La prima vittoria dell’Italia al 6Nazioni

Non credete mai a ciò che vi dicono: le favole esistono, eccome. E non scoraggiatevi mai, neanche se davanti doveste trovarvi i campioni del mondo e voi foste solo alla prima, timida, ma storica apparizione in un torneo che ha oltre un secolo di vita.

Può finire che la vinciate, quella sfida. Con voi stessi e con chi vi sta davanti. Come in quello storico 5 febbraio del 2000: quando l’Italia del rugby debutta nel 6Nazioni. E lo fa contro la Scozia, vincitrice dell’edizione precedente. E lo fa con rabbia, forza, talento. Trionfando: un successo da 34 punti, 34 passi, 34 sospiri in grado di scacciare la paura di non essere abbastanza, l’ansia di dover indietreggiare ad ogni attacco subito. 34 attimi entrati di diritto nella leggenda degli azzurri e degli italiani che amano questo sport.

Roma s’era colorata a festa, come non le capita poi così spesso. Il Flaminio aveva appena finito di tirarsi a lucido e di indossare il vestito migliore: 23mila spettatori, settemila scozzesi, altri migliaia di curiosi incollati davanti alla tv. Pazzesco. Un evento, se non si parla di calcio. E quindi una celebrazione perpetua: com’è nelle radici e nella bellezza di questo sport. Da una parte, grossi e cattivi fenomeni; dall’altra, una squadra unita in fretta e furia. “Perché essere lì è già un bel sogno”, si leggeva quella mattina sull’edizione de La Gazzetta dello Sport. Già, ma a chi bastano i sogni?

Di fiducia, no: non ce n’era. Appena tre mesi prima, l’Italia aveva visto naufragare speranze e desideri in un mondiale disastroso. Senza mordente, spirito, gioco. Con una dignità che scivolava via ad ogni meta avversaria. E la stessa atroce e beffarda sensazione tornò, tra il drop di Townsend e quel continuo attaccare dei britannici.
In realtà nessuno ha ben capito cos’accadde, quel 5 febbraio del 2000. In realtà non è ancora chiaro in questo preciso momento. Nessuno conosce bene le esatte parole di Keplan, coach azzurro ma neozelandese di nascita e tradizione. Nessuno riesce ancora a comprendere la forza di quella mischia sollecitata da Troncon, guidata magistralmente da Dominguez. Ecco, Dominguez: micidiale. Soprattutto quando la Scozia prende in mano la partita e si riporta in vantaggio: colpa di quell’ovale un po’ così, un po’ bastardo. Che torna indietro dopo un placcaggio riuscito, quindi depositato tra i pali da Bulloch.

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Una mazzata. Non per quest’Italia, non per un Flaminio completamente in festa. Gli azzurri non possono deludere il proprio pubblico, non con quest’atmosfera, non con questa bellezza. Il finale è da copione di un kolossal hollywoodiano: Dominguez riceve istruzioni dal suo tecnico, concordano due calci piazzati. Difficili, forse troppo: ma in quella domenica di febbraio, la palla non può avere altre traiettorie. Può solo andar lì, lì in mezzo. A far danni e punti.

Italia su, ancora. Clamorosamente e magistralmente, Italia su. E che non ha intenzione di fermarsi: perché Troncon, con Bergamasco e Gritti, leggono la partita e sfornano soluzioni. Dominguez, lui, può solo calciar bene.
Altri due drop andati a segno, allora: 27-13 per gli azzurri. Ma il Flaminio non s’accontenta: vuole la meta. Vuole l’ultimo sforzo di questi ragazzi meravigliosi. Che ci provano, con cuore e ultime forze. Però la Scozia può perdere sul campo, non la faccia. E no, non molla.
I britannici respingono ben sette attacchi dell’Italia, l’ultimo con Dominguez praticamente sulla linea: ma resta sempre il 5 febbraio, e tutto il resto non conta.

La storia più bella resta sempre quella che deve ancora compiersi: chiedere per informazioni a Giampiero De Carli, nato a pochi passi dallo stadio, impiegato alla SIAE. Un gregario, un pilone umile e con poca tecnica. Con tutto l’orgoglio che vuoi, però. Finta di Troncon, tuffo in avanti del romano e mano destra che porta l’ovale oltre la linea: è meta.

È tripudio. È leggenda. Ed è l’inizio di una storia straordinaria, che durerà per sempre.
Non credete mai a ciò che vi dicono: certi giorni hanno una magia tutta loro. E son quelli adatti a scrivere la vostra storia.

 

 

 

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