La favola del Real Vicenza

Fermi, tutti fermi: questa è una storia che merita il massimo dell’attenzione, il massimo dell’amore. E il massimo dell’ammirazione. Questa è una storia, quella del Real Vicenza, che non ha protagonisti qualsiasi: c’è Paolo Rossi, in primis. Giovanissimo e fortissimo. Ma plasmato alla perfezione dal grande maestro Giovan Battista ‘Gibi’ Fabbri: uno che ha dato l’impronta da tecnico ad un certo Fabio Capello alla Spal, per intenderci. E uno che stava per compiere il miracolo dei miracoli: perché, per chi non lo sapesse, il vero antenato del Leicester è il Vicenza di Gibi.

Stagione calcistica 1977-1978: i biancorossi sono appena saliti di categoria. Non hanno grosse ambizioni: hanno una buona squadra, ma partono per salvarsi. Per togliersi qualche soddisfazione, magari. E un po’ per sognare.
Fabbri, poi, è appena tornato dall’ennesimo viaggio in Olanda: lì ha studiato il ‘Totalvoetball’, il calcio totale, tipico degli Orange e dei suoi giocatori infinitamente talentuosi. E poi ha ancora nella mente gli insegnamenti del santone Viciani, allenatore della Ternana e suo grande maestro.

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Insomma: le premesse c’erano tutte. E c’era Giussy Farina alla presidenza, e un Paolo Rossi pronto al grande salto: una promessa della Juve, con un menisco partito nell’anno in prestito al Como. Vent’anni e già l’aura di giocatore finito: nel mentre, 21 gol in Serie B.

L’impatto è però particolare: la squadra fatica a imporsi, nonostante porzioni di gioco completamente create e messe a disposizione degli amanti del bel calcio. Tre punti in cinque gare: punti conquistati con pareggi e buon gioco, uno addirittura strappato al trio Graziani, Sala e Pulici. Intanto, Rossi non si sblocca: nel 4-3-3 disegnato da Fabbri, le ali volano e i terzini vanno per la prima volta in sovrapposizione costante. Ma la punta non segna.

Ecco, era solo questione di tempo: due gol giusto per riscaldarsi, alla sesta, all’Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo. Da qui, una sfilza di risultati incredibile: 2-1 con la Lazio, tre gol a Firenze e un 4-3 alla Roma che resterà nella storia per la parata di Galli a Di Bartolomei su un rigore allo scadere.

È allora solo questione di tempo: il Vicenza viene presto definito ‘Real’, appellativo con un riferimento di un certo livello. Soprattutto perché colpisce l’aspetto fisico e tattico della squadra: il talento della mezzala Carrera, la bravura da stopper di Prestanti. E poi ci sono loro, i terzini: Callioni e Lelj, meravigliosi nel supportare continuamente e continuativamente l’azione. Nel mezzo, Faloppa è leader e bandiera, poi c’è Guidetti che s’inserisce ovunque. E Salvi, l’esperto e il saggio: ma anche quello dai piedi buoni. Cerilli e Filippi chiudono poi la fazione degli esterni d’attacco: e davanti, beh, davanti c’è il futuro Pablito.

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A fine campionato, tutto il lavoro di un anno viene meravigliosamente portato in trionfo: non sarà vittoria – quella va alla Juve del Trap -, ma un secondo posto da brividi, a sole 5 lunghezze dai bianconeri. Lo score ufficiale recita infatti: 14 vittorie, 11 pareggi e 5 sconfitte. E poi: 50 gol in 30 partite, 24 solo di Rossi. Pazzesco.

L’idillio durerà però appena un anno: nonostante i sogni estivi ed il riscatto di Rossi dalla Juve per 2 miliardi e mezzo di lire, Fabbri non riesce ad emulare il risultato della stagione precedente. Anzi: è 15° posto, è retrocessione. E tanto, tanto sconforto per le vicende di calcioscommesse in cui finirono diversi giocatori. Lo stesso Farina finirà per dover dichiarare bancarotta: neanche la cifra con cui dovette rivendere Rossi bastò.

Una condanna bella e buona. Che però non ha scalfito i ricordi e quel che ha saputo regalare questa squadra all’Italia intera: un sogno, enorme. E allora grazie GB, e grazie Pablito: niente e nessuno potrà cancellare questo.