers piazza una palla perfetta da 8 metri: profuma di vittoria. Il resto è tutto un susseguirsi di colpi, tra Marconato e Galanda, tra De Pol e Picchio Abbio. L’Italia strappa il pass per Sydney.

PER UN SOGNO

Obiettivo minimo centrato, adesso i passi successivi possono solo colorarsi d’impresa. La semifinale però sembra proibitiva: c’è la Jugoslavia, sempre la Jugoslavia. Che nel mentre ha chiuso tre vittorie su tre nel primo tempo e una sola sconfitta nel secondo turno proprio contro i russi, ma in una gara senza particolari scopi o fini. Obradovi deve fare a meno del suo omonimo e pure di Djordjevic da play basso: c’è Bodiroga in ogni caso, non uno qualsiasi.

La paura svanisce subito con la palla a due, resta infinito rispetto. I colpi, poi, quelli non mancano mai: e subito Sandro De Pol è costretto a uscire con il naso sanguinante su colpo del compagno di squadra di Trieste, Dejan Bodiroga. Gli avversari sono nervosi, protestano, si fanno sentire più del necessari; l’Italia risponde pensando alla partita, non rispondendo alle provocazioni. E sta avanti, e ci resta alla perfezione. Fucka sente la partita come sua e decide di esserne il protagonista indiscusso: la sua mano sinistra sembra disegnare traiettorie poetiche che finiscono tutte lì, tutte dentro.

Più quattordici Italia dopo i primi venti minuti, ma 57-55 Jugoslavia a circa sei lunghezze dal termine: dopo essere stata avanti per tutta la partita, ora gli azzurri rischiano di sprofondare nei loro stessi sogni. Fucka però è in serata e quand’è in serata potrebbe conquistare il mondo intero, figuriamoci una semifinale europea: con Jack Galanda, è lui l’eroe dell’ultima manciata di minuti in grado di regalare un sogno. È lui l’uomo che guiderà questa squadra contro la Spagna.

Ancora la Spagna, come 16 anni prima, come nell’ultima vittoria italiana del 1983. Le Furie Rosse? Un po’ spaventano, ma sarebbe quasi ingiusto intimorirsi con questo gruppo.

L’OROeuropeo-1999-squadra

Tre vinte e tre perse nei due gironi, Lituania battuta ai quarti e Francia schiantata in semifinale: il curriculum degli iberici non è da sottovalutare. Lolo Sainz è lo stratega, ma Herreros decide tempi e destini di tutta la squadra.

È la finale, è una partita secca, è la storia che si fa realtà. Myers e Meneghin sono nuovamente pronti a prendersi l’azzurro sulle spalle, Greg Fucka a continuare con la sua scia da fenomeno.

L’inizio è teso e pieno d’errori, ma a 9 minuti dalla fine del primo tempo gli azzurri volano sul 20-6. Dalla panchina, Boscia categorico: serviva correre, farlo più di loro. La Spagna dal campo tira 2/11 e davanti è davvero sterile, complice un super Basile su quell’Herreros che il fato gli darà in pasto in quel di Barcellona.

Si potrebbe allungare, ma timore e fluidità non accompagnano gli azzurri: a fine primo tempo è più 8 Italia. La ripresa? Fucka da tre, seguito da De Pol. Poi in successione: arresto e tiro di Abbio, Chiacig va di schiacciata e l’Italia vola sul più 20. Sembra fatta, sembra chiusa. Ma è solo un’illusione.

A tre minuti dalla fine, la Roja è a meno nove e tenta l’assalto disperato. C’è tempo, sopratutto se Myers sbaglia clamorosamente due liberi fondamentali.
Mai sirena fu più soave: 62-54, Boscia impazzito e l’istantanea della partita non tarda ad arrivare. Mancano 38 secondi, Meneghin sfugge al fallo sistematico e prende in pieno Reyes: è antisportivo. Galleani, il medico della squadra, soccorre il giocatore e gli urla: ‘Ce l’abbiamo fatta!’. Dalla lunetta c’è De Pol: tre liberi dentro, nessun errore.

Andrea Meneghin abbraccia suo padre Dino. È una delle vittorie più belle dello sport italiano.

 

 

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