Johan Cruijff e la leggenda del ’14’

Le leggende hanno sempre un marchio che li distingue dagli altri. È una questione caratteriale:  i più grandi finiscono sempre per prevaricare, dominare, concludere i patti con la norma e passare oltre. E non fa eccezione Johan Cruijff, fuoriclasse eterno, maestro di tutti. Di una generazione intera, almeno. La stessa che ha influenzato in maniera ossessiva e determinante il calcio di oggi: da Guardiola a Mourinho, da Van Gaal ai maestri italiani, tantissimo Cruijff è passato e passa ancora oggi negli stadi europei.

Un dieci, col vizio del nove, ma di certo un numero uno. Ah, dietro la schiena? Un quattordici. Sì, uno e quattro. Insieme. Una ‘roba’ impossibile, per gli standard dell’epoca. Eppure niente da fare: per Johan questo ed altro. Del resto, a quei tempi, il calcio era pressoché la sua immagine, il suo talento, la sua assurda capacità nel dribblare e andare in porta.

E andava come un toro, un toro scatenato. Con quel 14 dietro la schiena e tanto da dimostrare. Ma come nasce questa gentile ‘concessione’? Occorre sapere che per i primi sei anni della sua carriera all’Ajax, Cruijff vestiva il numero nove. Chiaro: lì si andava per ruolo, non c’era scampo. E in effetti, quel 30 ottobre del 1970, Johan aspettava la solita maglia biancorossa con il solito numero dietro le spalle. Ma fu la sorte ad inventarne una nuova.

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Mancava la casacca con il numero sette: proprio non riuscivano a trovarla. Cruijff cede all’esterno il suo nove – come da regolamento – e chiede il permesso di giocare con una piccola modifica sulla distinta: non scenderà in campo con il numero da centravanti, lo farà con il… quattordici. Uno di quelli da difensori, per di più panchinari. Tant’è: fu il primo che gli capitò davanti.

La partita era di quelle sentite: PSV Eindhoven, per giunta in trasferta. 0-1, tripudio dei ragazzi terribili di Amsterdam. Da lì, la decisione: non si cambia più. Dovesse arrivare il capo della federazione in persona – come accadrà -, nessuno toccherà quel numero dalle spalle di Cruijff. È la nuova legge di uno spogliatoio che ha già presentato al mondo intero il suo idolo. Ed il suo strano simbolo di guerra.

La federcalcio olandese ci proverà a lungo, in effetti: ma senza risultati. Il ‘genio’ olandese tornerà a vestire fino al 1973 il suo amato e personalissimo ‘stemma’. Al Barcellona, invece, la storia cambierà: in Spagna sono più integerrimi, dovrà avere il 9. Poco male: è in Nazionale che la storia si fa leggenda.

Nel ’74, infatti, è in corso il mondiale nella Germania dell’Ovest: i tulipani sono sponsorizzati dall’Adidas, ma Johan è testimonial ‘Puma’. Da contratto, quindi, il calciatore non può fare alcuna promozione alla concorrenza diretta. Ma c’è una scappatoia: gli stessi dirigenti chiedono una maglia speciale, che abbia solo due strisce – invece delle solite 3 – ed un 14 ‘fuori norma’ sulle spalle. Solo per lui, per il fenomeno, per l’uomo che dovrà portarli sul tetto dell’universo. Detto, fatto: Cruijff diventa così icona.

E lo sarà anche negli Usa, nell’ultima parte della sua leggendaria carriera, agli Aztecs di Los Angeles: lì, di brand, in fondo ne capiscono. Così come lo capirono a suo tempo in Olanda: dove dal 2007, quel 14 non lo indossa più nessuno. Perché nessuno potrà essere com’è stato lui: innovatore, sognatore, fenomenale fuoriclasse.

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons

  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Gahetna da Rob Mieremet; Nationaal Archief 
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Gahetna da Marcel Antonisse / Anefo