Michael Jordan, questione di responsabilità: quando i numeri uno sanno essere decisivi.

Che cosa rende un atleta un campione assoluto?

Semplice, sapersi prendere le responsabilità nei momenti più importanti.

Posso accettare la sconfitta, tutti falliscono in qualcosa. Ma non posso accettare di rinunciare a provarci” diceva MJ, al secolo Michael Jeffrey Jordan. Che poi lui ci sia riuscito quasi sempre è solo un dettaglio, perché riassumere la personalità, il carisma e il talento di Jordan affidandoci soltanto ai numeri pare quasi un insulto alla storia.

Flashback: gara 6 delle finals NBA 1998, Chicago è sotto di 3 punti contro Utah Jazz a 41 secondi dal fischio della sirena. Il palazzetto è una bolgia e i Bulls sono tramortiti dalle stoccate del duo Malone/Stockton: una sconfitta riporterebbe Utah sul 3-3 con i bookmakers pronti a scommettere sul tracollo di Chicago in una eventuale gara 7.

[1]
Poi accade che Michael Jordan riceve palla da un suo compagno e la deposita comodamente a canestro in soli quattro secondi, lasciando poco più di un possesso agli avversari. Nella sua testa sa già come andrà a finire, in fondo è lui il regista e l’attore principale del miracolo sportivo che sta per accadere a Salt Lake City.

Palla rubata a Malone, penetrazione nell’area avversaria, uno contro uno con Russel che abbocca alla sua finta come un liceale alla prima sgambettata coi grandi e canestro. A cinque secondi dalla fine. Cinque inutili secondi per i Jazz che non riescono a ribaltare il conto e sesto titolo per i Bulls in cassaforte.

Non ho mai badato alle conseguenze dello sbagliare un tiro importante. – dirà in seguito – Perché, quando pensi alle conseguenze pensi sempre ad un risultato negativo.”

Vi siete mai chiesti perché, nonostante i numeri da record, in tanti ancora pensino che Lionel Messi non riuscirà mai ad avvicinarsi a quel che, a suo tempo, è stato Maradona? Again, responsabilità.

Già, perché se l’Argentina ha in bacheca due Coppe del Mondo lo deve in parte a quella giornata, precisamente mercoledi 25 giugno 1986, in cui ‘el pibe de oro’ decise di prendersi la squadra sulle spalle e segnare due tra i gol più celebri al mondo: la cosiddetta ‘mano de dios’ e quel che è passato agli annali come ‘il gol del secolo’.

Dal rettangolo verde al parquet, Michael Jordan è la controparte cestistica di Diego. Leader assoluto dentro e fuori dal campo, una fame di vittoria senza eguali e una capacità più unica che rara di rispondere presente nelle occasioni che contano.

Nonostante i suoi 198 centimetri, che per la media NBA non era certamente un’altezza da guinnes dei primati, è stato lui il vero gigante in campo. Cinico e vendicativo, sportivamente parlando, il tanto che basta a far impallidire tutti i più grandi venuti prima di lui ancora in attività, da Larry Bird a Magic Johnson, olte a mettere in fila gente del calibro di Karl Malone, Hakeem Olajuwon, Charles Barkely e Shaquille O’Neill.

[2]
Nella sua scintillante carriera c’è stato addirittura un momento in cui, a seguito della frattura dell’osso navicolare del tarso del piede sinistro, in tanti pensavano che fosse spacciato. Era il 1985, Jordan era al suo secondo anno di NBA e fu costretto ad uno stop forzato nel corso del quale approfittò per terminare gli studi e laurearsi, non senza qualche piccola partitella segreta assolutamente proibita dai medici. Come ricorda il preparatore atletico di Chicago Mark Pfeil l’unico limite per Michael era Michael stesso: “Se si convinceva che qualcosa non gli avrebbe fatto male, si concentrava oltre l’ostacolo e scendeva in campo.”
Come quella volta in cui, dopo esser stato malissimo la sera prima, si trovava ancora nella sua stanza d’albergo alle 3 del pomeriggio con gara 5 della finale NBA da disputare a distanza di qualche ora (una delle due di fila vinte contro gli Utah Jazz) e nonostante le sue condizioni a dir poco precarie riuscì a segnare la bellezza di 38 punti, portando i suoi a gara 6 con un match di vantaggio.

Dopo aver dimostrato chi fosse il numero uno tra il 1990 e il 1993, infilando una storica tripletta di successi per i Chicago Bulls, a seguito della morte del padre Michael decise di darsi al baseball per onorare il suo ricordo. L’avventura nella seconda squadra dei Chicago White Sox però, durata soltanto un anno e mezzo, non convinse nessuno, Jordan compreso, che ritornò a fare quel che gli riusciva meglio: incantare il pubblico con la palla da basket tra le mani.

Tornato tra i ranghi dei Bulls nel marzo del 1995, ce la mise tutta per rimettersi al passo coi compagni, ma la prearazione richiesta ai massimi livelli della NBA era piuttosto differente da quella effettuata nella Minor League di baseball e Michael non riuscì a guidare i suoi alla vittoria. A onor del vero, fu proprio lui a dare il via all’azione che condannò i Bulls ai playoff contro gli Orlando Magic, perdendo una palla cruciale all’ultimo minuto.

Nessun problema comunque, dagli errori si impara come ammetterà in una celebre intervista qualche anno dopo: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.”

[3]
E infatti è andata proprio così, perché dalla stagione ’95-’96 a quella ’97-’98, Michael Jordan e i suoi Chicago Bulls ripeterono l’impresa compiuta qualche anno prima, infilando il secondo ‘three-peat’ nella storia del club oltre a venir nominato, per tutti e sei i titoli NBA conquistati, MVP delle Finals.

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons

  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Flickr da Basket Streaming
  2. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Flickr da Kip-koech
  3. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Flickr da mccarmona23