La vita di Gigi Meroni, la ‘Farfalla’ del Torino

Eppure il destino c’entrava poco. Quello di Gigi Meroni era stata una fatalità che aveva sorpreso persino la sorte. Davanti al bar di Corso Umberto, a Torino, esattamente nei pressi dello Zambon, ci sono fiori nuovi ogni volta che il sole decide d’incrociarli. In questi giorni qualcuno in più. Il motivo? Son cinquant’anni da quando la Farfalla granata è volata via lasciando un vuoto incolmabile.

Una terribile frenata, una drammatica notte. Il giorno dopo c’era chi urlava e chi piangeva, chi portava fiori e chi si sentiva privato di un pezzo di storia che non è più tornato. Meroni abitava lì vicino, al civico 53. Dopo la partita con la Sampdoria la squadra s’era riunita, avevano cenato tutti insieme in corso Vittorio Emanuele. Poi Fabbri, l’allenatore, aveva dato il ‘rompete le righe’ e ognuno aveva preso la propria strada. Solo che Meroni non aveva le chiavi di casa: allora chiama Cristiana, le dice di scendere, di aprirgli il portone. E con lui rimase anche Poletti, il terzino. Il buio pesto di Torino li avvolse mentre i due tornavano a casa, il buio prese anche un’auto che sfrecciava in direzione opposta e che li prese in pieno. Poletti si fratturò una gamba, Meroni fu travolto a terra. Poi arrivò una seconda vettura: non ebbe scampo.

LA VITA DI GIGI

Gigi nasce a Como il 24 febbraio del 1943, proprio lì inizia la sua carriera, proprio lì si sviluppa la sua passione per il calcio. I pomeriggi passati nel campetto dell’oratorio di San Bartolomeo gli rimarranno dentro: giocava con la squadra locale, la Libertas.

Meroni cresce così: nel vivaio del Calcio Como vi finisce con il fratello amato, Celestino. Ma la sua storia in casa termina relativamente presto: a 19 anni lo prende il Genoa, un talent scout s’innamora di lui. Tale Aldo Dapelo, informatore di Gianni Brera e intenditore come pochi di ‘pallone’: l’aveva preso dal Como per 40 milioni, a sua volta Meroni gli era stato suggerito dal dottor Cappelli, il tecnico dei lariani. Pochi mesi prima? Gigi aveva perso il posto al Vicenza: non ne era all’altezza secondo il tecnico Manlio Scopigno. Roberto Lerici era stato bravo a scovarlo: peccato che dopo qualche settimana fu pure licenziato.

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Insomma, alla fine la storia si conclude al meglio. Cioè più o meno: perché nel primo anno genoano Meroni non ebbe molta fortuna. E la colpa fu di Renato Gei, il suo allenatore che preferiva sempre il più esperto Bean. O al massimo il brasiliano Germano.
Ma il calcio, si sa, è fatto di istanti: uno in particolare volle l’argentino Santos sulla panchina dei rossoblù. Con Gigi fu un istante: lo lanciò in orbita, ne capì il talento e il temperamento. Il destino sorrise al comasco che lo ripagò con un rapporto di fiducia enorme tra i due. Fino ad andarsene con lo stesso desiderio nel cuore: non separarsi. Che vuol dire? Santos andò in Spagna, questioni di vacanze. Gli avevano assicurato che Meroni non sarebbe stato venduto, ma il mercato è l’anticamera delle illusioni e il Genoa ci stava pensando. Ultimo giorno, Hotel Gallia: Berrino è il presidente del Toro, dopo un paio di visite di cortesia si dirige verso la stanza riservata al Genoa. Vuole Meroni e lo vuole subito. Prezzo? I liguri sparano altissimo: 300 milioni. Detto, fatto: il talento passa al Toro. E piazza De Ferrari di Genova, appena ascoltata la notizia, si aizzò contro la dirigenza: Gigino era il beniamino, l’uomo che avrebbe riportato la squadra in alto. Santos era furioso, salì in macchina per raggiungere Genoa: aveva intenzione di dare le dimissioni. Troppo nervoso per affrontare quel viaggio, però: la sua auto finì contro un albero. E Genova non la rivide mai più.

I 300 MILIONI

L’uomo da 300 milioni. Che esagerazione per quei tempi, ma mai per quel talento. Orfeo Pianelli divenne il ‘Bonaventura’ del calcio italiano: andava avanti con i contratti più belli, lunghi e pazzi di tutti. Proprio il personaggio di Sergio Tofano. Ma lui era scaltro, furbo: ragionava da imprenditore. E Meroni faceva gola a tanti, Juventus soprattutto. Si dice che Gianni Agnelli, per questo passaggio, rimase seriamente addolorato: chiamò subito Giordanetti e gli manifestò il suo tormento. Ma Giordanetti, juventino convinto, ricordò al numero uno bianconero che il business resta business: toccava andare a vedere qualche partita del Toro in più, caro Avvocato.

Più tardi si scoprì che l’affare andò a monte perché Pianelli chiese tempo per pensarci su, mentre la Juventus si tirò indietro: perché se il presidente del Toro stava meditando, la dirigenza bianconera doveva ripararsi dall’attacco dell’opinione pubblica. Già ‘La Stampa’ aveva denunciato l’atteggiamento dei bianconeri: Agnelli non voleva apparire come il capobranco, come la grande che inglobava in sé il talento degli altri. Meroni finì allora al Torino, ma chi vi trovò? Edmondo Fabbri, lo stesso uomo con cui ebbe modo e motivi di scontrarsi in Nazionale: perché per giocare con l’azzurro serviva tagliarsi capelli e barba. Non proprio da Gigi.

L’ALTRO GIGI

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Sì ma che voleva dire? Meroni era un anticonformista, non vestiva bene ma vestiva quel che gli andava. Viveva in una mansarda con Cristiana, donna divorziata di un regista allievo di Fellini. Amore puro, il loro. Un amore che Gigi aveva attribuito anche al suo portafortuna: un teschio che custodiva gelosamente sul suo comodino. Insomma, sui generis in quel periodo, probabilmente lo sarebbe stato anche in questo.

Meroni era un ‘capellone’, ma un bravo ragazzo. Uguale agli altri. Si disegnava i vestiti e li portava personalmente al sarto seguendone la confezione. E poi dipingeva, ma non si definiva artista. Del calcio gli interessava il giusto: amava Sivori ma non l’imitava. Era Gigino per tutti e tutti gli volevano un gran bene.

L’episodio più bello? Lui era il beniamino dei tifosi, ma soprattutto del presidente. E a Pianelli non piacevano i ragazzi con i capelli lunghi, con la barba, con i vestiti stravaganti: non poté sopportarne neanche i fac simile che arrivarono dopo, diceva che non ne erano all’altezza. Eppure a Meroni permetteva tutto.
Un giorno, Meroni disse che se il presidente stesso gli chiedesse di ‘recidere la chioma’ o di radersi, lui l’avrebbe fatto all’istante, senza aspettare un minuto.
Pianelli lo guardò, si commosse e non gli rispose. Aveva già capito tutto. Aveva già capito il suo genio. Ma non aveva compreso il destino di Meroni: unico fra tanti, in campo e fuori.

 

 

 

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