La carriera di Paolo Maldini è stata semplicemente esemplare

L’hanno chiamato in qualsiasi modo: prima ‘bambino d’oro’, quindi ‘predestinato’. Infine ‘figlio di papà’, perché non poteva non esserlo con un padre così. Cesare era un nome da imperatore, e infatti aveva guidato il Milan della prima Coppa Campioni, quella vinta da libero e leader nella finale di Wembley. Erano gli anni ’60, il boom economico e Maldini rasentava il prototipo di difensore elegante, tra svaghi e imboscate, ma sempre serio e integerrimo in campo: delle sue ‘maldinate’ abbiamo memoria, ma sono solo distrazioni clamorose dopo partite perfette. Un pezzo di storia consacrato tra Milan e Nazionale, da secondo di Bearzot e in rampa di lancio per la sua carissima Under21.

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Togliamo subito i primi dubbi: suo figlio Paolo era totalmente diverso. Più alto, innanzitutto. Aveva una faccia d’attore ereditata da sua madre, e poi correva, quanto correva. Era un’ala destra che crossava alla perfezione, l’ideale per qualsiasi attaccante. Da piccolo il suo idolo era Bettega: era elegante e faceva gol, il sogno di qualsiasi esterno d’attacco. Che fosse della Juventus? Ah, beh: pazienza.
Nel mentre Liedholm allenava a Milano, Paolo giocava nelle giovanili rossonere e il destino si colorò dell’ennesima meravigliosa storia sul pallone: il tecnico fu difatti colpito dall’atletismo di quel ragazzo, dal suo dinamismo. Un anno dopo sarebbe arrivato Berlusconi alla guida della società, ma un anno prima c’era Farina: la squadra aveva allora bisogno di rinforzi, pur non avendone concretamente possibilità di ottenerne.

IL DEBUTTO

Liedholm glielo chiese all’istante: destra o sinistra? Era Udinese-MIlan, era il 20 gennaio del 1985. Maldini dà libera scelta al tecnico, che lo incita e gli intima di divertirsi: ecco, allora si va a destra e Battistini va fuori. Il numero tredici sulle spalle (non c’erano le cifre personalizzate, né personali) e l’altro Maldini assaggia il vero sapore della maglia rossonera.

Da quel momento? Una storia d’amore pazzesca, durata ben 24 anni. Praticamente un quarto di secolo, oltre addirittura andando a contare le giovanili. Ma la sua peculiarità è sempre quella di esser rimasto se stesso: una persona normale, ecco come gli piace esser ricordato. Ignorando solo per un istante il fatto di essere tra i difensori più forti della storia del calcio.

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A 17 anni Liedholm lo lancia titolare: un gran giocatore, del resto, non ha mai avuto età. Il Milan stava per diventare quello degli invincibili, con Paolo c’era Filippo Galli, c’era Baresi. Poi arriverà Costacurta, quindi Paolo giocherà a sinistra, facendo impazzire i quotidiani alla ricerca dell’erede di Cabrini. Un passaggio di consegne naturale, soprattutto in vista dell’Europeo tedesco del 1988. La differenza? Nel piede preferito: Liedholm gli intravedeva doti fisiche incredibili, il difensore avrebbe fatto bene in qualsiasi ruolo ma a sinistra c’era bisogno del suo scatto, del suo perfetto inserimento. Spalle larghe e corsa: quella corsia divenne presto sua.

IL MILAN DI PAOLO

La rivoluzione di Sacchi stava anch’essa per farsi vedere dalle parti di Milanello, per Maldini non fu altro che l’ennesimo step di una crescita pazzesca: occupare gli spazi gli veniva d’un naturale invidiabile. Lanciato nello spazio dava il meglio di sé, sebbene non fosse un genio con i piedi riusciva a sopperire attraverso l’incredibile dedizione e supporto fisico. Quella fascia, davvero, era roba sua: perché dopo la spinta recuperava la posizione, dopo l’attacco avversario chiudeva in una diagonale perfetta. E il fuorigioco? Da vedere e rivedere i suoi movimenti, in generale quelli dell’intera difesa. Grandi doti, tutte naturali: ma la migliore caratteristica era un’altra. Era la marcatura a uomo, la durezza nei contrasti, la ferocia nei tackle. L’efficacia nel gioco aereo, poi.

