Può essere Lorenzo Insigne il prossimo ’10’ del Napoli?

Di certi giorni, l’estate s’impossessa. Lo fa come se sapesse, come se capisse, come se non potesse far altro che percepirlo: quella non è affatto un’alba come un’altra. O meglio, può sembrarlo: ma c’è troppa gioia nell’aria, troppa frenesia. E allora si mette al passo di uomini e città, di umori e sensazioni. E lo fa senza fretta: prendendo i suoi tempi. Gustandosi il lampo di un caffè, di una sigaretta sospesa. Tra il suono fragoroso di certi attimi.
Oggi ha preso Napoli, la primavera: l’ha resa usuale capolavoro, scontata cartolina, bellezza mozzafiato. Ha riempito le stradine urlanti, le discese ripide, i pensieri fissi. E poi ha consacrato i momenti, spostando il sole, la luce, tutta se stessa nei pressi di Castel Volturno: questa mattina splendeva uno dei suoi figli, il più fulgido degli azzurri per storia e determinazione. Voleva premiarlo: non nasconderlo tra il grigio del contorno. Voleva assicurarsi che fosse un giorno così, di sole e primavera. Perché non ne meritava uno diverso.

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Chissà quanto di questa luce avrà preso, Lorenzo Insigne, tra le campagne e le strade di Frattamaggiore. Chissà quanti ricordi sono riaffiorati, tra l’odore del verde e la sincera commozione di suo padre. Lui sì, sempre al suo fianco. Soprattutto nei momenti di maggior bisogno, quando tutto vacillava e le speranze si contorcevano nelle folate di un’annata strana, bella e particolare. Per Lorenzo, benedetta da qualcuno che gli ha voluto un gran bene; per il Napoli, sempre alle prese con l’ennesima rincorsa ai vecchi fantasmi.

No, non li han presi, neanche quest’anno: ma tutt’attorno, quel che sembrava potesse perdersi, in realtà è cresciuto. S’è fatto enorme. Come le promesse e le premesse di un finale di stagione degno di tale aspettative, di una così forte carica. Insigne non è più uno scugnizzo, un ragazzino terribile: s’è fatto uomo. E De Laurentiis l’ha capito: ha aspettato, fatto il suo gioco, cercato margini. Da buon intenditore, giocato con e sui cuori. Poi però le parti han fatto ciò che dovevano, che si pensava: si son viste a metà strada, sorridendo.

Insigne però non l’ha dato mai per scontato: lo confermano vecchie dichiarazioni, voci di corridoio, i mille sguardi diversi di quest’annata. Con l’amore, lui, non ha mai giocato. E per lunghi tratto è sembrato un fedele e pazzo innamorato intento ogni sera a lanciare pietre alla finestra del Napoli: che no, non s’affacciava. Né accennava ad uscire, mentre tutto intorno si raccoglieva tra attesa e partite a ripetizione. Col cuore in gol…a, insomma: toccava sempre andar avanti, far sue le mezze parole e non lasciarsi toccare da chi chiedeva, comandava, insinuava.

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Poca roba, a dirlo: altra storia è stato farlo. Ma la crescita dell’uomo Lorenzo è passata anche da qui: da una sorta di sofferenza interiore, dal lasciarsi scorrere euforia e apprensione. Dal non farsi carico di mille situazioni che non avevano nulla – o poco – a che fare con il campo.

È una svolta: che non vuol dire soffrire di poca empatia, anzi. Significa essere un campione, indipendentemente da tutto il resto. Significa possedere quella maglia, farne una seconda pelle. E – perché no? – anche rispondere ai mugugni di chi non voleva proprio capirlo. Ora il 2022 è lontano, per fortuna: pensate a quanti altri giorni di estate l’aspettano.

Dunque, in definitiva: può essere Lorenzo Insigne il futuro numero 10 del Napoli? Sì, può e forse dovrebbe anche esserlo. Chiaro: non è una stagione a farti cotanto simbolo di cotanta squadra (per cotanta città). Ma è la storia che dovrebbe permettere alle altre mille sfumature di ergersi. Tradotto: Maradona stesso dovrebbe consegnare la numero 10 a Lorenzo Insigne. Solo così il cambio di prospettiva potrebbe avvenire: Diego e Lorenzo, due facce simili ma completamente diverse.

E se c’è qualcuno che lo meriterebbe fino in fondo, questi è sicuramente un napoletano verace come il Magnifico. Che aspetta, spera. E forse, prima o poi, qualcosa riesce a portare a casa.

 

 

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  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Clément Bucco-Lechat
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