La prima volta della ’24 ore di Le Mans’

È del 1923 la prima maratona automobilistica. Si svolge sul circuito de la Sarthe di Le Mans, Francia. E il tutto comprende due giorni incredibilmente euforici: perché tra il 26 e il 27 maggio, la storia dell’automobilismo cambia radicalmente.

Tanti, quasi tutti francesi alla prima corsa: 59 su 66 partecipanti. Così come le case automobilistiche: amatoriali, per lo più dalla periferie parigina. E pensare che l’idea era stata progettata solo qualche mese prima, a novembre. 35 iscrizioni, 18 marche diverse: a discapito del poco tempo, fu subito un successo. Il regolamento? Preso dall’Automobile Club de l’Ouest. Semplice, pulito, preciso: prescriveva principalmente che le vetture seguissero gli esempi nei cataloghi delle varie case, che tutto fosse insomma nella norma.

Cosa si voleva fare? C’era l’intenzione di fare una corsa da ventiquattr’ore consecutive, o probabilmente oltre. Il Trofeo sarebbe stato addirittura triennale: chi avrebbe guadagnato più punti nei tre anni, avrebbe portato a casa la Coppa. Una gara di resistenza, ma anche di affidabilità: così anche le vetture turismo ebbero la propria parte di storia.

In quell’anno, le 33 automobili schierate alla partenza si trovarono subito tra le prime proteste: come scegliere l’ordine di partenza? In ordine cronologico, in base all’iscrizione. Dunque, fu bagarre sin dall’inizio: tanti sorpassi poco dopo la partenza, anche se le prime due posizioni furono affidate alle vetture Excelsior, con motori di cilindrata maggiore.

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Alle ore 16, tutto pronto: sotto un’impressionante grandinata, Chenard&Walker con una Bentley 3 Litre sfrecciarono al comando. Il circuito, devastato dalle 4 ore di pioggia forte e battente, era praticamente diventato un sentiero in terra battuta, che ben presto si colorò di buche, di fango. Ogni vettura non aveva il tetto, alcune soltanto possedevano una copertura in tela dell’abitacolo, al massimo un parabrezza. Insomma: le condizioni destavano preoccupazione. Eccom.e

E no, neanche i tergicristalli – per i pochi fortunati – poterono far qualcosa: solo la Bentley era l’unica vettura ad avere un impianto frenante sull’asse posteriore, ma senza ruote di scorta (incredibilmente, non fu un problema). Ecco: in condizioni disastrate, si parte. E dopo tre ore arrivano i primi pit stop: soltanto due piloti per auto, di cui solo uno a lavoro sulla vettura.

Calata la notte, dozzine di auto riportarono danni irreversibili: tra impianti di illuminazioni e i colpi dei sassi sollevati dalle vetture, si arrivò a forare anche il serbatoio della benzina. La Bentley? Viaggiò per tutta la notte con un solo faro, in quanto la riparazione avrebbe tolto troppo tempo.

John Duff, con la sua auto, correva e correva. In mattinata, portò la sua Bentley in cima alla classifica, secondo tra le due Chenard-Walcker. Poco prima di mezzogiorno, però. dai box arrivò una chiamata per W.O. Bentley: i suoi piloti non ce l’avevano fatta. Avevano forato il serbatoio, non ce n’era più. Era finita.

Sembrava così, almeno tutti lo pensavano. Nessuno più ci credeva, tranne Frank Clement: raccolse dei pezzi di ricambio, attrezzi e pure una bombola di gas. Prese una bicicletta e pedalò fino a raggiungere l’automobile: ore dopo, e riparò. Pazzesco.

Si riparte, insomma. Il pilota riesce a far ritorno ai box con la bicicletta sul sedile. Al termine, vinse una delle Chenard&Walcker, di André Legache e René Leonard. Ma il quarto posto di John Duff e Frank Clement rimarrà per sempre nei libri di Le Mans: la corsa più pazza di tutte.

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons

  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata da Will Pittenger
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Flickr da David Merrett