L’anima del Milan divenne anche la sua: a fine anni ’80 arrivano gli olandesi, il gioco si fa bellissimo, frizzante. Ma è la difesa a fare la differenza: impenetrabile e incredibile. Papà Cesare, all’epoca selezionatore dell’Under21, non si fa pregare e lo convoca all’istante. Non c’erano raccomandazioni, né proteste: Paolo era lì per meriti vivissimi. Maldini allora riuscì ad eliminare anche le ultime chiacchiere dei detrattori: e a chi diceva che segnasse poco, che non fosse come i grandi terzini di scuola italiana, risposero le sue prestazioni soprattutto in azzurro.

LE VITTORIE

Vicini lo convoca agli Europei: quasi è costretto da cotanto talento, da una stagione sorprendente che aveva visto il Milan trionfare in campionato all’ultimo istante. Nell’anno successivo, ecco la prima Coppa dei Campioni, ecco il 5-0 al Real Madrid. L’Italia era tornata a dominare e l’aveva fatto con le armi altrui: con il bel gioco. Il Napoli poi e uno scudetto perso, quindi il bis europeo: a cavallo tra i due decenni, quella rossonera era una corazzata che metteva i brividi.

Italia ’90? Maldini era in rampa di lancio: voleva solo correre e farlo magari da titolare fisso. Dopo quattro stagioni in prima squadra il posto fisso in azzurro è suo: aveva solo 22 anni ma l’esperienza e il temperamento di un veterano. La Nazionale di Vicini giocava in modo meno frizzante rispetto al suo Milan, chiaro: ma c’era comunque da divertirsi. E tenere botta.

E infatti dietro si faceva a spallate: Paolo resta sempre bloccato in difesa, l’Italia non riesce a sprigionare tutto il talento offensivo ma quantomeno dietro continua a tenere. La semifinale con l’Argentina, ecco, brucia ancora oggi: i ‘se’ e i ‘ma’ si sprecano dopo la disfatta mondiale.

Eppure quegli anni restano bellissimi. Non solo per le vittorie, ma per quello che rappresentava Maldini: la speranza del futuro italiano, la certezza del presente, un simbolo del nuovo decennio che partiva con grosse promesse. Non sorprendevano più le sue prestazioni, non sorprendeva più il suo carattere: sicuro di sé, mai fuori gli schemi, mai una parola fuori posto. Faceva sentire i tacchetti a chi gliele faceva girare, ma senza alzare la voce. Aziendalista e vecchia volpe, con la qualità per contenere le parole degli invidiosi.

INATTACCABILE

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Il Milan va da Sacchi a Capello, in Nazionale si passa da Vicini a Sacchi. La costante? È sempre Paolo, nonostante quell’anno di stop europeo con il Milan squalificato per i fatti di Siviglia e quello sfortunato Europeo del 1992. Ma Maldini resta inattaccabile, non sbaglia una prestazione. E mai un infortunio, un errore, un titolone in prima pagina. La realtà è che il meglio doveva ancora venire, e non tardò neanche così tanto.
Biennio 1993-1994, il Diavolo era tornato a dominare in Italia grazie al nuovo corso di Fabio Capello: una squadra meno spettacolare, però infallibile lì dietro. Zero sconfitte nel 1992, 4 nelle successive annate, 17 partite senza subire gol, 3 titoli di fila. I numeri, signori, non mentono mai. Nemmeno nel 1994, nella finale di Coppa Campioni – dopo averne persa una clamorosamente nell’anno precedente – stravinta per 4-0 senza Baresi e Costacurta, contro il Barcellona di Johan Cruyff. Sì, proprio quel Barça.

