Franco Baresi e i suoi vent’anni rossi, neri e azzurri

Franchino aveva tutto per diventare grande. Alla fine, ha scelto di diventare grandissimo. Ecco: questo è stato il Franco Baresi calciatore. Un prodigio di ragazzo con il meraviglioso quid del salto in avanti: lavoro, dedizione e disciplina l’hanno portato ad essere uno dei giocatori più forti del mondo. In una delle squadre più forti del mondo.

Sì, perché se pensi a Baresi finisci inevitabilmente per vederlo in rossonero. E pensare che il ragazzo di Travagliato, parte bassa di Brescia da cui proviene, era stato scartato a soli quattordici anni dall’Inter: gli avevano preferito il fratello Giuseppe di due anni più giovane. Ah, e Beppe quel nerazzurro lo vestì per ben quindi anni. Un po’ anche da capitano.

Franco però era Franco. Non c’entrava con le scorribande dell’altro Baresi. Lui era autoritario, ruvido, di discreta tecnica ma tendeva a nasconderlo. Doti raffinate e affinate in vent’anni di Milan. E con sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e tre Supercoppe europee sul groppone.

La storia

Oh, a referto ci sarebbero anche trentatré reti. E se fai il libero, se lo fai di professione, allora è altro fieno in cascina, pure di qualità. Ma Baresi, difensore grintoso e dall’intelligenza fine, diventa leggenda proprio per quel provino con l’Inter. Boom: scartato. Una mazzata incredibile per Franco, che vede suo fratello volare di nerazzurro vestito e lui costretto ad attendere un altro treno che passa. Se passa.

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Ma i tempi d’attesa sono relativamente brevi. E’ forte, e lo sa. Ha tecnica, e lo sa. Ha un modo di difendere che è diverso dai suoi coetanei: va solo sviluppato e ben indirizzato. Poi è maledettamente elegante: non ce ne sono così in giro. E allora Baresi, quello grande, sconta l’anno della svolta: è il 1977 quand’è visionato da Liedholm e ha da correre nei pressi di San Siro.

Un anno dopo, il debutto in prima squadra. Pomeriggio di fine aprile, ma a Verona la notizia pare non sia arrivata: fa freddo, giusto un po’. O forse sono soltanto i brividi di una storia che sta per iniziare a scriversi da sola. Grinta e determinazione: chi era presente al Bentegodi ricorda quel pomeriggio come una piccola svolta. Come se si capisse già dai movimenti.

Tant’è: il Milan vince 1-2, Franco non uscirà più dal campo. E la stagione successiva ne mette in fila trenta da titolare, vincendo il decimo scudetto della storia milanista. Ah, in più si fece conoscere in Europa: in quella Coppa Uefa saggiò avversari del calibro di Lokomotiv Mosca, Levski Sofia e Manchester City.

Farsi le ossa

Gli anni e gli occhi passano velocemente. Dal 1980 al 1983, il Milan cade nel baratro: è in Serie B. Le offerte per Franco non mancano: è il futuro della Nazionale, del calcio italiano. Ma no, lui resta. Differentemente da Collovati, lui fa il passo più nobile, nonostante le pressioni dell’Inter su consiglio del fratello Beppe. No, niente da fare: è già cuore rossonero. I tifosi non lo dimenticheranno mai: Baresi era appena diventato l’idolo incontrastato. Un amore eterno che oltrepassò qualsiasi barriera o vittoria. Che si spense soltanto nell’ultimo giorno in campo del Capitano.

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Nel mentre, una discreta soddisfazione: pur non scendendo in campo, Franco diventa Campione del Mondo. Certo, davanti vi era un certo Gaetano Scirea: ma quel Mundial fu a suo modo speciale, per tanti motivi e tutti belli. Soprattutto perché nella stagione che portò al titolo in Spagna, il difensore saltò quattro mesi di campionato per una setticemia orribile, rischiando addirittura di dire prematuramente addio al calcio.

Il gesto del bresciano, in ogni caso, restò nell’immaginario collettivo. Del resto, il caos societario del Milan era incredibile: serviva una svolta. E la diede Sivlio Berlusconi, sancendo difatti la nascita del Grande Milan. Quello che vinse uno scudetto dopo addirittura nove anni di attesa, quello che riuscì a vincere in tre stagioni due Coppe dei Campioni. E Supercoppe europee e Coppe Intercontinentali, consecutive. Diventando, ecco, la squadra più forte di tutti i tempi.

Restituzioni del karma

La legge del karma colpì ancora. Tutto quello di cui aveva privato i milanisti, rieccolo servito su un piatto di calcio meraviglioso e vincente. Sì, perché se Berlusconi era la parte economica, Sacchi era lo stratega perfetto per l’esigenze del presidente. E Baresi, beh, era il capitano e leader indiscutibile dei migliori anni della vita milanista.

Anni perfetti, che non sfibrarono d’intensità quando Sacchi passò alla Nazionale e Fabio Capello divenne il tecnico dei rossoneri: il ‘Milan degli invincibili’ era una realtà incredibile. Quattro scudetti in cinque anni, Champions League al cardiopalma e poi altre due finali perse contro Olympique e Ajax. No, non ce n’era per nessuno. E non ce ne fu più per Franco Baresi, che salutò il calcio nella stagione successiva all’addio di Capello.

Momenti topici in azzurro

E sì, pensi a Baresi e pensi al Milan. Poi però realizzi che di Pallone d’Oro non se n’è mai parlato. E che quelle lacrime di Pasadena qualcuno deve ancora asciugarle sul proprio volto. Perché tra mille vittorie, la sconfitta di Usa ’94 brucia ancora. Più del Mondiale in casa, più di ogni finale europea non portata a casa. Brucia ancora perché quel pomeriggio statunitense del luglio ’94 è una mazzata di rimpianti: 0-0 al novantesimo, e così ai supplementari, e lo stesso zero ai rigori. Almeno per Franco.

Era la prima volta che un Mondiale si sarebbe deciso dal dischetto. Era la prima volta e come ogni prima volta toccava al capitano inaugurare la storia: il tiro però è alto, alto sopra la traversa. Le lacrime bagnavano i volti degli italiani a migliaia di chilometri di distanza. Poi Baggio fece il tremendo resto, che squarciò il cuore di tutti.

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Perché allora divenne l’idolo di tutti? Per quella palla presa a centrocampo e per la decisione senz’appello. Per il coraggio. Per il menisco quasi rotto contro la Norvegia e poi la finale ugualmente disputata. Fu un recupero record: aveva stretto assurdamente i denti, gli faceva male ovunque. Amava quella maglia più di ogni altra cosa al mondo. Alla fine, in azzurro collezionerà 81 partite con un solo gol siglato all’Urss. Prima dei numeri mostruosi di Maldini, Cannavaro e Buffon, era lui il più presente di tutti.

Ed era sempre lui un passo avanti al resto dei colleghi: l’ultimo record di Franchino, infatti, riguarda il suo numero di maglia. Prima di lui nessuno era stato apprezzato a tal punto da vedere il suo ‘6’ ritirato dalla storia della società. Del resto, di Franco Baresi n’è esistito solo uno. E sempre uno n’esisterà.

 

 

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