110 anni fa la prima ‘Milano-Sanremo’ della storia

290 chilometri di sudore, pedalate, denti stretti. 290 chilometri per una corsa tra le più lunghe e faticose al mondo, il tutto in un unico ed infinito giorno. Benvenuti alla classica Milano-Sanremo: non una semplice gita in bici, ma una vera e propria tradizione del ciclismo nostrano, europeo, mondiale.

Centodieci: sono gli anni da quel fatidico 1907, quando dal kartodromo di Rozzano – da cui partono ancora oggi – un giudice diede il famoso sparo del via. Vinse un francese, Petit Breton (che in quell’anno portò a casa anche il Tour de France), e vinse l’Italia: perché quella corsa entusiasmò per paesaggi e coefficiente di difficoltà. Da allora, non c’è stato anno in cui non si sia ripetuta.

Ma come nacque tutto? Fu l’idea di una notte, nel 1906: poco prima c’era stata una corsa automobilistica in quella stessa tratta, finita però in tragedia. Trentadue auto partirono da Rozzano, solo 2 riuscirono a varcare l’arrivo di Sanremo. C’era quindi voglia di rendere omaggio a chi non ce l’aveva fatta, all’idea in sé che non poteva proseguire nella sua realizzazione.

corsa-bici

Detto, fatto: nel ‘Cafè Européen’ di Rigollet, centro culturale del comune ligure, il proprietario della Gazzetta dello Sport ebbe l’idea di una corsa ciclistica che negli anni seguenti diverrà la ‘Classicissima di Primavera’. La data? Nel giorno di San Giuseppe, come sarà poi da tradizione. Tutti tinti di rosa per l’occasione: colore mai banale se si tratta di ciclismo agonistico.

E tutti pronti, emozionati, felici di questa nuova tappa come se fosse una nuova vita pronta ad iniziare. C’erano tutti, del resto: il recordman Breton, Trousseliers (vincitore del Tour appena un anno prima), e poi gli italiani Gerbi – detto ‘Diavolo Rosso’ – e Cuniolo, il campione in carica. Ne partirono in 33, tra pioggia e vento: tant’è che la partenza slittò, e dalle 4.30 del mattino previste si arrivò alle 5.15. Non un problema, non per il gruppo dei favoriti almeno. I quattro partirono spediti e senza battere ciglio, seguiti da Galetti, Ganna, Garrigou e Canepari. Arrivati al Pozzolo Formigaro, Gerbi attacca e scatta in salita: verso Novi, il vantaggio è di quasi un minuto.

Ma c’è il nevischio, maledetto: il Diavolo Rosso passa al Turchino con tre minuti di vantaggio su Ganna e Galetti. E Breton? Ha forato, è addirittura a cinque minuti. Però non si scoraggia: sa che Gerbi avrà problemi sulla Colletta, a Savona potrà riprenderlo se tornerà ad andar forte, se la malasorte non si accanisce. Ecco: Garrigou, che era nel gruppo degli inseguitori, scatta e riprende il leader della corsa proprio in quel punto. Nella discesa del Berta, a 25 km, Breton li segue a ruota.

Tuttavia non può finire così, e allora s’accordano:  il ‘Diavolo Rosso’ era certo di perdere nello sprint finale, quindi parla con Breton, suo compagno di squadra. Gli chiede la metà delle 300 lire di premio in cambio di un aiuto contro Garrigou: il francese accetta subito. Ad 800 metri dal traguardo, Gerbi afferra per il collo il collega in seconda posizione: Breton ne approfitta e vince. Undici ore e quattro minuti dopo, la prima Milano-Sanremo termina tra le proteste e un podio surreale.

Anno dopo anno, il “mondiale di primavera” divenne sempre più una tappa imperdibile: dal 1989 al 2004, fu addirittura inserita nel circuito di Coppa del Mondo. Ogni edizione ha però qualcosa di differente: il percorso viene sempre modificato, sebbene in maniera leggera. I paesaggi, quelli belli e tosti, restano sempre: tra il colle della Cipressa e quello del Poggio, i ciclisti danno sfoggio del proprio impressionante bagaglio di resistenza. Uno su tutti, passato anche alla storia: Eddy Merckx, detentore del record di vittorie della Milano-Sanremo con 7 edizioni sulle 9 disputate. Mastino della fatica.

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons