Francia ’98 fu un Mondiale particolare e con due storie da raccontare

Il Mondiale più pazzo di sempre? Nessuno ha mai avuto dubbi: è quello del 1998. Finora, sia chiaro: ma l’edizione francese ha qualcosa di particolare, strano, praticamente misterioso. Chiariamo subito e partiamo paradossalmente dall’epilogo: ai Mondiali del 1998 il Brasile arrivò in finale. Ronaldo soffriva di una tendinopatia bilaterale al ginocchio sinistro: qualche istante prima della partita contro i padroni di casa, l’attaccante accusa un malore. Dopo un ricovero lampo arrivò ugualmente a giocare, sebbene in condizioni pietose: ma perché? Chi glielo concesse?

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QUEL FENOMENO ABBATTUTO

Mario Zagallo era il tecnico della squadra, dormiva in quegli stessi istanti in cui decine di persone s’accalcavano nella stanza del Fenomeno. C’erano tutti: medici, giocatori, agenti di sicurezza. E chi urlava, chi piangeva, chi si disperava: qualcuno persino urlava il peggio. Ronaldo aveva avuto un malore e un’intera spedizione era finita nello sconforto più totale.

Le due e mezza sull’orologio, Zagallo dormiva e quel 12 luglio del 1998 sarebbe stato un giorno praticamente indimenticabile (per ben altri motivi). Era il giorno della finale del Mondiale: Ronaldo ne era la stella, cascata dal cielo e trasportato in macchina alla clinica Les Lilas. Solo tre ore più tardi, Zagallo verrà a conoscenza dell’accaduto: bussa alla sua porta il dottore Lidio Toledo, gli racconta tutto. Gli dice che il ragazzo s’è sentito male, che è quasi impossibile che giochi. Il ct guarda Toledo e chiede il perché non sia stato avvisato prima. “Perché dormiva”, risponde il medico. Singolare.

Ma non ci fu solo quest’episodio a sconquassare quella giornata: c’era quel malore di cui nessuno ebbe il coraggio di domandarsi. Cos’accadde? La storia parla di trenta secondi difficilissimi, di convulsioni, di una chiacchierata con Roberto Carlos che s’interrompe all’improvviso. Il laterale chiama il medico e l’attacco dura trenta secondi. Ma non si trattava di epilessia: era qualcosa di più profondo. Qualcosa da ricollegare ai giorni difficili, ai pochi allenamenti e a quella caviglia che non smetteva di fare le bizze. Infiltrazioni e medicinali avevano aiutato, però forse qualcuno aveva calcato troppo la mano: Ronaldo s’era caricato di stress e di aspettative.

L’EPILOGO PIU’ BRUTTO

Dunque, tutta la Francia aspetta. Un’ora e mezzo prima della finale Zagallo non ha ancora notizie del Fenomeno: poi sì, arrivano le dimissioni dalla clinica e l’attaccante raggiunge i compagni. Zagallo non sa, quasi non vuol sapere. Federazione e sponsor spingono per farlo giocare, il ragazzo non vuole altro: si assumerà ogni responsabilità, dirà di sentirsi bene. Addirittura andrà contro la prima intenzione del suo tecnico di lasciarlo riposare: l’allenatore ascolta, non gli nega la gioia della finale mondiale. Del resto, Tac, elettrocardiogramma ed elettroncefalogramma: gli esami li aveva fatti tutti. E tutto negativo.

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zOre 20, 12 luglio, Stade de France: nelle copie delle formazioni Ronaldo non c’è. Alle 21, Francia e Brasile scendono in campo: il Fenomeno è presente con le scarpette ai piedi. Ma non gioca davvero, si trascina, è frastornato e impaurito. La Francia lo stritola nella sua morsa, con lui tutto il Brasile. Il giorno dopo? Arriva a Rio e barcolla sulla scaletta dell’aereo. E lui annuncia di voler solo dimenticarlo in fretta.

LA FRANCIA DI TUTTI

Ecco: ma quella Francia? Che squadra, che storia, che trionfo. Nella selezione francese sembrava ci fossero giocatori di qualsiasi nazione, di qualsiasi rango calcistico. E infatti era un mix dolcissimo di caratteristiche, di magrebini e di subsahariani. A metà degli anni ’90, le minoranze etniche erano diventate maggioranze in Nazionale. La causa non era solo l’aumento della varietà razziale del paese, ma del fatto che i ragazzi ‘stranieri’ crescevano e giocavano nei quartieri difficili: avevano più tempo da dedicare al pallone, più difficoltà da superare. Tutto questo forgiava la loro volontà. A questo va aggiunta la facilità con cui s’inseriva il calcio in un contesto difficile come le periferie francesi, gli affronti politici che gli stessi giocatori dovettero subire dal Fronte Nacional.

Nello stesso 1998, la squadra capitanata da Blanc aveva un avversario ben più forte degli altri, per di più in casa propria: era l’opinione pubblica. E all’interno della squadra c’era una varietà che colpiva, sebbene la verità era che ogni giocatore era nato all’interno dei confini francesi, a parte Desailly, nato in Ghana ma con regolare cittadinanza. Eppure quel gruppo avrebbe vinto gli Europei nel 2000, in Olanda e in Belgio, subito dopo l’arrivo del Mondiale del 1998. Solo che parte dello stesso Paese voleva soltanto ‘8’ dei giocatori selezionati per l’edizione.

Celebre divenne allora la risposta di Zidane ai media, prima di affrontare il debutto a Parigi: “Sono francese. Mio padre è algerino. Sono orgoglioso di essere francese e sono orgoglioso che mio padre sia algerino”. Ancor più celebre divenne il ruolo fondamentale in quella squadra di Christian Karembeu, originario di Lifou, Nuova Caledonia. In mezzo? Un percorso pazzesco, fatto di vittorie ed entusiasmo. E di quella finale col Brasile in cui Ronaldo si fece preda facile. Alla ripresa il risultato era già arrivato sul due a zero, entrambi segnati dall’algerino Zidane: li aveva segnati di testa, non proprio la specialità della casa.

MULTICOLORE E VINCENTE

francia-coppaIl Brasile provò a rifarsi sotto, ma furono i Blues a segnare nell’ultimo minuto: lo fece Petit, bianco e biondo, il preferito di Le Pen. Fu la prima volta che la Francia vinse una Coppa del Mondo: ciò produsse nel Paese una manifestazione infinita di allegria, una di quelle senza precedenti. Milioni di persone nei Campi Elisei festeggiavano l’esito perfetto della competizione. A Chirac le parole più belle: “Questa Francia, multicolore e vincente”.

Fu la dimostrazione che gli eroi hanno diversi colori ma una sola bandiera, che anche il calcio può combattere le battaglie più serie e importanti. Che un intero Paese, se davvero vuole, può andare oltre qualsiasi ostacolo o presunta barriera: basta gustarsi insieme la gioia irrefrenabile di un popolo. E di ventidue giocatori che corrono dietro a una palla.

 

 

 

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