Gino Bartali, il ciclista dal cuore immenso

La vita di Gino Bartali è il racconto preferito di generazioni di padri, di amanti dello sport e della vita: è che insegna il rispetto, l’amore per il lavoro, la tenacia e la perseveranza. E poi insegna a far del bene, a prescindere dal tuo conto in banca o dalla fama che tu possa aver incamerato in anni e anni di lavoro.

Insomma: è qualcosa che resta, anche a più di quindici anni dalla scomparsa del ciclista, dell’uomo, del mito. Gino nasce infatti a Ponte a Ema, era il 18 luglio del 1914: è stato un grande campione di ciclismo, oltre ad aver segnato la propria storia come un campione di umiltà. E di umanità.

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Già da piccolo la vita lo mette a dura prova: la famiglia è una di quelle toscanacce, ma attorniata da povertà e dalle poche possibilità che la guerra ha lasciato in eredità. A 12 anni, Bartali deve abbandonare gli studi: troverà lavoro come aiuto meccanico, per tre giorni alla settimana, in una piccola officina di biciclette. Guarda un po’ il destino: era il 1926, 5 anni più tardi prende il via la sua avventura in bici. Quattro anni più tardi, arriva pure la fama: vince il campionato italiano. E come se non bastasse, fa sospirare tutta Firenze con il quarto posto alla Milano-Sanremo.

Sono gli anni migliori, i più belli. Che ovviamente fan da preludio alle grandissime vittorie: nel 1936 è subito iridato, è subito Giro d’Italia. L’anno successivo? Non può non ripetersi. È il protagonista assoluto di un movimento che in Italia stradomina quotidiani e rotocalchi: a poco più di vent’anni, è più conosciuto del re. Nonostante venga continuamente definito ‘polemico, chiuso e scontroso’. Insomma: il solito ‘Ginettaccio’.

Eppure in Italia fan tutti il tifo per lui. Nel 1938 c’è il Tour de France: mezzo paese, forse più, freme per conquistare finalmente quella vittoria che rende sempre orgogliosi, un pizzico in più del normale. E poi, è l’unica corsa a cui partecipano le squadre nazionali. Manco a dirlo, l’Italia è il dream team: e le aspettative vengono tutte ripagate.

Due anni dopo, la storia purtroppo non si ripete. E lo stesso ‘Giro’ va al giovane gregario della sua squadra: è Coppi a godersi la ‘Rosa’, salvo quindi cambiare squadra e diventare leader della Bianchi.

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Ma sono anni convulsi, quelli. Sono anni in cui Bartali corre poco, perché i pericoli sono enormi, e in Italia c’è spazio solo per la distruzione. Una flebile speranza la porta però proprio Gino: tra il settembre del 1943 ed il giugno del 1944, il corridore si fa carico di tanti, tantissimi gesti di carità pura. Trasporta documenti falsi all’interno del telaio della sua bicicletta, l consegna ad una stamperia vicino Assisi: qui venivano utilizzati per creare i lasciapassare per gli ebrei. I numeri sono clamorosi: più di 800 ebrei salvati da quei due pedali. E da quel cuore enorme.

Basterebbe questo, a raccontare Bartali. Oltre il Giro della rinascita del 1946, quello in cui torna alla vittoria – la terza – davanti ad un pubblico ancora estasiato dalle sue infinite doti. Ma è nel 1948 che avviene il suo miracolo sportivo: il 14 luglio è l’unico italiano in gara nel Tour de France. Gino ha un ritardo di 21 minuti su Bobet, ma continua a salire, ad accelerare, a farsi forte pedalata dopo pedalata. Supera le montagne, poi il colle dell’Izoard: stacca tutti. E vince la Cannes-Briançon. Venti minuti di ritardo diventano venti minuti d’anticipo sui francesi. Una leggenda entrata di diritto nel cuore di tutti.

Del resto, Gino le pieux (come lo chiamavano i francesi, ossia ‘il pio’), è sempre stato lì, sopra tutti, solo al comando. Qualsiasi cosa gli sia capitata, ha sempre reagito in un modo solo: pedalando. E puntando il traguardo successivo. Insegnamenti di vita…

 

 

 

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  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Wikipedia
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Noske, J.D. / Anefo
  2. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Gahetna