L’uomo che fuggì in volata dalla vita, storia di Marco Pantani

I ricordi sono lì e non ci mollano: quella sera, quella maledetta sera, era una come tante. Passate a ridere, a pensare, a vivere. Poi, improvvisamente, la TV: il Pirata non c’è più. Nessun errore, è andato via: in salita verso un posto migliore. Un pugno nello stomaco con tanto di schiaffo regolatore: Marco Pantani se ne va mentre il mondo ancora andava disegnato dal suo carisma.

E non c’era più la sua bici, la speranza di rivederlo in rosa, la certezza che un giorno avrebbe raccontato la sua storia. Non c’era neanche più la sua fragilità. Svanita via come Marco, classe 1970 di Cesenatico, Riviera Romagnola. Che aveva salutato il mondo in una camera d’albergo, da solo perché solo voleva stare.

Ci sono salite che sono più dure di altre, che sono insormontabili anche per Pantani. Ma il Pirata è stato amato da tutti, era l’idolo di una generazione intera, di una fetta di popolo che si rivedeva nel suo sudore e nella sua fatica.

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BANDITO E PIRATA

Il mito però s’incarna nel Giro del 1994, quando quel tizio buffo si presenta con una corona di capelli attorno alla tesa completamente rasata, le orecchie a sventola e un animo da guerriero. Nei pomeriggi di oltre vent’anni fa, la televisione pubblica trasmetteva lo spettacolo più bello di sempre: quelle salite fin su Merano e poi verso l’Aprica. Due ruote che salivano verso il ciel3o e che divoravano l’asfalto. Perché andava così forte? “Per non sentire l’agonia”, diceva Marco: marchio di fabbrica di una vita sconclusionatamente perfetta.

E in quegli anni il Giro era il Giro: non c’erano i Moser e i Saronni, ma ci si divertiva. Ci si commuoveva se il Pirata saliva sul podio, un po’ intimidito, un po’ orgoglioso del proprio cuore. Lo s’intravedeva dai suoi occhi marroni, che spalancava per osservare la bellezza davanti a sé. Con la voglia di trionfare sempre al suo lato preferito.

Era il ’94, quello. E l’anno successivo si presenta ai nastri di partenza tra i favoriti. O meglio: qui ci vuole il condizionale. Perché il presente perfetto glielo ruba un incidente d’auto. C’è il Tour, comunque: qualche soddisfazione se la toglie sulle Alpi e sui Pirenei. Per il titolo italiano aspetta l’annata successiva, in un 1996 che non ha scusanti. Anche qui: che non ne avrebbe. Perché un fuoristrada viaggia in senso inverso durante la Milano-Torino, è il 18 ottobre del 1995: e investe proprio lui, rompendogli tibia e perone. E forse non tornerà neanche su quella bici.

LA SALITA PIU’ BELLA

Ma no, non esiste: cinque mesi dopo Pantani è di nuovo in sella, vuole preparare al massimo la stagione successiva. Quella del riscatto. Il 1997 inizia però male: una caduta al Giro gli colora di nero le speranze, un micio gli taglia la strada e lo costringe al ritiro. Serve un’altra salita, la più bella: due mesi dopo è al Tour, diventando il signore delle montagne. Alpe d’Huez e Morzine, non ce n’è per nessuno: troppa grinta in un solo uomo, Jan Ullrich lo sogna di notte e prega nel dio delle lunghe cronometro. Vincerà quest’ultimo, ma Marco finalmente trova una sua dimensione. E un podio che dà soddisfazione.

Giunge il momento, l’anno della svolta totale. È il 1998 e deve necessariamente essere il momento del Pirata. Che sta bene, che è in forma, che annienta pronostici e avversari. Zulle e Tonkov sono le sue ‘vittime’, di livello assoluto, ma è un’altra storia quella stagione: a Selva di Val Gardena prende la maglia rosa, non la cambierà fino a Milano. Le imprese, invece, sono l’Alpe di Pampeago e Plan di Montecampione: in salita è poesia in movimento.

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E il Tour? È tra i favoriti di quell’anno, poi son 33 anni che la maglia gialla non veste un italiano, l’ultimo era stato Felice Gimondi. Ma Marco non parte bene: il cronometro è il suo peggior nemico, quasi quanto Ullrich che gli è davanti di cinque minuti dopo dieci tappe.

Ci vuole un miracolo. E il miracolo arriva: la bandana vola via, il gesto è tra i più famosi della storia dello sport. È il suo avviso dell’attacco, ai piedi del monte Galibier. Ullrich non lo vede, Pantani sale e fugge via. All’arrivo a Les Deux Alpes ha collezionato cinquanta chilometri di fuga, staccando il tedesco di nove minuti. Mostruoso. Il Tour non può non essere suo.

LA CADUTA PIU’ DOLOROSA

Il ’99 diventa la parte di vita in cui sembra che tutto gli sia dovuto. Che tutto sia facilmente conquistabile. Sul Gran Sasso è già con la maglia rosa, poi arrivò il 30 maggio: un giorno storico per tutti. Nella tappa di Oropa, il destino bussa alla porta del Pirata: ai piedi dei 1200 metri del Santuario, gli salta la catena della bici. Apocalisse.

Sembra finisca tutto lì, in realtà è solo l’inizio: la bandana via, ancora, sul bordo della strada. L’aveva gettata con una tale rabbia, una di quelle da far spavento. E riparte, ancora in salita, sempre in salita. Così forte da non esser preda di nessuno, da esser miracolo meraviglioso figlio solo della divinità ciclismo.

Una favola alla Coppi, senza averne le caratteristiche; uno scatto alla Bartali, pur essendo d’altra caratura. Non è potente, non è leggiadro: Marco s’arrampica sui monti disprezzando la fatica, quasi sbuffando dei limiti fisici. Si vede tutta la paura di non farcela. E si percepisce subito quanto quella paura non lo scalfisca un istante.

E verso Pampeago e a Madonna di Campiglio, Marco continua la sua corsa inarrestabile. Ma il dramma è vicino, alle porte: dopo l’ultimo trionfo, il 5 giugno dell ’99, i medici dell’UCI rivelano i risultati dei controlli sul sangue dei primi dieci classificati. Sono le 10.10, e in quello del Pirata il tasso di globuli rossi supera il 50%. La squalifica è inevitabile. I processi mediatici pure.

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Avrebbe dovuto ancora allietarci. Avrebbe dovuto dare ancora tanto, su quel Tonale ch’era casa sua, sul Gavia e sul Mortirolo. Già, il Mortirolo: sulla salita dominava persino l’aria. Come sull’Aprica, il traguardo dove nacque il suo mito.

Marco non si ritira, però è stato come se avesse smesso in quel momento stesso. Izoard e Mont Ventoux, d’accordo. Quella tappa meravigliosa di Courchevel nel 2000. Ma non ci sarà più una bandana gettata al vento, né una salita da raccontare ai propri nipoti.

Il campione se n’è andato, restò l’uomo. Un uomo solo che scappava in salita, come metafora della sua vita di sacrifici e determinazione. No, Pirata: qui nessuno ha il coraggio di dimenticarti.

 

 

 

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