Le prime Olimpiadi dell’era moderna

La prima corsa per l’oro e non all’oro. Il primo swing di una racchetta di tennis, la prima bracciata, la prima contromossa nella lotta. E poi ancora: il primo sparo, con la carabina. Il primo sollevamento, il primo passo di ginnastica. E i chilometri, tanti, troppi, di un ciclismo che all’epoca viveva il suo momento d’oro. Di cosa parliamo? Delle prime Olimpiadi dell’era moderna. Ad Atene, in Grecia: fuggiti lì, i cinque cerchi, dopo il gran rifiuto di Roma.

Resta quantomeno curioso, no? Perché se la prima edizione dei Giochi conserva ancora un sapore storico con la scelta di affidarle ad Atene, la storia che andremo a raccontare potrebbe stravolgere tutte le vostre – e nostre – convinzioni. Certo, per quanto ‘amara’, va narrata. E non solo perché quel 6 aprile del 1896, lo sport conobbe la sua più grande manifestazione: ma perché tutto, ancora una volta, era in mano agli italiani.

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Andiamo per gradi. La rinascita dei Giochi, in seguito alla famosa sospensione dell’Imperatore Teodosio I (su pressione di un altro italiano – guarda un po’ -, il vescovo di Milano, Ambrogio) nel 393 d.C., avviene ben 1500 anni dopo. Un’eternità: non per i greci, però. Che hanno spirito, e ancora voglia, soprattutto dopo la riscoperta delle rovine di Olimpia a metà dell’800. E non per un uomo, uno a cui la storia deve dar conto: è Pierre de Coubertin, un barone francese la cui capacità persuasiva fu decisiva per l’effettiva realizzazione delle gare olimpiche.

In realtà, il suo ragionamento era di logica militare: il nobile cercava di capire come i francesi avessero perso nella guerra combattuta contro la Prussia, nel 1870. La spiegazione che si diede? Nessuna educazione fisica, o almeno non una adeguata. Dunque, più sport, più disciplina: e più vittorie. Pensava.
In un modo o nell’altro, De Coubertin fece breccia: nacque il CIO, e si fece largo subito nel segno della tradizione, con il greco Demetrius Vikelas posto alla presidenza.

Non una scelta semplice, però sicuramente ponderata, con una lungimiranza che mette i brividi. Specialmente perché, proprio in quel periodo, i greci vennero colpiti da una crisi economica senza precedenti. La tesoreria era difatti prossima alla bancarotta, il Paese allo sbando, ed ogni Primo Ministro saltava fuori più in fretta di Spiridon Louis, primo maratoneta e futuri iridato olimpionico. Insomma: non s’aveva da fare. O meglio: s’aveva da fare, ma altrove.

Sì, ma dove? Budapest era pronta. E poi c’era Roma, con il suo stadio, la sua storia. “No, grazie”, fecero sapere dall’Italia: stessa sorte dei greci, tra corsi e ricorsi storici. Non c’erano soldi. E nemmeno ‘tanta speranza’, per dirla alla Rino Gaetano.

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Fu tuttavia qui che la scelta di Vikealas premiò in toto: con De Coubertin, fu proprio il primo presidente CIO a imbastire una campagna pubblica per mantenere vivo il movimento olimpico. E sì, ci riuscì: il 7 gennaio del 1895, i due convinsero la famiglia reale greca ad assumere parte attiva nell’organizzazione dei Giochi. Tant’è: il principe ereditario, Costantino, divenne addirittura presidente onorario del comitato organizzatore. In parole poverissime: un enorme successo. I reali greci intrapresero una ricerca forsennata di fondi, affidandosi al buon cuore della popolazione. Che rispose, e pure bene: oltre 330.000 dracme tra offerte e acquisti di francobolli. Il volere popolare era chiaro.

Superato quest’arduo step, tra le stanze ateniesi e le conferenze alla Sorbona, il vero dilemma fu: quali sport mettere in pratica? Alla fine, l’unico elemento su cui convennero all’unanimità fu il principio del dilettantismo: dall’atletica leggera al canottaggio, dal ciclismo al nuoto, nessun professionista venne ufficialmente invitato. Con un’unica eccezione: un meraviglioso evento riservato ai mastri di fioretto e ai grandi spadaccini della scherma.

285 atleti, senz’obbligo di ‘rappresentanza’, sotto un’unica grande bandiera: quella dei cinque cerchi. Il medagliere? Anche lì, come sempre, non c’è mai stata storia: vincono gli Usa, con 11 ori. Subito seguiti dalla Grecia, che piazza ben 46 atleti sul podio. Ecco: non un’impresa, se hai quasi il 60% dei partecipanti in gara. Ma una bella storia, sì. Che non tramonterà mai. Così come il cuore e i sacrifici dei greci: gli unici a trarre davvero il meglio da qualsiasi tipo di difficoltà.

 

 

 

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  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Wikimedia 
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia