Justin Kluivert, l’orgoglio di papà Patrick

Figli d’arte. E figli dell’arte. Non dev’esser stata una passeggiata, per Justin Kluivert: del resto, alla sua età, il padre decise già una finale di Champions League. Era il 1995, a Vienna andava in scena l’ennesima sfida tra l’Ajax ed il Milan di Fabio Capello: quel ragazzino dalla faccia pulita entrò al minuto 25 della ripresa. Tempo quindici minuti: è gol. Uno a zero, palla al centro, vittoria finale. Fu così che Patrick Kluivert divenne una delle più geniali intuizioni di Louis Van Gaal: all’epoca, grazie a quel colpo di fortuna, i Lancieri poterono di nuovo festeggiare una Champions League dopo ventun anni.

Ecco: ma non parliamo dell’ex cannoniere orange. Parliamo di suo figlio: diciassette anni, ala destra, talento purissimo. Tra i nuovissimi prodotti di un Ajax in grado di tornare tra le grandi d’Europa, con la finale persa a Stoccolma con lo United come ultima prova di un percorso niente male.

LE CARATTERISTICHE

Dopo un inizio devastante con la squadra delle riserve, Justin ora si allena a tempo pieno con la prima squadra, spesso incrementa il totale del minutaggio accumulato, quasi sempre diventa arma importante a partita in corso. Nelle sue prime cinque presenze, per dire, ha collezionato altrettante vittorie: anche meglio dell’ultimo figlio d’arte – e talismano – Daley Blind, figlio dell’ex selezionatore dei Paesi Bassi, Danny.

Ma com’è, Justin? Già nell’esordio con il Pec Zwolle, le sue caratteristiche erano chiare: grande visione di gioco, super corsa e tanta, tanta garra all’occorrenza. Tipico prodotto della (nuova) scuola Ajax, in grado di formare tanti piccoli ‘mostri’ del 4-3-3. Chiaro, i paragoni con il padre si sprecano: ha una struttura fisica differente, è più piccolo (alto 1.75 m). Insomma: solo i lineamenti del viso sono uguali. Tutto il resto è… Afellay. Sì, ricorda proprio l’esterno approdato tempo fa al Barcellona, salvo quindi rinunciare al blaugrana per una serie di pesanti infortuni. Ecco: speriamo non vada così la carriera del piccolo Kluivert. Che ad una non eccelsa velocità compensa con una tecnica fuori dal comune. Soprattutto, attenzione alla coordinazione e all’equilibrio: nei dribbling, manco a dirlo, è tra i migliori della sua annata.

Certo, manca un pochino di ritmo: ma quello si costruisce giocando, magari vincendo. Il tetto dei mille minuti da professionista non l’ha ancora superato: dunque, impossibile dire se sarà o meno un giocatore di determinato livello. Però la sua abilità è indiscutibile, come la sua bravura nell’uno contro uno. I numeri, in Eredivise, sono pressoché imponenti: 5 dribbling ogni 90 minuti, 4 volte su 5 li vince agilmente.

Cosa manca? Qualche colpo col piede debole, forse. Ha infatti iniziato a giocare a sinistra, sfruttando potenza e precisione del suo destro: ma con Bosz le cose sono cambiate. Dunque, tanto lavoro anche sul mancino, con il quale già dimostra ottimo controllo di palla e buone intuizioni. Che sì, a 18 anni, non è per niente un bagaglio da sottovalutare. Anzi.