La storia dell’Italvolley campione del mondo nel 1990

Son trent’anni o quasi, sono generazioni e storie, movimenti e ricordi. Oggi forse solo illusioni. Già, perché lo sport italiano del 1990 era figlio delle conquiste politiche del finire degli anni ’70: l’aria era migliore, c’era voglia di diventare grandi. I più grandi.

In quell’anno i ricordi vanno soprattutto al Mondiale: alla mascotte Ciao, a Notti Magiche, ai gol e agli occhi da lupo di Totò Schillaci. Al sogno di alzare quella benedetta Coppa davanti a tutto il Paese: poi arrivò Zenga, l’Argentina. La vittoria della Germania con un Andy Brehme e Napoli che pianse per il suo Maradona.

Un’annata storica nonostante tutto: perché se non fu il calcio a dispensare sorrisi azzurri, ci pensò finalmente l’Italvolley. Nel 1990 – appunto – Campione del Mondo in Brasile.
Fu la consacrazione di un gruppo pazzesco, di una generazione di giocatori che probabilmente non tornerà mai in nessuno sport. E poi c’era lui, c’era Julio Velasco, allenatore argentino che all’epoca non toccava neanche i quarant’anni: alla sua infinita tecnica, al suo immenso talento il merito di aver realizzato quanto si credeva impossibile.

Era la ‘Squadra del Secolo’, che come in ogni grande storia aveva i pronostici contro. Certo, erano uomini interessanti, giocatori importanti. Ma chi avrebbe potuto impensierire Cuba? Chi avrebbe potuto battere il sogno dei brasiliani, i più forti al mondo e con una Coppa da alzare solo al cielo di Rio? Era il 1990, l’Italia aveva già provato sulla propria pelle quella sensazione.

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SOGNATORI

Eppure di altre sensazioni, quelle positive, ce n’erano. Il gruppo era forte, già un anno prima aveva vinto gli Europei in Svezia. E poi a pochi mesi dall’inizio aveva dominato nella World League, nei Giochi del Mediterraneo, figurando ottimamente nei Goodwill Games: vetrine perfette per prepararsi al meglio.

Tofoli in regia, Gardini al centro e quindi Lucchetta, che accompagnava eccentricità a talento immenso. Ancora: Cantagalli, Lollo Bernardi e super Zorzi. Toccava a loro schiacciare gli avversari e murare i sogni altrui con i giovani Giani, Bracci, De Giorgi.

Rio era un fuoco immenso di passione, una torcida con una capienza da ventimila spettatori. Come chiamavano il palazzetto? Maracanazinho, il piccolo Maracanà. Per dire che il calcio torna sempre, come quello stadio a soli duecento metri dal luogo in cui si decise tutto.

La partenza è buona, non perfetta. Ma Velasco non ci sta e alla prima conferenza allarga le braccia come a dire: più di questo era difficile fare. Le ambizioni sono tutto, il talento fa da contorno: nel girone di qualificazione gli azzurri sono secondi, si qualificano per gli ottavi di finale perdendo solamente contro Cuba. È la bestia nera, il coach lo sa. E non se ne fa certamente un problema.

LA RINCORSA

Gli ottavi presentano la Cecoslovacchia: 3-0, tutto troppo facile. Ai quarti c’è invece la garra argentina: pure qui 3-0, ancora immensamente irrisoria la portata degli avversari. C’è aria di grande impresa, ma soprattutto c’è la naturale presunzione di meritarseli questi traguardi. In semifinale sarà tutta un’altra storia.

Ventimila più sei: che a contarli fai una fatica assurda. È vero, l’obiettivo era star lì tra le prime quattro, assaggiare il podio e vedere come sarebbe andata a finire. Ventimila più sei, più milioni e milioni di persone a sospingere il verde e l’oro. Il Brasile ha da agguantare il sogno di una Nazione intera, l’Italia è sulle ali dell’entusiasmo e sa volare come nessuna. Ai sudamericani il primo set, in maniera netta. Rispondono gli azzurri: secondo e terzo set portato a casa con un super Zorzi e con un incredibile Lucchetta. Al quarto è ancora missione brasiliana: si va al tie-break.

Oggi sembra solo una favola il ‘cambio palla’: all’epoca era la realtà dei fatti. I punti nei primi quattro set erano assegnati solo quando la squadra era al servizio. Si giocava da ormai due ore, probabilmente più: ed eccolo, il benedetto e maledetto quinto set. L’Italia si fa più forte dei fischi e del timore, il ‘game’ non è affatto per i deboli di cuore. Concentrati, uniti, lottatori impavidi su ogni pallone. La squadra di Velasco si fa sotto sul 14-13, è il match point: batte il Brasile, il primo attacco sarà italiano. Controllo docile, alzata perfetta e… Andrea Lucchetta. Delirio in campo, lacrime sugli spali: ci sarà Cuba in finale, ma arriverà il tempo per pensarci.

LA FINALEitalvolley90

Tre a zero, il risultato nei gironi non poteva essere più netto, sconfortante, presagio di cattiva sorte. Ma l’arte del sognatore è anche quella di non mollare davanti al primo ostacolo. La squadra più forte affrontava quella più coraggiosa: l’Italia come sempre aveva la sua buona dose di follia con sé, non l’abbandonava mai. Joel Despaigne, detto el Diablo, portava avanti il tasso tecnico di una ‘selecciòn‘ forse come nessun’altra.

La storia, si sa, spesso prende traiettorie tutte sue. Specialmente nello sport. Dopo i primi attacchi italiani, la sicurezza dei caraibici inizia a scemare. Ma non a venir meno.
Gli scambi sono bellissimi e di un’intensità assurda. Si va avanti punto per punto e nessuno prende realmente il largo: si arriva al 15-14 Italia, match point del match dei match. La palla va da una parte all’altra, come se non volesse cadere a terra per rovinare lo spettacolo e concludere il tutto. Despaigne prova a chiudere tutto con una schiacciata: c’è il muro. Ma è fuori. Si rifà tutto daccapo.

Ancora Despaigne con una staffilata incredibile, che mezzo mondo crede sia arrivato il momento del punto decisivo cubano: Lucchetta si tuffa e ferma quella sfera, ora l’Italia ci riprova e si rifà avanti nel punteggio. Sempre Lucchetta alla battuta: Cuba si difende, ribatte dall’altra parte e… l’azzurro trionfa. Bernardi ha schiacciato, ancora muro e ancora fuori. L’Italia è sul tetto del pianeta.

Jacopo Volpi urla quanto avrebbe sognato di dire Bruno Pizzul all’Olimpico di Roma: ‘Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo’. Che non fosse calcio, almeno per una notte, non ha contato.

 

 

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