La squadra più bella di Zeman non è stata il Foggia

C’è della Lazio in questa storia. E della Roma, e del Foggia. Soprattutto, del Foggia. E ci sono gli anni Novanta: l’inizio, lo svolgimento, la fine. Anni in cui c’è un signore di nome Zdenek Zeman, che ha una storia particolare, tutta sua e impossibile da imitare o sceneggiare.

Ma sono gli inizi degli anni Novanta e in Italia va il 4-3-3: nel senso che è di moda. E lo stilista perfetto è Zeman: ha plasmato il suo Foggia inserendo le proprie idee nella squadra come si faceva con i vecchi videogiochi sul lido preferito della mamma. Un gettone alla volta, con giocatori semi sconosciuti che sembrano improvvisamente discesi dal cielo per insegnare calcio. Eccolo, il miracolo dei pugliesi.

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Le leggende sul boemo, chiaramente, si sprecano. Ma le storie sembrano combaciare: soprattutto quelle sugli allenamenti massacranti, sulle serie ripetute sulle gradinate, sull’alimentazione inattaccabile e le diete impossibili. Sugli schemi e sull’impossibilità del genio di uscire da un contesto: era la squadra ad esaltarlo, mai il contrario. Zeman, insomma, si preparava a diventare una promessa calcistica. Una di quelle mantenute.

IL SALTO TRA I GRANDI

E qui arriva la Lazio. Anzi: arriva Cragnotti. Che Zeman l’ha visto, l’ha sentito, gli ha parlato più volte per capire la sua idea di squadra, se si potesse adattare con la stessa del patron. Se si potesse costruire la Lazio più forte di sempre, sì.

I colloqui van bene: c’è tanto ottimismo, e poi con Zoff le cose non vanno. È una scelta che ha quasi del naturale: l’iridato ’82 ha ormai stancato dirigenza e tifoseria. Quest’ultima, sì, va riaccesa in qualche modo. Nell’estate del 1994, Zeman diventa l’allenatore della Lazio, lasciando a Zoff il ruolo di presidente. E si riparte con una preparazione impressionante.

Gradoni, corsa, sacchi di sabbia. Zdenek non ha voglia d’improvvisare: i giocatori prendono atto e si mettono al lavoro. C’è chi dimagrisce, e tanto; c’è chi torna finalmente a posto fisicamente. C’è chi ne beneficia, chi non riesce a tornare in forma. Ognuno ha i suoi tempi, Zeman pure. Ma la Lazio vince, lo fa all’esordio a Bari e contro il Torino. L’attacco, del resto, è atomico: Boksic, Signori, Casiraghi. Il resto è davvero noia.

SE UN EPISODIO…

In seguito, arriva il miracolo di San Siro. Niente di prodigioso, non se si parla di Gullit: il Milan, infatti, vince all’ultimo istante contro una Lazio mostruosa. E i tifosi se ne accorgono: tanto da riempire Fiumicino di sciarpe e bandiere biancocelesti, nonostante la sconfitta. Zeman rende orgogliosi i tifosi, in attesa del derby.

Già, il derby: la squadra è seconda in classifica, solo il Parma sopra l’Aquila, ed è tempo di sfidare la Roma. La Lazio ci arriva alla perfezione: segnano tutti, la condizione è ottimale, nulla a che vedere con i problemi di Mazzone. Bravo, però, quando occorre imbrigliare Zeman nella sua tana: 3-0 per i giallorossi. “Una partita come tutte le altre”, dirà il boemo a fine partita. E no, nessuno la prenderà benissimo.

Vince con l’Inter, vince col Foggia segnando 7 reti, vince con la Fiorentina mettendone addirittura 8. Poi perde: in casa col Bari, a Napoli prima del Borussia Dortmund in Coppa Uefa. E lì si rompe qualcosa: dopo il 2-0 con cui bisognava solo chiudere il match, la Lazio si addormenta e si fa rimontare. Colpa di Vagner, Casiraghi o Riedle, oggi importa poco. Resta quell’episodio in area di rigore che avrebbe potuto cambiare tutto. Soprattutto la storia di Zdenek Zeman.

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‘SE’ E ‘MA’

Alti e bassi, poi un finale in crescendo: vince al Delle Alpi contro la Juventus, rifilandole tre reti. Una più bella dell’altra. La Lazio arriva seconda in campionato, ha il miglior attacco e Cragnotti si dice soddisfatto: nella stagione successiva, ovviamente, si punta al definitivo salto di qualità. Quattro reti alla Juve per iniziare, s’alimenta la consapevolezza. Che presto si trasformerà però in disillusione: rottura dei legamenti per Marchegiani, Lazio senza portiere titolare. Sembra una roba da niente: è la ‘botta’ che cambia le carte in tavola. Quattro sconfitte nelle successive cinque giornate, non c’è neanche la consolazione della Coppa Uefa: contro il Lione s’è perso anche l’ultimo briciolo di speranza. Infine, nelle ultime nove, si collezionano sette vittorie e due pareggi. Terzo posto finale. Ma qualcosa si è definitivamente spezzato, tra giocatori e società, e tra calciatori e allenatore.

Si arriva alla rottura, definitiva. Accade dopo l’ennesimo colloquio tra squadra, con quest’ultima che chiede al boemo di ‘razionalizzare’ l’undici in campo, spesso troppo votato all’attacco. Zeman “ovviamente” rifiuta, si trova una tregua armata. Che non fa bene a nessuno, di sicuro non aiuta a spezzare la tensione. Ed è il 28 ottobre del 1996, a Tenerife i biancocelesti stanno affrontando l’ennesimo allenamento massacrante. Dopo aver fatto ripetere dieci volte lo stesso schema, Zeman abbandona la seduta. È arrabbiato, tanto: i giocatori non lo seguono. L’indomani, la sconfitta più brutta di tutte, con quattro gol subiti su calcio piazzato.

Cragnotti vorrebbe salutarlo a fine anno, poi però arrivano le sconfitte con Juve e Bologna. Licenziato, senz’appello: il 27 gennaio del 1997 era appena terminata una delle favole più belle del calcio italiano.

LA VENDETTA

Ah, le scorie rimasero. E furono forti. Zeman accettò subito dopo l’offerta di Sensi: andò ad allenare la Roma, lo fece per due anni raccogliendo un quarto e un quinto posto. Riguardo ai derby capì che non erano partite come le altre. In che modo? Perdendone cinque sui sei disputati.

“Lotte ai potenti” a parte, Zeman uscì presto dal radar del vero calcio. La successione delle sue squadre, infatti, non toccò più i vertici del football: dalla Turchia a Foggia, quindi Salerno, Avellino e il suo piccolo Pescara diventato grandissimo. Con la Roma si ritroverà, ma sarà troppo tardi: anche per il suo ‘Francesco’, ormai diventato Totti.

Però, sia chiaro, se gli chiedete di parlare di rimpianti o rimorsi, lui vi risponderà di non averne. Del resto, Zeman è così: prendere o lasciare. Come le sue squadre. Ma mai come quella Lazio: bella, forte, pronta a vincere. Che un episodio, e solo uno, portò via dall’olimpo del calcio.

Di metafore sulla vita, si sa, se ne intende solo questo sport.

 

 

 

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