‘Vincere lo scudetto’, opera a cura del Verona di Bagnoli

Di tempo non n’è passato neanche tanto, perché i ricordi restano ancora forti e vivi in chi ha la possibilità di riviverli con le emozioni di un tempo. Ecco: c’era un tempo in cui la Serie A possedeva talenti ovunque e comunque, da Maradona a Napoli a Rumenigge all’Inter, da Zico clamorosamente all’Udinese fino a Falcao alla Roma, al Pallone d’Oro Platini in bianconero. L’Italia dominava il calcio e il calcio si lasciava dominare dall’Italia: in quegli anni presidenti e tifosi decidevano il bello e il cattivo tempo della disposizione europea ‘pallonara’. E grossi squilibri non erano previsti: c’erano sempre sette squadre a contendersi il titolo finale.

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Nessuno allora poteva aspettarsi che nell’estate del 1984, a Verona, arrivarono due giocatori: il tedesco Briegel e il danese Larsen. Un terzino e un attaccante, chiamati a giocare un campionato più che dignitoso con l’Hellas. Una squadra dura da affrontare, sicuramente una piccola corazzata in grado di far punti con chiunque. Ma era tornata da poco in A, e nonostante la fulminea qualificazione in Uefa e la finale di Coppa Italia (persa contro la Roma) nessuno s’aspettava un altro campionato di vertice. Eppure, c’era già chi ci credeva.

Il Verona non s’impegnava per le prime pagine, lo faceva in campo e pure bene. Era diventata La Provinciale: quella con un grande pubblico, i due nuovi pupilli della curva e con quell’Osvaldo Bagnoli di poche parole ma tantissimi fatti. Che ridurlo al solo ‘pragmatismo’ di cui si fa portavoce è uno schiaffo alla memoria, così come ridurre quel Verona all’ennesima stagione dall’altra parte della classifica. È che c’erano tutti, ma proprio tutti gli ingredienti per creare qualcosa di magico, di unico, d’irripetibile. No, senza volare così in alto come poi fece la realtà.

LA SQUADRAverona-bagnoli

Ma Bagnoli aveva il Verona dentro: vi era arrivato la prima volta nel 1957, l’aveva fatto da calciatore. Arrivato dalla periferia di Milano, nasce e cresce nel quartiere della Bovisa. Da lì ha giocato nell’Ausonia, una storica squadra giovanile milanese. La svolta? Nell’estate del 1981: Celestino Guidotti, grande presidente dell’Hellas Verona, dopo avergli parlato decide che è l’uomo giusto per guidare la sua squadra. Le promesse son tante: grande mercato, grande squadra, tranquillità finanziaria finché vorrà. E Bagnoli si fa trovare pronto, al primo anno ottiene la promozione e poi, l’anno successivo, arrivò a conquistare la qualificazione in Coppa Uefa. Pazzesco per gli standard di quei tempi.

Non era ancora il Mago della Bovisa, però s’intravedevano già le sue caratteristiche: c’era un pragmatismo tattico a tratti esasperante, pochi fronzoli perché il calcio è davvero semplice. Riusciva infatti a ridare nuova linfa a calciatori ormai in dirittura d’arrivo nelle proprie carriere. Del resto adottava gli unici due modi per combattere gli strapoteri finanziari dell’epoca: ha puntato su fortissimi giovani dando loro del tempo per maturare, e poi è andato a pescare gli scarti delle grandi, quelli che avevano ancora un sacco da dire. Esempi? Il tecnico puntò fortissimo su Tricella dell’Inter, Di Gennaro e Bruni che arrivavano dalla Fiorentina. Quindi Galderisi e Fanna, soltanto panchinari (e che panchinari!) della Juventus. Insomma, giovani promesse maturate male, giovani che ancora devono formarsi. E poi? Poi i due stranieri: il terzino e l’attaccante, il tedesco e il danese. Nel 1984 Verona si sveglia con una squadra importante e ambiziosa. Ma il sogno non finirà mai.

