La storia di Alex James, il primo numero dieci della storia del calcio

C’era qualcosa di simile, affine, comune. C’era qualcosa che andava oltre il banale estro, l’indiscusso talento. C’era un numero, un numero che emozionava più di ogni altro. Il numeri di Baggio, Maradona. Quello di Zico e Platini, di Pelé e Rivera, di Valentino Mazzola e Puskas. C’era il dieci, el diez, the number ten. E chi lo indossava diventava istantaneamente invincibile, incontrovertibilmente l’uomo con la responsabilità di illuminare interi stadi, i cuori di tutti, la partita fino all’ultimo istante di gioco.

Una storia eterna in un numero, così semplice e così complesso. Ma chi è stato il primo grande numero 10 della storia del calcio?
In realtà serve tornare indietro nel tempo, all’idea visionaria di inserire i numeri sulle magliette. Idea di un tale Herbert sir Chapman, ingegnere e all’epoca allenatore dell’Arsenal. Tant’è: furono i Gunners a indossare per la prima volta delle cifre dietro la schiena, chiaramente da fuorilegge totali. Era il 25 agosto del 1928, solito match infuocato con lo Sheffield Wednesday: stavolta non sarebbe stato espulso l’uomo sbagliato, pensava sir Chapman.

CHI ERA ALEX JAMES

Herbert aveva però una predilezione per un uomo venuto dal nord, dalla Scozia fredda ma con un’anima tutta sua. Lo vedevi sempre in pullover e giacca, mai con la divisa a maniche corte: è che aveva freddo in ogni momento della giornata, e quel freddo s’attaccava ai suoi reumatismi. Il maglione era due taglie più grande, che tra birre, whisky e quel metro e sessantacinque, alla fine poteva arrivare a pesare anche sotto i cento chili. Ma come calciava, quell’Alex James: metteva il pallone ovunque la sua mente potesse immaginarlo.

Il padre era un operaio metallurgico dell’antica Scozia: quella fatta di boccali, lavoro e uova a colazione. Dunque il fisico era ereditato: ma il talento? Nessuno scozzese aveva mai avuto la stessa destrezza, lo stesso dinamismo calcistico, la stessa voglia impressa nei suoi piedi. Era un unicum e ben conscio di esserlo: da qui l’attenzione al guadagno, pressoché maniacale.

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Alex nasce in Scozia, a Mossend che si fa largo nel Lanarkshire. Il 14 settembre del 1901 viene al mondo e il destino gli concede il primo segnale con il suo amico del cuore: Hughie Gallacher, l’uomo dei 133 gol per il Newcastle e 72 con il Blue del Chelsea. I due cresceranno insieme e giocheranno fianco a fianco nei Brandon Amateurs, passando poi agli Orbiston Celtic e nell’Ashfield, all’epoca prima squadra di Glasgow. Apparizioni e sogni, quindi il Preston North End: per averlo fece di tutto, ma soprattutto arrivò a sborsare tremila sterline.

IL PRESTON

Con il Preston fu amore: nel primo anno James vinse la classifica dei marcatori. Tuttavia, nonostante i suoi gol, i ‘bianchi’ non riuscirono per diverse stagioni ad agguantare la promozione nella prima divisione. Una maledizione incredibile, assurda. Che portò il club a negare addirittura la nazionale allo scozzese, costretto quindi a declinare le prime convocazioni.

Era questione di tempo, però. Chapman s’accorse di quell’attaccante: baricentro basso, talento fuori dalla norma, rivoluzione calcistica in essere. Aveva bisogno proprio di quelle caratteristiche per impostare la sua nuova invenzione: la mezzapunta. E la mezzapunta serviva a far lievitare il numero di gol, quindi lo spettacolo: anche per questo s’arrivò a modificare la regola del fuorigioco. La nuova norma? All’attaccante basta avere due avversari, e non tre, tra sé e la porta nel momento del passaggio. Un successone, che però rovinò il Sir: l’Arsenal perse 7-0 col Newcastle, serviva una svolta.

E James era la svolta. D’accordo con il capitano Buchan, Chapman decise di arretrare il centrocampista Butler: lo aveva adattato a terzino. Questi però sono anche anni in cui nasce lo stopper, in cui il 2-3-5 lascia spazio al WM, ossia al 3-2-2-3. Tatticismi estremi in ogni caso che hanno abbracciato il calcio giusto in tempo per far decollare la stella di Alex. Una stella che brilla all’istante: del resto siamo tra intelligenze elevate, tra talenti e promesse ormai mantenute. Nel 1929, l’affondo decisivo dell’Arsenal sul giocatore: pressing asfissiante e novemila sterline di ingaggio. Una cifra spropositata per l’epoca.

NELLA SQUADRA DEI FENOMENI

James aveva dunque la possibilità di approdare in una delle squadre più forti d’Europa e di essere il giocatore più pagato al mondo: con lui avrebbe giocato Eddie Hapgood, terzino di corsa e qualità; e poi c’era Cliff Bastin, giovane ma subito balzato ai primi posti negli almanacchi di tutti gli addetti ai lavori. Soprattutto però avrebbe trovato David Jack: con lui Alex era destinato a distruggere i sogni di gloria avversari. Due interni di centrocampo che andavano di filtro e ancor più di qualità. No, non era stata un’intuizione casuale quella di Sir Chapman. No, non era casuale neanche il talento di Drake, il centravanti dai mille gol e dall’unico sguardo cattivo.

Alex seppe immedesimarsi alla perfezione, raggiungere vette che pensava impossibili. Avrebbe potuto segnare tonnellate di gol, e invece decise di sacrificare il suo talento alla divinità ‘assist’, che nel calcio si fa beffe di ogni protagonismo. Fu questa la storia del primo attaccante-regista, del primo vertice alto ad impostare la manovra, del dieci puro e duro, dell’uomo gol ma anche dell’uomo dell’ultimo passaggio. Se ne innamorò perdutamente il patriarca del Wunderteam, quell’Hugo Meisl che osservando questo giocatore così diverso e così estroso finì per definirlo ‘versatile e proteiforte’. La prima perché ormai James era diventato un tuttocampista: prendeva palla a centrocampo, impostava e sapeva anche rifinire. Proteiforme perché assumeva in sé le caratteristiche meravigliose di chi continuava a giocare sulla doppia fase. Ah, e poi segnava. Ventisei le reti con l’Arsenal e un’infinità di assist vincenti.

QUELLA PROMESSA E LA SCOZIA

La storia più bella di Alex però riguarda il figlio: una volta James jr. gli rimproverò di fare pochi gol, il padre lo guardò con uno sguardo che diceva tutto. ‘Tranquillo, domenica prossima segno’, gli disse. Ecco: ne fece tre, un po’ come ai tempi del Preston.

La partita più bella? Il 31 marzo del 1928, a Wembley, nel Tempio del Calcio. Un match sentito e storico, perché si disputò Inghilterra-Scozia. Dopo 3 minuti gli scozzesi erano già avanti. Poi ne fecero altri. Alla fine fu 5-1 per gli scozzesi, il più pesante rovescio mai subito dall’Inghilterra per mano dei cugini, nonché la prima sconfitta interna per i Three Lions. Alex James ne fece due: così divenne uno di loro, uno di quelli chiamati i Wembley Wizards, i Maghi di Wembley. Ma forse il mago era uno solo: Alex James. Il primo grande numero 10.

 

 

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