La gara più bella di Marco Galiazzo

Atene 2004 era un fulmine di speranza, in un temporale d’attesa. Era tutto, era niente: era la certezza che qualcosa finalmente potesse tornare, che una medaglia potesse finalmente coronare sogni e sacrifici, lavoro e passione. E lo divenne: senza mezzi termini, né mezze misure. Fu l’Olimpiade da incorniciare che tutti, nella federazione di Tiro con l’Arco, aspettavano da una vita: perché sì, questo è l’ennesimo movimento che lavora nell’ombra, e lo fa alla perfezione. E quando un piccolo riflettore lo irradia, allora ha bisogno pian piano di uscire dall’uscio, di farsi sentire urlando a tutti la propria forza.

Marco Galiazzo è sempre stato il talento, quello coccolato e creato in casa. Ma quel 19 agosto del 2004, non era neanche tra i favoriti: al Panathinaikos Stadium, infatti, partiva con la speranza di una bella prova. Inconsciamente, fornì una prestazione che passò alla storia.

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L’arena era la stessa nella quale, nel 1896, si disputò la prima Olimpiade dell’era moderna: l’arciere, padovano d’estrazione e di nascita, vi entrò col fare di chi si sente un privilegiato. Fianco a fianco con suo padre Adriano, allenatore e primo motivatore: fondamentale nell’ascesa al trono degli dei. E fondamentale nel tener mente salda, lucidità, passione a mille. Soprattutto in semifinale: perché contro l’inglese Laurence Godfrey, Galiazzo chiude i conti con la sfortuna e la sua personalissima sorte.

È sotto, a soli tre colpi dalla chiusura dell’ultima manche. Sotto di 7, sotto di autostima e possibilità. Avrebbe bisogno di tre ’10’ per chiudere la meglio, in attesa poi delle scoccate finali del suo avversario. Ma se è la tua Olimpiade, tutto il resto vien da sé: il risultato è scritto, marchiato col fuoco dei tuoi ideali, con la potenza con cui sfreccia il suo dardo. La somma dei suoi colpi è un trenta meraviglioso: l’inglese non risponde, non come avrebbe dovuto.

In finale? Hiroshi Yamamoto. Accompagnato non dal tecnico, ma da una nazione intera di cui è eroe senza tempo. Fotografi e cameraman son già pronti: per l’idolo nazionale, oltre metà Giappone si è svegliato e guarda la gara in diretta tv. La pressione, per lui, è direttamente proporzionale alla storia che ha quasi l’obbligo di scrivere.

Qualsiasi altro ventunenne si sarebbe accontentato dell’argento, della fama, di una giornata che comunque andasse, sarebbe storica per il proprio paese. Non Galiazzo, non quella cattiveria agonistica, non la voglia di centrare un obiettivo insperato ma insperatamente a portata di mano. O meglio: di freccia.

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Tiro dopo tiro, sospiro dopo sospiro, attimo dopo attimo. Ancora una volta, saranno le ultime tre scoccate a decidere tutto. Yamamoto fa 109, per Galiazzo non c’è altra via: deve dare il meglio di se stesso. Il primo è un ’10’, il secondo è un ‘8’, il terzo è un nove: sarebbe bastato anche un punticino in meno, ma è 111, è vittoria. Vittoria. È medaglia d’oro. E sono lacrime, di gioia e di nervosismo. È adrenalina che scorre e che rende unico un momento meravigliosamente irripetibile.

Irripetibile come l’anno che ha vissuto, come quella corsa veloce per terminare un istituto tecnico mai amato davvero, come quei giorni in cui allenarsi era un po’ più difficile: figurarsi passare ben 6 ore con i propri pensieri. Un padre per allenatore, un ct coreano e un sogno clamorosamente realizzato: nell’agosto del 2004, la vita di Marco cambia radicalmente.

Oggi? Si gode quei momenti. E tutte le vittorie che sono succedute da quel momento. “Ancora mi sembra strano di avere una pagina su Wikipedia”, scherza lui. Ma le leggende, in fondo, si costruiscono anche d’umiltà. E Marco Galiazzo non può, non deve, non ha modo di fare eccezione.