Stefano Fiore, un gregario al servizio della sua Italia

Il Fiore della speranza. Un po’ per tutti: per chi insegue il sogno di diventare un calciatore professionista, per chi l’ha seguito lungo tutto il percorso, per ogni cosentino che si è ispirato alla sua carriera. Stefano è l’idolo di tutti: perché è partito dal basso, perché ha sempre lavorato più di tutti. Con talento e sul talento, che ovunque e comunque ha dovuto ‘stimolare’. Per arrivare in alto, condicio sine qua non.

È il 1994 quando Fiore decide che sì, è arrivato il momento di partire. Di fare le valigie e salutare, di abbandonare casa. Italia e Spagna tappe di un’unica vita, dopo le giovanili a casa sua, tra la sua gente. Un anno di lavoro e sudore, quindi la soddisfazione: nel ’95 è Parma a determinare il suo destino. “Arrivai da sconosciuto, ma mi feci spazio. E poi giocai da titolare la finale di Coppa Uefa, che vittoria”, raccontò tempo addietro.

Un anno di prestito in B, 38 gare su 38: l’Udinese mette gli occhi su di lui. Con i bianconeri colleziona 67 presenze e 18 reti: un’infinità. Un’esperienza che si protrae e lo rende uno dei talenti maggiori dell’intero campionato. Tant’è: arriva la Nazionale. Nella quale s’impone, sfiorando spesso la titolarità. Non male per un ragazzino venuto da Cosenza con le spalle strette e un bagaglio di sola ambizione.

La storia di una vita però s’incrocia con altri colori: quelli biancocelesti. “Lì maturai – raccontò Fiore in un’intervista di qualche anno fa -. Diventai un perno in una squadra con giocatori fantastici, lottavamo sempre per vincere e per giocare in Champions”. Ecco: neanche a dirlo. Coppa Italia nel 2004 messa in bacheca: due gol all’andata e uno al ritorno in finale contro la Juventus. Un sogno.

 

Del resto, quella era una squadra unita, come lo erano gli azzurri nell’edizione di Euro2000. Lui c’era, in quel maledetto Italia-Francia. Campioni d’Europa e poi puff: sparito tutto con un gol di Wiltord, annientata ogni cosa con il gol di Trezeguet.

Ma forse no, non è quello il rimpianto più grande: perché una volta fattosi grande in Italia, è in Spagna che va a cercar fortuna. Dannata Valencia, però: lo chiamò mister Ranieri, raggiante all’idea di inserire giocatori italiani in una squadra che avrebbe dominato l’intera Liga con del sano tatticismo tutto nostrano. Non ci riuscì, tra sfortuna e rimpianti. Torino prima e Firenze poi lo riaccolsero tra le braccia di mamma Serie A. Quindi il passaggio al Mantova, subito dopo seguito dal ritorno a casa: a Cosenza.

Tutto torna, tutto riparte, ogni cosa al suo posto. Fu una scelta improvvisa, quella di tornare. Non che non avesse dove andare: ma scendere così di categoria non gli era passato di mente. Poi il lampo: perché continuare a girare quando casa tua ha bisogno di te per risalire?
Non se la fece ripetere due volte, quell’offerta. Così, il giramondo Fiore ritrovò spalancate le porte del suo stadio: doveva finire così, non c’è altra spiegazione. Non c’era altro modo.

 

 

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