L’altra vita di Kareem Abdul-Jabbar

C’è una storia che racconta volentieri, Kareem Abdul-Jabbar. Gli è stata raccontata dai suoi genitori, da piccolo, per dargli forza e coraggio, per infondergli lo spirito del vincente nato. Parla del suo primo vagito e dello stupore del medico che prese in cura sua madre. Il quale, rivolgendosi ad Alcindor sr, fece così:
“Congratulazioni, un bel maschetto! Di bambini ne ho fatti nascere, ma uno così davvero non mi era mai capitato prima”
“Qualcosa non va?”, rispose il padre.
“Non succede tutti i giorni di far nascere un bambino lungo 57 centimetri. Gli faccia fare atletica, o almeno sport, quando sarà grande. Sua moglie ha partorito una medaglia d’oro!”

Nasce qui e in questo modo la leggenda di Kareem Abdul-Jabbar: tante vite, tutte di corsa. E molte su un parquet. Nasce qui Ferdinand Lewis Alcindor Junior, nell’Harlem, anno 1947. Un ragazzino prodigio, che quelle parole non le dimenticherà mai. Così come non dimenticheranno il suo talento alla Power Memorial Academy di Manhattan, high school cattolica dove conosce e apprende il basket, dove domina e si prepara al mondo NBA. Per intenderci: con lui in campo, la sua squadra conquista 71 vittorie consecutive, per un record di 79-2 ancora oggi imbattuto.

È sempre il più alto, è sempre il più forte. È “The Tower of Power“, che a soli 22 anni s’affaccia nella Lega professionistica, dopo aver stravinto anche con l’Università della California. Devastante, sempre e comunque: pure nelle scelte. Quando mezza NBA lo brama, lui opta per i neonati Bucks, emigrando da New York al Wisconsin. Amerà follemente Milwaukee, i suoi tifosi, la sua gente. Ma non può restare a lungo: troppa sete di cultura, dicono.

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New York o Los Angeles? Per lui, comunque un ritorno. La spuntano i Lakers, nel 1975: la squadra deve reggere l’urto del ritiro di West e Chamberlain, in grado di scrivere record su record appena 3 anni prima. Sì, LA è perfetta per diventare una leggenda. E il primo anno scorre tra 27.7 punti di media e numero uno tra i rimbalzisti. Titolo MVP, chiaro, già per la quarta volta.

Impossibile non vincere, poi, con l’arrivo di Magic. E impossibile non trionfare con quel movimento lento ma tremendamente efficace: un mondo vissuto sul piede perno, e poi boom. Skyhook, il gancio. Che lo rende per sempre immortale.

Cinque anelli con Johnson, oltre venti anni di carriera. Totale? 38.387  punti all’attivo. Nessuno – ma davvero nessuno – ai suoi livelli, con questi numeri. E pensare che l’NBA – a suo dire – è stata solo una piccola ma significante parte della sua esistenza. Del resto, per uno che a vent’anni boicottò le Olimpiadi di Città del Messico in solidarietà ai suoi coetanei che combattevano in Vietnam, qualche valore oltre lo sport resiste.

Non è mai stato un semplice totem dello sport: attivo in politica, sui temi di solidarietà. Abdul-Jabbar non si è mai tirato indietro sul razzismo, ad esempio: lo faceva in campo – celebre il suo attacco ai Celtics – e continua ancora oggi, a settanta anni suonati. Di cui ben 55 da musulmano: all’età di 15 anni scoprì infatti di appartenere al popolo Yoruba, originario dell’Africa occidentale, tra i Caraibi e Nord America nei tempi del colonialismo. Questa storia lo segnò: da allora, Lewis divenne Kareem. Il più grande centro della storia del basket. O, se preferite, un uomo con dei principi imbattibili quasi quanto lui sul parquet.

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons

  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da New York World-Telegram and the Sun staff photographer
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Flickr da Kip-koech