Un miracolo con il cuore di Gianluca Pessotto

“Il calciatore è anche una persona, un essere umano. Molte volte si ha l’impressione che il giocatore non abbia sentimenti o momenti negativi. Ecco, non è così”. Gianluca Pessotto è stato un giocatore disciplinato, costante, affidabile, umile, introverso; un laterale sinistro ferreo che nel 1995-1996, dopo essere passato per il Milan, il Varese, la Massese, il Bologna, l’Hellas Verona e il Torino, riuscì a raggiungere lo zenit della sua carriera, alzando la Champions League con la Juventus.

“E’ stata l’emozione massima, è stato bellissimo… E’ il tipo di partite che sogni di giocare quando cominci a calciare quel pallone. Durante i 90 minuti non ascolti nessuno, né ti preoccupa il risultato. L’unica cosa che vuoi è giocare. Il calcio non si gioca per il risultato, lo si fa per passione”, riconoscerà dopo qualche anno Pessottino.

Il gregario gentile

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Uno dei gregari di lusso, imprescindibile per qualsiasi squadra italiana. Un ragazzo con sei scudetti e una Coppa dei Campioni nel palmarés. Non si ricorda nessun golazo, nessuna giocata sensazionale, nessun momento straordinario: ma è stato determinante. Pessotto non è mai passato agli annali del calcio per la qualità dei suoi piedi, ma del suo cuore. Era un tipo che leggeva Dostoevskij durante i ritiri, che aveva una buona parola per tutti, che migliorava lo spogliatoio con la sua presenza.

Certamente, quando Pessotto decise di ritirarsi dal calcio nel 2006, dopo undici stagioni alla Vecchia Signora, con la quale totalizzò più di 350 incontri ufficiali, dopo aver adornato il suo curriculum con una Supercoppa Europea, un’Intercontinentale, una Intertoto e tre titoli di Supercoppa Italiana, dopo aver portato a casa una ventina di presenze con l’Italia, lo fece come non poteva fare in nessun altro modo, alla sua maniera: in silenzio, senza dare nell’occhio.

La Juventus, conscia dell’enorme capitale umano del ‘Professorino’, si affrettò a nominarlo responsabile della prima squadra, una carica che l’ex calciatore accettò con la convinzione che ciò gli avrebbe permesso di continuare a stare in contatto con la squadra e con la realtà del terreno di gioco.

L’insano gesto

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L’offerta della Vecchia Signora, oltre a premiare la brillante carriera di uno dei membri più carismatici di una delle migliori Juventus della storia, si evidenziava anche per l’obiettivo di ricomporre la propria reputazione, devastata da Calciopoli. Il nome dell’ex terzino non appariva nella lista degli indagati per il ‘MoggiGate’, nomignolo che venne dato dalla stampa estera per l’implicazione dell’allora direttore generale Luciano Moggi. Tutto ciò, comunque, pare abbia provocato molti problemi a Pessotto.

In quel periodo, complici diverse situazioni familiari, si sottomise a un trattamento psicologico in quanto – citando la moglie – “non si sentiva capace di esercitare il suo nuovo ruolo. Mi ripeteva sempre che c’era un’enorme differenza tra stare in campo o dietro una scrivania”.

Il 27 giugno del 2006, cinque giorni dopo la bella vittoria degli Azzurri contro la Repubblica Ceca nella fase a gruppi del Mondiale di Germania, poche ore dopo aver discusso con sua moglie per aver cancellato un weekend familiare per dedicarsi al lavoro, Gianluca Pessotto, mentalmente esausto, decise che la vita era stata sufficientemente crudele con lui.

Verso le 11 di mattina circa, l’ex calciatore, padre di due bimbe, si lanciò nel vuoto dal quarto piano della sede della Juventus con un rosario tra le mani. Il suo corpo cadde su due macchine che frenarono la velocità della caduta ed evitarono che morisse sul colpo. Mentre la sorpresa e la commozione si trasformavano in ipotesi, Gianluca viene rapidamente trasportato all’ospedale Molinette di Torino. Soffriva di fratture multiple, però la sua vita non correva pericolo. Le sensazioni erano positive e non c’erano rischi di una morte immediata. La gara, comunque, sarebbe stata lunga. E tutta da giocare.

La terribile notizia arrivò rapidamente nel ritiro italiano, che soltanto qualche ora prima aveva battuto l’Australia negli ottavi di finale della Coppa del Mondo. Fabio Cannavaro, il capitano della Nazionale, fu informato mentre parlava con i giornalisti nella classica conferenza stampa del giorno dopo. “Sono dispiaciuto. Pessottino è la miglior persona al mondo”, le sue prime parole. E Gianluca era con loro, qualche giorno prima, ad Amburgo. Sembrava contento, sereno. Del Piero e Zambrotta, ex compagni di Pessotto, abbandonano momentaneamente il ritiro per visitare il ragazzo in ospedale.

Intanto in Germania….

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La squadra azzurra, storicamente pronta a combattere contro tutti, si unì per dedicare quella Coppa del Mondo a un Pessotto che, in qualche modo, disputò anch’egli quel torneo. Naturalmente, la vittoria fu dedicata interamente a lui. E quando la Nazionale portò a casa la Coppa, l’euforia fu tanta. Soprattutto alla vista di Cannavaro, Del Piero e Zambrotta, che gli portarono il trofeo nella stanza d’ospedale. Quella stessa sera, la salute di Pessotto peggiorò repentinamente, con la febbre che salì tantissimo. Fu l’emozione. Fu la grande emozione di vedere i suoi amici con la Coppa del Mondo.

Mentre accumulava giorni di combattimento, di interventi chirurgici, di prognosi riservate e leggeri miglioramenti, Pessotto poté contare anche sull’appoggio di Paolo Montero. Quando ricevette la notizia, lo spigoloso centrale uruguaiano, da sempre indicato come uno dei “cattivi” del calcio mondiale, viaggiò da Montevideo fino a Torino.

Tanto fedele come discreto, rimase al fianco di Gianluca, che il 17 luglio fu dichiarato finalmente fuori pericolo di morte.

L’ex 7 bianconero, che uscì dall’ospedale il 5 settembre, è un esempio di una lotta eroica. “Non ricordo nulla di quel giorno, solo un’oscurità totale. Quello che ricorderò per sempre è il dolore che sentivo nell’anima, un vuoto incredibile… la solitudine più profonda che uno può immaginarsi”, ammise Pessotto tempo dopo a Repubblica. Oggi è responsabile del settore giovanile della Juventus, ruolo in cui sta facendo un gran bene. E’ tornato a sorridere e a godersi il campo. Tredici anni dopo, la voglia di migliorarsi e di vivere a pieno sono il motore che gli danno forza quotidiana. Tutti felici. E con una Coppa in più, mentre ne aspetta ancora un’altra.

 

 

 

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