In quella partita ci fu la dimostrazione lampante di trovarsi davanti a un genio del calcio. Non come Romario, non ai livelli di Maradona: ma a un giocatore così forte da poter far tutto. Maldini giocò con Galli al centro della difesa, era la prima volta, e la prima volta era in una finale di Champions. Andò divinamente, a tal punto da pensare al futuro di Paolo come quello del padre, come a un centrale difensivo che prendesse l’eredità di Baresi: non fu automatico, ma non andarono lontano dalla realtà.

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I premi individuali, nel frattempo, diventavano sempre più numeroso. Nel 1994 divenne giocatore dell’anno per la rivista World Soccer, il terzo nella classifica di France Football che assegnava il Pallone d’Oro. E il ’94 era anche l’anno dei mondiali in Usa: l’Italia veniva da rassegne difficili, da partite dispendiose e da un Sacchi fin troppo integralista. Maldini lo conosceva, non ne pagò dazio. Ma non fu sufficiente a trionfare con una squadra supersonica.

SCRICCHIOLII AZZURRI

Paolo arrivò fisicamente prosciugato dall’annata, il suo Mondiale fu sottotono nei movimenti, nella corsa, nella fluidità mentale a cui aveva abituato. Sembrava stanco, spompato, pareva essersi rotto qualcosa. L’anno successivo l’ennesima conferma: la difesa del Milan non era più quella d’un tempo e l’Ajax surclassò il Diavolo in quella notte al ‘Rocco’ di Trieste. Poi arrivò la Juve e vinse lo scudetto. Insomma, la ruota iniziò a girare nel verso opposto: Paolo non sembrava più lui.

Nel ’96 il Milan raggiunse ancora una finale di coppa, purtroppo perdendo. Quindi tornò a primeggiare. Così come Maldini, piazzato nella classifica del World Player Fifa dell’anno precedente. Da qui arrivarono quindi i primi traballamenti: nessuno sapeva più dove posizionarlo, se al centro o se a sinistra. E lui si riprendeva e poi cadeva, una serie di alti e bassi che per fortuna in Nazionale non si verificarono: ché lì c’era papà appena diventato CT. E non c’è nessun rimedio universale come il tempo in famiglia.

Mondiali in Francia, anno 1998. L’Italia apparì rinunciataria e mai in grado di fare la differenza: Paolo però degno protagonista al suo decimo anno consecutivo in azzurro, uno dei pochi a salvarsi di quella spedizione. Nel ’99 sembrava essersi riappropriato della sua fame e con Zac in panchina torna a vincere lo scudetto. L’anno successivo? Gli Europei maledetti del 2000: l’Italia perse l’unica partita giocata magistralmente, Maldini si avviava verso il tramonto con una spada conficcata sportivamente nel cuore. Quella di non riuscire a vincere con la Nazionale: il coreano Ahn che gli salta in testa nei mondiali del 2002, solo una triste istantanea.

L’ULTIMO MALDINI

In rossonero arriva Nesta a dargli una mano, finalmente Maldini capisce: tocca scalare in mezzo. E dopo i primi titubanti attimi, Paolo diventa preciso, puntuale, calmo e per nulla goffo. Quando sembrava ormai finita, ecco un’altra Coppa dei Campioni: è il 2003, è l’Old Trafford e contro c’è l’avversaria di sempre, la Juventus. Maldini vince con il suo ex compagno in campo, Carlo Ancelotti: insieme alzano coppa e sopraccigli. Qualcuno lo rivorrebbe in azzurro, ma il Capitano chiude con il suo settimo scudetto e dice addio nel 2007 con la quinta Champions nella sua personalissima bacheca.

maldini-palmaresTrofei, record, gli anni che passano. Il 31 maggio del 2009, Paolo Maldini disputa l’ultima partita della sua carriera a Firenze, con vittoria per 2-0 e ultimi gol di Kakà in rossonero. 902 partite ufficiali, tutte con la stessa maglia. Quella del cuore.
Perché oggi non è nella dirigenza rossonera? Di domande come queste, nel calcio italiano, non vale la pena cercare risposta.

 

 

 

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