La vittoria di Pietrangeli al Roland Garros

Aveva già vinto a Roma, Pietrangeli. Quando con la racchetta nel borsone si fa avanti verso il Parc d’Auteuil, era pure fiducioso. Anno 1959, Internazionali di Francia: poco prima era diventato il primo italiano della storia a vincere al Roland Garros, ma in doppio misto con la britannica Shirley Bloomer.
Tra i professionisti, poi, arriva l’australiano Mervyn Rose, campione uscente a Parigi e che proprio nel 1958 batte Pietrangeli in una clamorosa finale a Roma, chiusa al quinto set. Dunque, uno in meno.

Sì, perché all’epoca di professionisti non ce n’erano. O meglio: il circuito era diverso. Restava Ayala, il cileno: aveva affrontato la finale a Parigi e vinto a Roma. Poi Neale Fraser, numero due della graduatoria; Emerson e Laver, due australiani niente male. E l’americano Budge Patty, che con Drobny poteva risultare come mina vagante. Tra gli italiani, Orlando Sirola e Giuseppe Merlo.

Pietrangeli ha talento, praticamente naturale. E allora punta sul rovescio, che non delude mai, che è colpo redditizio ed elegante, perfetto per i parametri del panorama tennistico mondiale. Da fondocampo, poi, ha pochi rivali. Gioca al volo, ha il tocco delicato ed istinto felino. Ma si fa pure preferire in risposta, oltre al contrattacco, che spesso affida alla smorzata che lascia sui blocchi l’avversario.cover-articolo-pietrangeli

Arriva al numero tre e al Roland-Garros occupa la parte bassa del tabellone. All’esordio il sorteggio gli propone il messicano Mario Lamas, destinato a prendersi un set e contento di impegnare più del pronosticato il fuoriclasse italiano. Lo spagnolo Couder, poi: 6-3 6-2 6-2. Dunque, il danese Ulrich: 7-5 6-3 6-4. No, non sono affatto ostacoli impegnativi per Nicola. Che tranquillamente guadagna la semifinale dopo aver ‘annientato’ anche il britannico Billy Knight con un 6-1 6-2 6-1.

 

E allora rieccolo, vicino al tetto di Francia, con l’avversario temuto sulla sua strada. Chi? Fraser, che ha ruolino di marcia immacolato e ha superato anche il giovane connazionale Martin Mulligan, bravo a sua volta a battere agli ottavi Drobny.

Dall’altra parte del tabellone, Ayala sbarra la strada a Merlo agli ottavi, quindi ferma la corsa di Emerson ai quarti di finale, mentre il sudafricano Veermak soffre ma infine prevale alla distanza con il francese Haillet, il migliore dei suoi, e il belga Brichant. Laver paga dazio tra paura e inesperienza, andando a tentoni già al terzo turno con l’austriaco Legenstein e allo stesso stadio della competizione Orlando Sirola si arrende a Nielsen, che porta a casa il match con un rapido 6-2 6-3 6-4.

Semifinali, dunque: è qui che arriva il poker d’assi atteso alla vigilia. E subito si va di sorprese: perché se è vero che la sconfitta di Ayala con Veermak impressiona per costanza e risultato (6-2 6-1 6-4), quella di Fraser con Pietrangeli, sempre in tre set, 7-5 6-3 7-5, ratifica la bravura del tennista italiano sulla terra battuta.

Sabato 30 maggio. La storia sceglie un giorno importante per scriversi addosso. Nicola Pietrangeli ha solo l’ultimo atto da portare a compimento, deve battere il sudafricano Ian Veermak che ha nel repertorio servizi micidiali e voleé da paura. Ecco: sono queste le chiavi del primo set, vinto dall’avversario per 6-3. L’italiano allora aggiusta la misura del passante e la sfida cambia padrone. Pietrangeli vince tre set in scioltezza, 6-3 6-4 6-1, e si porta a casa la Coppa. Primo italiano in assoluto a riuscirci, sì. E primo italiano che da solo trascina un movimento fino a quello che è diventato oggi: una passione, enorme, che porta successo e porta spettatori.

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Wimbledon alle porte ci insegna che il mondo tennistico è uno di quelli in continua evoluzione, perché si fa brand, perché si fa marketing, perché si fa spettacolo. Eppure, un tuffo nel passato diventa quantomai doveroso: perché nell’impresa di Pietrangeli c’è tutto.
C’è l’attesa che si fa speranza, la speranza che si fa certezza. E la certezza che si fa trionfo. Il primo italiano a riuscirci, sì. E pure uno dei pochissimi a saperci emozionare davvero.

 

 

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