I fratelli Abbagnale hanno raccontato un pezzo di Italia

Carmine e Giuseppe. Giuseppe e Carmine. Sempre insieme, perché poi così si fa quando si è una squadra: si condivide tutto. Nel loro caso, addirittura il sangue. E un cognome, che dopo qualche vittoria iniziò a girare casa dopo casa, tifoso dopo tifoso, appassionando attraverso dinamismo, forza, determinazione.

Erano un esempio, gli Abbagnale. Carmine era il prodiere, Giuseppe il capovoga: con il timoniere Giuseppe Di Capua, che puntualmente finisce in acqua e viene preso di mira perché più piccolo, finiranno per formare un pezzo di storia sportiva azzurra. Mai stata banale.

Sono affiatati, sono vincenti, non hanno paura di nessuno. Ancor meno di diventare grandi. E allora, quei sette titoli mondiali sono difatti una dolce conseguenza del duro lavoro. E i tredici anni insieme, una vera e propria impresa: perché nel canottaggio, tenere così duro, essere costantemente a quei livelli – e restarci insieme – non è qualcosa che vien naturale, spontaneo. Niente di scontato, insomma.abbagnale-1

Si costruisce, lo si fa con il lavoro e la voglia continua di migliorarsi e di diventar grandi. Come lo divennero nel 1984, con la prima vittoria olimpica parallelamente alla storia di Vincenzino Maenza. Le coincidenze dello sport, mai casuali.
Come lo divennero quattro anni più tardi, come lo sfiorarono nel 1992 – con tanto di ‘beffa’ – quando erano primi a due terzi di gara e vennero superati da in una manciata di metri dai fratelli Searle. Avversari in tutto e per tutto. Pure sui rotocalchi.

Papà Vincenzo, il giorno precedente al primo titolo del 1984, era stato chiaro: “Va bene sognare, ragazzi. Ma ora tornate a casa che c’è da raccogliere le patate…”. Il tutto s’era colorato di una risata fragorosa, serena, vera. Proprio come Vincenzo Abbagnale, l’uomo che ha educato due campioni venuti dal nulla della terra: coltivatori diretti prima, esattamente come il padre. E perennemente preoccupati per l’economica familiare.

 

Chiaro: nessuno è tornato poi a coltivare il terreno alle porte di Napoli. Tranne papà Vincenzo. Ma l’insegnamento resta, si fa forte, vivo. E si tramanda. Di generazione in generazione. Da Vincenzo ai ‘Fratelloni d’Italia’, così battezzati da Giampiero Galeazzi, definito ‘mentore mediatico’ del duo napoletano. Fino ad arrivare a Vincenzo Abbagnale Junior, classe 1993, figlio di Giuseppe. Non a caso porta il nome del nonno, l’uomo dei valori, di chi ha sacrificato tanto per permettere il sogno sportivo ai propri figli. E dell’orgoglio nel vederli trionfare sul tetto olimpico.

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Vincenzo junior ha già vinto, è già diventato Campione del Mondo. Di nuovo nella ‘due con’, che oggi non è più tra le discipline olimpiche. L’ha fatto ancora in Corea del Sud, venticinque anni dopo l’oro del padre e dello zio. No, non è finita per gli Abbagnale: pare sia appena incominciata, nonostante qualche intoppo e una piccola squalifica subita dall’ultimo arrivato. La dinastia non è solo roba da film e cavalieri: in uno sport così nobile, così possente, sa resistere agli urti della vita e del tempo che passa.

L’Italia della canoa resta una spanna superiore agli altri, almeno in Europa. E deve tutto ai fratelli Abbagnale, alla loro prole, ai loro sogni. Se c’è sacrificio e lavoro, c’è anche una ‘prua italiana in vantaggio’. Chissà se ci sarà un altro Galeazzi ad urlare per le generazioni future. Quel ch’è certo è che ci sarà un altro Abbagnale sul tetto del mondo. Ancora per molto, moltissimo tempo.

 

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