Il Grande Torino non morirà mai

Non è giusto. Non è giusto pensare al Grande Torino e ricollegarlo a Superga, e solo a questo. Non è giusto non sapere la storia di una delle squadre più forti di sempre e banalizzarla, normalizzarla, non renderle il giusto merito.

I granata non erano solo un solido arsenale, indomabile palla al piede: erano una famiglia che col calcio aveva costruito le proprie fortune, quelle di una città intera. Una città che era finalmente uscita fuori dal bianconero e fattasi granata, dalla punta dei capelli fino all’ultima parte di un corpo straordinario.

Non è giusto quel che è accaduto il 4 maggio del 1949, in quel triste, brutto, uggioso pomeriggio di 68 anni fa. Quando un boato inaudito portò via gli eroi dell’Italia intera, e lo fece così: bruscamente. Rendendo leggenda quel che restava di una storia pazzesca.

Nessuno potrà dimenticare quel che accadde alle 17.05 di quel giorno. E nessuno potrà mai non ritornare con le parole, le immagini, a quel guasto all’altimetro, allo schianto contro la Basilica di Superga. Agli occhi di Vittorio Pozzo quando dovette procedere al riconoscimento dei suoi ragazzi.

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I giocatori Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert e gli allenatori Egri Erbstein, Leslie Levesley, il massaggiatore Ottavio Cortina con i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti ed Ippolito Civalleri. Morirono inoltre tre dei migliori giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa) ed i membri dell’equipaggio Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi e Antonio Pangrazi.
Questi, tutti i nomi. Parte attiva di una storia struggente, sì: ma con dei tratti stupendi.

Tutto ebbe inizio dieci anni prima. Era il primo Toro di Ferruccio Novo, che acquistò il Torino dall’ingegnere Cuniberti. Fu lì, la svolta: Janni, Ellena e Sperone come unici collaboratori, Piacentini e Ossola come primi acquisti di un’era che si annunciava scoppiettante. E, primo anno a parte, lo fu davvero.

Stagione 40/41, settimo posto. Tony Cargnelli in panchina poté infatti godere solo del fuoriclasse Ossola (già capocannoniere con 15 reti in 22 partite), ma aspettava di meglio. Aspettava ad esempio un gruppo solido di italiani, forti e dediti al lavoro. Detto, fatto: nell’estate della rivoluzione, arrivarono Menti II, Ferraris II da Fiorentina e Inter. E per la prima volta, qualche juventino accettò la corte del Toro: Bodoira, Borel e Gabetto, il Barone. Ah, Cargnelli fu sostituito da Kutik. Piazzamento? Secondo. Ma con il miglior attacco.

Niente, quei tre punti dalla Roma proprio non ci volevano. Novo non era in sé: nell’estate successiva, ecco Loik e Mazzola dal Venezia. E poi Grezar dalla Triestina. In panchina? Janni, suo collaboratore, e quindi roba sua in tutto e per tutto.
È una stagione strana, quella che ha inizio nel 1942. Si parte male, tra Inter e Livorno: poi la svolta nel derby. Alla fine, è testa a testa contro i toscani: fortissimi, ma senza un fuoriclasse come Mazzola. Manco a dirlo, subito decisivo.

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Erano 15 anni che il Torino non vinceva uno scudetto. Fu il primo dei cinque consecutivi, arrivato assieme ad una Coppa Italia da record: cinque vittorie su cinque incontri. 20 gol fatti, 0 subiti.

Nel 1944, la guerra distrusse tutto. Pure il calcio, con il campionato diviso in due gironi: preso il nome ‘Fiat’, i granata poterono schierare anche Silvio Piola tra le propria fila. Ma non bastò: vinse La Spezia, sconfiggendo i ragazzi di Novo proprio in finale.

Fu chiaramente un anno di transizione: perché poi, tutto tornò alla normalità. Lentamente, ma lo fece. E velocemente, il Toro riprese saldamente il comando delle operazioni: terzo scudetto della storia – secondo dell’era Novo – e Juve battuta nello scontro diretto del girone, nella penultima giornata. L’epilogo fu da applausi: nove reti al Livorno, bianconeri bloccati sul pari a Napoli.

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Un successo che provocò soltanto più fame ai torinisti: nel 46/47, Mazzola e compagni riuscirono ad ottenere 16 risultati utili consecutivi, di questi addirittura 14 vittorie. Altro giro, altro tricolore. Ah, per gli amanti dei numeri, l’attacco quell’anno risultò stellare: 104 reti segnate, quasi tre gol a partita di media. Mazzola che a fine anno conquistò la palma di capocannoniere.

Ma non fu quello, il miglior Toro di sempre: l’anno successivo, i granata sbaragliarono concorrenza e vecchi record. In ordine: massimo punteggio in classifica (65 punti in 40 partite), massimo vantaggio sulla seconda (16 punti a Milan e Juve), miglior vittoria in casa (10-0 all’Alessandria), record di 29 vittorie su 40 partite, 21 partite senza mai perdere (e di fila),  maggior numero di punti in casa, 39 su 40; 19 partite vinte su 20 al Filadelfia; maggior numero di reti segnate, ben 125; minor numero di reti subite, solo 33.

Ecco: una bella storia, per l’allenatore Lievesley, che l’anno successivo si trovò ad affrontare Inter e Milan in vestiti diversi, ma anche un Genoa niente male. A pari merito, infatti, ci sono proprio i rossoblù a metà stagione: poi l’Inter sale, e così il Milan. Il 30 aprile a San Siro, il Toro riesce però a bloccare i nerazzurri sullo 0-0. È quasi fatta.
Ma sarà anche la loro ultima partita in campionato, l’ultima apparizione del Grande Torino.

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Perché il 3 maggio ci sarà l’amichevole a Lisbona. E perché il 4 maggio sarebbero ritornati in aereo, nonostante il tempaccio. Non ci riuscirono, maledetta sfortuna.
Ma il ricordo, di quel talento e quelle annate, non morirà mai.

 

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  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Flickr da FONDAZIONE ISEC
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