LA CAVALCATA

La rosa dell’Hellas però ha subito qualche difetto: ci sono solo 17 giocatori, poi Bagnoli non ha voluto staff. Fa tutto lui: preparazione, schemi e parte ‘psicologica’. Ha soltanto un vice allenatore, che prega più di tutti che nessuno si faccia male. Perché quei 17 son pochi anche in quegli anni, anche per una squadra giovanile: non può esistere un gruppo che punta all’Europa con così misere unità. Ma si parte, in qualche modo il Verona inizia a carburare. E Bagnoli, a fine anno, ammetterà: “Pochi infortuni e mai in contemporanea, non potete capire la fortuna…”.

Ma sì, l’abbiamo capita. E abbiamo capito pure che senza grosse stelle l’importante diventava essere una squadra, puntare sul collettivo. Dopo qualche partita già nove giocatori avevano timbrato il cartellino: i due centravanti ovviamente arrivano a più gol di tutti a fine anno, 11 centri per Galderisi e poi Briegel marcò per ben 9 volte. Complementari. E il Verona schizza in testa sin dall’inizio del campionato. E la Juventus di Platini, quella dei campioni e senza Galderisi, finì per non tenere il ritmo; non come Rummenigge e la sua Inter, che provarono a tenere ma alla fine dovettero arrendersi. L’Italia dovette per forza di cosa arrendersi all’idea che Verona, la Fatal Verona, era diventata ormai parte integrante delle sorelle del campionato. 

“Il Verona gioca un calcio tradizionale, che noi facciamo pressing lo leggo sui giornali. Io in campo non l’ho mai notato, mi chiedete una ricetta che non so”. Ecco: poche parole spiegano il Bagnoli sotto la luce dei riflettori.

PERCHE’ FU UN’IMPRESAbagnoli-scudetto

Il mister continuava a ripetere che lui, di nuovo, non aveva inventato un bel niente. Il terzino faceva il terzino, il mediano giocava in mediana: lo ripeteva spesso con il suo modo di parlare, tra il milanese di casa e il veronese d’adozione. Il 12 maggio 1985, in ogni caso, l’Hellas Verona giocò a Bergamo contro l’Atalanta: bastava un pareggio per festeggiare lo scudetto addirittura con una giornata d’anticipo. Quel pari già scritto non poté non arrivare.

Perché fu un’impresa? Perché dopo Cagliari e prima della Samp, quello dell’Hellas è il meno atteso di tutti. I rossoblù avevano Gigi Riva, il centravanti della Nazionale e tra i giocatori italiani più forti di sempre. E poi la Samp di Mantovani era una delle società più ricche, oltre a Vialli e Mancini, ai ragazzi splendidi di un’altra cavalcata tra le più importanti della storia.

 

Dulcis in fundo: vincere negli anni ’80 voleva dire battere Platini, Maradona, Rummenigge. Era l’impresa delle imprese, era vincere contro i colossi Milano e Torino, contro il talento di Napoli e contro mezza Italia che rincorreva un sogno. Un po’ come il Leicester, ecco: una squadra partita per salvarsi (ben meno quindi dello stesso Verona) e alla fine arrivata in alto grazie alla presunta normalità del suo tecnico.

Bagnoli rimase ad allenare il Verona fino al 1990, di lì l’Hellas retrocedette e praticamente fallì. Dopo una semifinale in Coppa Uefa con il Genoa (e vincendo con un’italiana per la prima volta ad Anfield) e una piccola parentesi all’Inter culminata con il secondo posto, Osvaldo terminò la sua carriera a soli 59 anni, un po’ ripudiato e un po’ stancato del e dal calcio. È rimasto a Verona, però: perché i ricordi vanno tenuti in casa. E Bagnoli ne ha tantissimi, e di bellissimi.

 

 

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