Pippo Inzaghi: storia di un talento particolare!

Il calcio è una sfida per pochi, una scala verso il successo che di tanto in tanto si fa più ripida come se fosse la selezione naturale del pallone. C’è chi cade, chi sale, chi resta lì al limite. Al limite del fuorigioco, proprio come Pippo Inzaghi: un attaccante nel senso più puro, crudo e letale del termine. Perché attaccava, appunto. Gli avversari e la porta che questi ultimi difendevano: spesso la sua foga era foriera di risultati, altrettanto spesso nei momenti decisivi della sua carriera, della sua vita.

Il fatto è che deve quantomeno esserci, nell’Olimpo del calcio, un settore dedicato interamente alla caparbietà (pure poco talentuosa) di Filippo. Perché di questo stiamo parlando: una carriera fatta d’intelligenza, di vent’anni di bresaola e acqua minerale, di gol e ancora gol, sempre e solo gol. In Italia sì, ma soprattutto in Europa: che il mercoledì e certe musichette hanno finito per accompagnarlo nel percorso più bello ed entusiasmante della sua vita. Zero gossip, solo duro allenamento e ore spese sulla tattica, con gli occhi di oggi divenuta fondamentale per la sua nuova missione d’allenatore. Insomma, SuperPippo non è mai stato uno da cose a caso e movimenti a uncino: era l’uomo degli ultimi 10 metri e la garanzia nelle notti che contavano.

COSI’ EBBE INIZIO

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Da piccolo militava nel San Nicolò, una squadra di un paese alle porte di Piacenza. Era l’inizio della sua vita calcistica, ma di lui si diceva già che fosse meno forte di suo fratello, di quel Simone di tre anni più giovane di lui. Pare soprattutto che nessuno scommettesse su di lui: gli mancava la tecnica, non aveva la giocata, quantomeno non come suo fratello. Attaccante anch’egli, però di quelli che allargano il gioco e gli orizzonti. Pippo era però intelligente, poi tenace e spavaldo. Davanti alla porta non aveva paura, sbagliava di rado. Ora et labora, ora et labora, ora et labora: il mantra dei benedettini come singolo motto di un’esistenza intera. Fu così che Gigi Cagni lo prese sotto la sua ala protettiva, dopo un primo e fortunato provino al Piacenza: con i biancorossi Pippo iniziò la sua avventura nel mondo del pallone, anche stavolta assieme al fratello. Cagni gli insegnò tantissimo, soprattutto nei comportamenti, pure a tavola. Da lì divenne leggendaria la sua dieta, fatta di bresaola e pasta in bianco, di acqua naturale a temperatura ambiente e mai e poi mai fredda. A Formentera o a Milano Marittima, di tanto in tanto, non riusciva però a rinunciare al gelato. Piccoli peccati di gola, tremendamente perdonati ogniqualvolta s’avvicinava alla porta avversaria, chiaramente facendo gol.

IL GOL NEL SANGUE

Dal biancorosso all’azzurro dell’Albinoleffe, la sua carriera è e sarà un misto di colori poco inclini a mischiarsi. No problema, ci pensa lui con i suoi gol ad unire i puntini. E allora partiamo proprio da Bergamo e da Verona dove segnò i suoi primi gol da professionista, salvo quindi tornare a Piacenza in Serie B: quindici gol e riflettori puntati sulla sua voglia matta di diventare il più grande. Riuscì a tornare in A con la squadra della sua città: per molti sarebbe bastato questo, non per il giovane Pippo che finalmente trova la massima serie, ma a Parma. Primo gol tra i grandi? Iniziate pure a ridere: proprio al Piacenza, alla squadra che l’aveva cresciuto.

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Con gli emiliani durò poco, Bergamo fece ben presto a richiamarlo dalla sponda atalantina: fu lì che esplose definitivamente con 24 gol e le prime chiamate in Nazionale. Eccola la svolta: d’azzurro vestita con tratti bianconeri. Ed eccola la Juventus, con la quale vinse uno scudetto da diciotto gol senza più uscire da quello che sembrava un destino perfettamente disegnato per lui: porre il pallone in fondo al sacco.

Reti belle, brutte, da cineteca e da scuola calcio: ormai non importava più. Importava quella bocca aperta, quelle braccia che andavano dove chiedeva il cuore, quell’esultanza e quella forza pazzesca nell’andarsi a cercare l’angolo di stadio in cui sfogare l’adrenalina più bella. Era la fame a portarlo avanti, contagiosa per il suo futuro e per i compagni. Fondamentale anche per l’Italia con i suoi 25 gol in 57 presenze: davvero pochi come lui, entrato tra i 23 del sogno mondiale che riuscì clamorosamente a realizzarsi. Anche quello segnato da un gol tutto suo: via in campo aperto contro la Repubblica Ceca, portiere dribblato alla meglio e palla scaraventata in porta senza pensare alla corsa di Barone al suo fianco, pronto magari a ricevere palla. La sua sfortuna fu proprio quella di avere Pippo lì e non un altro dei restanti ventuno di quella Nazionale.

TRA I GRANDISSIMI

Le mille storie di Inzaghi vanno però ad intrecciarsi con un’altra ben più grande, vincente, pazzescamente padrona del calcio italiano: perché Pippo non sarebbe davvero Super se non fosse stato per il Milan. E per i suoi studi, per le cassette a Milanello nelle quali registrava i movimenti dei difensori, i punti deboli e forti, quando scattare sulla difesa alta e come proteggere la palla sul centrale più grosso. Oppure: sapevate che andava a studiare le statistiche di ogni nuovo acquisto di Galliani che giocasse dal centrocampo in su? Vedeva come sarebbe potuto essere utile, come avrebbe potuto avvantaggiare il suo gioco. Su Sheva, ad esempio, raccontano fosse l’unico davvero contento del suo arrivo: aveva già visto la sua potenza, la sua velocità e la sua immensa tecnica. Ebbe ragione lui, chiaramente.

Nel giorno del suo ritiro chi era diventato Pippo Inzaghi? Un uomo di scudetti e due Champions League, di cui una decisa in una notte meravigliosa nell’Olimpo degli dei e degli attaccanti come lui. Atene a parte, sono i numeri a raccontare il fenomeno: 157 gol in Serie A e 70 nelle Coppe Europee, partite in cui la sua leggenda si fece immensa e quasi inarrivabile, in cui si legittimò il suo fiuto e il suo strano talento da unico bomber ad aver segnato in qualsiasi competizione continentale e intercontinentale FIFA. Primo italiano.

LA NOTTE DELLE NOTTI

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Sono tanti i momenti in cui potremmo incastonare una gemma come Inzaghi. Il più bello? Finale di Champions League, Atene. È la rivincita contro il Liverpool, quella squadra che dopo Istanbul era diventata un macigno pazzesco sullo stomaco di tutti e soprattutto sul suo. Un gol dei suoi per sbloccarla, deviazione fortunata su punizione di Pirlo; colpo docile sul secondo palo e partita in ghiaccio. Di sorrisi così, di lacrime così, di giocatori così: la mancanza sarà sempre infinita.

 

 

 

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  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikipedia
  2. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikipedia da Aldo Liverani
  3. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Soccer illustrated