Italia-Germania 4-3, la partita del secolo

Presupposto: l’Italia era forte, fortissima. Non era tra i favoriti, però. Perché i campioni d’Europa in carica dovevano comunque cedere il passo a quel Brasile pazzesco. Era il Mondiale di Messico, era il 1970, e le ambizioni si scontravano contro la ‘canarinha’. In ogni caso, i sudamericani più intriganti restavano gli uruguaiani, freschi della vittoria in Copa America. E poi c’era l’Inghilterra: aveva vinto 4 anni prima, voleva ripetersi. Insomma: quell’edizione dei Mondiali era passata alla storia per la vittoria della squadra di Pelé e formidabili compagni, ma è stata resa eterna dalla partita che per la critica mondiale è diventata la più avvincente di tutti i tempi. Italia-Germania 4-3.

Un’Italia tipicamente italiana affrontava l’organizzazione di uno Stato sovrano, ma per alcuni era la vittoria del coraggio, degli eventi, e soprattutto del riscatto: quanto accaduto nella nostra penisola tra il 1943 e il 1945 era ancora – e per sempre lo sarà – nella mente ben impressa degli italiani. Non era una semplice partita, era uno spaccato di storia che provava a rifugiarsi in novanta minuti di calcio: ecco, è diventata leggenda. Per il modo in cui i fatti si sono susseguiti e per tutte le coincidenze che probabilmente non posso essere considerate tali. In ogni caso, la storia era già di per sé di difficile comprensione: un pallone ha aiutato a comprenderla. Oggi, allo stadio Azteca di Città del Messico c’è una targa che commemora “Italia y Alemania, el partido del siglo”. E’ la partita del secolo, e per tutti questi motivi.

partita-secolo

Prima del 17 giugno 1970

Il 17 giugno del 1970 c’erano 102mila spettatori sugli spalti, altri centinaia di milioni su questa Terra erano collegati in Mondovisione: in palio c’era un posto in finale, dove il Brasile – che in semifinale ha sconfitto per 3-1 l’Uruguay nell’altro confronto di semifinale – aspettava di conoscere contro chi dovrà scendere in campo per giocarsi la Coppa Rimet. 16 precise, è un mercoledì, c’è caldo. Un caldo torrido, che però non si sente. In Italia resta tarda sera e nessuno è andato a letto.

Italia e Germania sono arrivate in semifinale, ma i percorsi sono stati diversi: la Germania ha avuto una storia netta, partita nel gruppo 4 in cui è opposta a Perù, Bulgaria e Marocco. Gioca a Leon, Messico centrale: e soltanto i marocchini prova il brivido di colpire i panzer tedeschi, che vincono ugualmente per 2-1. Dal canto proprio, l’Italia non ha convinto. Né vinto sempre, poi. Tra Puebla e Toluca, gli Azzurri hanno portato a casa il girone grazie a Domenghini e alla sua marcatura contro la Svezia, e poi appena due pareggi: 0-0, ancora, contro Uruguay e Israele. Il gioco frammentario era vittima delle poche idee: il girone è arte di mestiere, e soprattutto frutto di una difesa impermeabile. “Sembra una cassa di risparmio”, titolano i francesi. Mai parole furono più sbagliate, soprattutto quando arriva la fase a eliminazione diretta: Riva si è ormai sbloccato, lo fa grazie a una doppietta pazzesca con cui l’Italia supera i padroni di casa del Messico. 4-1.

E poi la Germania

L’impresa però è quella della Germania: davanti ha l’Inghilterra, iridata e costruita nuovamente per vincere. Nei quarti di finale si rivede la finalissima di quattro anni prima: i tempi supplementari decidono che sarà la zampata del solito Muller a serrare le fila tedesche. 3-2 e tanti ‘danke’ sparsi. Ma soprattutto: la temibile Italia in semifinale.

Eccola, ha inizio la partita del secolo: l’arbitro è il messicano Arturo Yamasaki, robe di influenze asiatiche. E la partita? Non è bella. E’ avvincente. Ma non è bella. Dopo otto minuti va in gol però Boninsegna, e gli azzurri sono avanti. Lasciano tanto spazio agli avversari, quindi ripartono in contropiede. Albertosi – preferito a Zoff – è spettatore non pagante: la Germania non fa nulla, Valcareggi ride sotto i baffi. L’Italia è pronta a proiettarsi in finale, son passati due minuti dal novantesimo. Fatali. Dal limite sinistro dell’area azzurra Graowski crossa teso in mezzo: sul pallone va Schnellinger, lasciato incredibilmente libero. Colpo in spaccata, minuto 93, tutto da rifare. Gol tedesco. Eh.

Quei supplementaririvera

Ecco, si va ai supplementari: tutto veramente da rifare. Rivera era già dentro per la staffetta con Mazzola, adesso Valcareggi butta nella mischia Poletti. Beckenbauer e la sua fascia al braccio tengono botta: si era lussato una spalla, sarà il migliore in campo. Ed è lui a iniziare l’azione del 5’ del primo tempo supplementare, quando Poletti colpisce debolmente e lancia uno sguardo di falsa intesa ad Albertosi. Che esce, ma male: ne approfitta Muller. E la Germania è avanti, e l’Italia è esausta.

Nel 99% dei casi, una squadra mollerebbe il colpo e lascerebbe andare la gamba. Non l’Italia: punizione dalla tre quarti di Rivera, che diventa cross al centro, che beffa Held, che porta Burgnich al tiro. Il difensore approfitta della situazione e mette in rete il 2-2. Pazzesco. La clessidra parla di tempo quasi finito, Yamasaki ha il fischietto alla bocca: e poi? Domenghini viene lanciato da Rivera. In mezzo, ancora, per Riva: sinistro e boom. 3-2 e il diagonale più bello e preciso che ci sia.

E’ un gioco di nervi clamoroso: a farne le spese Albertosi, con la sua disattenzione che genera il calcio d’angolo. Sulla deviazione di Muller, Rivera non libera: resta immobile e la palla gli sibila sul fianco destro. Gerd Muller la mette dentro, incredibilmente: è la decima in tutto il torneo.

Gianni, fenomeno, Rivera

Rivera è una maschera di delusione. Sente addosso tutta la pressione di quella scelta sbagliata. Non può fermarsi qui il suo Mondiale: e infatti non accadrà. Facchetti lancia Boninsegna, l’out è quello mancino. L’attaccante va sul fondo e prova a crossare: lo scontro di forza con Schulz gli dà pure ragione e la palla al centro per Rivera, che corre e vuole arrivarci. Che corre e c’arriva. Che corre e fa gol, di piatto destro e pura intuizione. Boninsegna quasi fa il 5-3 subito dopo. Nel frattempo, minuto 120 e fischio finale. L’Italia è in finale: perderà contro il Brasile più forte della storia. Ma che emozioni.

1970

 

 

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