La partita perfetta

Gli sembravano un’infinità. Stretti nella mano, quei sessanta dollari, gli apparivano come il biglietto vincente della lotteria nazionale. Il lasciapassare per una vita diversa, la chiave che apriva quei nuovi orizzonti che aveva sempre sognato. Del resto, Cy non era esperto di nulla: aveva imparato a lanciare. E solo a lanciare. Un po’ sul ‘monticello’ di terra battuta, dietro casa; un po’ sui campi di periferia improvvisati, prassi naturale per un ragazzino senza troppi averi, ma con sogni più sconfinati di quella campagna in cui era solito aiutare suo padre.

Li ricontava, quasi come se avesse paura di sbagliarsi, di doversi svegliare da un istante all’altro. Erano sessanta. Tondi. Netti. Posti nella solita bustina, con il solito timbro della squadra. I Boston Red Sox. E lui provava con ogni parte di sé, ma non ci riusciva: era troppo complicato credere ai suoi occhi, troppo assurdo pensare di avercela fatta. Ogni singola parola suonava nella sua testa come una marcia trionfale. E ogni volta che scandiva quel nome, un piccolo sorriso nasceva spontaneamente. Facendosi largo tra le labbra screpolate e i denti ingialliti dal troppo tabacco.

“Chi è che mi paga per lanciare?”, si scherniva. Il fatto è che i Sox avevano un disperato bisogno di un pitcher, e Cy era lì, pronto a diventare grande. In MLB, poi. Con la miglior formazione della lega, poi. Ecco: quel tremare era la forma più pura e sincera di realizzare la realtà.
Pitch by pitch. Tiro dopo tiro. Partita dopo partita. Cy tiene duro, lo fa per l’intera durata dello Spring Training: gli allenamenti sono massacranti, la voglia è però più forte di ogni cosa. Anche del dolore, soprattutto del dolore. E quei sessanta dollari a fine mese sanno di sacrifici ricompensati.

Papà è orgoglioso, tremendamente. E lo sarebbe stata anche sua madre, se solo fosse stata con lui. Se ne va in una notte di maggio, Mary Young. Nella South Boston all’epoca sconquassata dall’odio razziale e da un’America che pian piano sta diventato grandissima. Così come Cy: che ha finalmente rubato un sorriso alla vita e s’appresta a vivere la prima stagione da professionista. Nella sua città. Per la sua squadra. Con un amore nel cuore che forse non ha mai avuto eguali nella storia di questo sport.

cy-young
[1]
Poi però arriva il cinque maggio del 1902. Che scompiglia, disfa, distrugge. E gli gira il braccio. La preoccupazione è alle stelle: più va giù di ‘curve’, più il movimento si fa innaturale. Fa male, in un modo asfissiante, come il peso dei pensieri e delle certezze acquisite a fatica, svanite forse sul più bello. E fa un male cane star fuori, guardare il mondo divertirsi senza essere parte del suo stesso sogno.

È il cinque maggio del 1902: la prognosi è di trenta giorni. “Elongazione muscolare”, dicono: Young non capisce. Vorrebbe solo tornare sul monte, scaldarsi un po’, disintegrare i Tigers, avversari del primo match. Ma non può, non potrà ancora per un mese. Probabilmente più. Sì, perché un mese nel baseball, in quel baseball, vogliono dire tanto, troppo: vuol dire recuperare, riprendere confidenza con il braccio, prestare particolarmente attenzione ad eventuali ricadute. E lanciare una piccola sfera ricucita in cuoio, farlo a centoquaranta km/h, non è il miglior modo di recuperare dagli acciacchi.

I Red Sox non hanno tempo, ancor meno compassione: lo rispediscono nelle Minors, i campionati di chi spera, o di chi non ce la farà mai. E Cy tornerà sul monte solo tre mesi dopo. Una scappatella, veloce, per testare il braccio e la tenuta. Sì, sta bene. Ed è pronto per riprendersi ciò che gli spetta.

Un’attesa estenuante, ma piena di momenti significativi: quei sessanta dollari, nel momento della richiamata in Major, si fanno in tre. E ora Cy è un uomo, con qualche vizietto, con qualche peccato, ma con un’arma nucleare pronta a scagliarsi sulle mazze avversarie.

Riapre gli occhi, è il cinque maggio del 1905: la sorte ha speso tre anni esatti, non esaurendo mai la fame. Nei pressi del Boston Park ci sono ancora i Detroit Tigers. Tocca a Simmons debuttare: ha una palla veloce da far invidia ad ogni singolo lanciatore della Lega. Ma Simmons non c’è: è che il ragazzone originario del Kansas non aveva fatto i conti con una storia ben più grande del suo talento.

Si è sentito male, il pitcher. Un’intossicazione alimentare, pare. Un segno del destino, certo. Perché tre anni dopo, Young è dove il mondo aveva ordinato che fosse. A lanciare. Contro tutto e tutti. E a far fuori avversario dopo avversario, inning dopo inning. Li lascia tutti a secco, neanche un misero punto entrato per i Tigers. Nemmeno una battuta valida, una base regalata dopo quattro ‘balls’. Nemmeno una briciola, in nove riprese diventate leggenda.

cy-young
[2]
È il cinque maggio del 1905, son passati tre anni da quando Young vide crollarsi il mondo addosso: ‘the first perfect game ever’ è completato da una giocata facile e intelligente della difesa. Johnson riceve palla in terza, spara la palla in prima ed è out. Magicamente out. Meravigliosamente out. Storicamente out.

La partita perfetta, la prima della storia, è un trionfo di lacrime, abbracci e romanticismo. Da quell’istante, Cy Young smise di essere il ragazzino di South Boston dall’enormi promesse, dagli immensi sogni. Da quell’istante, Cy Young si fece un pezzo dello sport che l’ha preso e tirato via dalla periferia. Era un uomo come tanti, con un sogno spezzato e un animo gentile. Il suo nome, più di un secolo dopo, ora riecheggia e recita il mantra più scontato e vero di tutti: non mollate mai. L’occasione della vita è dietro l’angolo. O chissà: a Fenway Park, su un monte fatto di terra rossa…

 

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons

  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Flickr da Ewen Roberts
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia
  2. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Paul Thompson