Roby Baggio, il giocatore italiano più forte di sempre

Cremonini ci giocava su, perché poi con le sensazioni non puoi far altro: puoi soltanto assecondarle. E puoi lasciarle scorrere. Come quelle domeniche di anni fa in cui il calcio occupava i pensieri, le mode, le passioni. In cui Roby Baggio, con quel codino, si faceva carico dei tuoi sogni e li portava a spasso per l’Italia. Che no, come lui non ne hanno fatti più.

Può un calciatore entrarti così tanto dentro? Certo. E può fare di più: tipo entrare in una canzone, ecco. Se è quella della tua vita, a te la scelta. Può sfiorarti l’anima così come accarezzva il pallone, ribadire i concetti fondamentali con la sicurezza di un tap in in porta. Può diventare Roby. E tu una parte importante di una schiera infinita di occhi sgranati.

GIOCHI DI DESTINO

Ma è il destino a giocare più di tutti in questa storia, anche più di Baggio. Che nasce a Caldogno, una piccola parte di vita alle porte di Vicenza. Oggi, quella cittadina sconosciuta anche a Dio, la ricordano tutti: chissà perché. Così, su due piedi, è probabile che sia per quei primi calci al pallone: era la squadra del suo paese, erano gli amici di una vita, era già lo stupore che si materializzava. Tredici anni e ormai patrimonio nazionale. Il Vicenza non se lo fa scappare: 500mila lire son tanti all’epoca, ma Baggio li vale tutti. Dopo Paolo Rossi c’è un altro talento da preservare. Ed è tutto biancorosso.

Il passaggio nelle giovanili è qualcosa di tremendo, a voi la scelta dell’accezione: Baggio sconquassa ogni cosa, ogni avversario. Porta mille persone al campo solo per vedere le sue gesta, e lui va. Corre, lotta, segna. Fa 110 gol in 120 presenze, solo tra Allievi e Primavera. Solo tra i ragazzi, solo perché d’altra categoria.

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No, così non vale: il Vicenza non fa in tempo ad accorgersi della sua incredibile caratura che lo porta tra i grandi. È il 5 giugno del 1983, è il giorno del debutto: nell’ultima giornata del campionato di Serie C, Roberto Baggio scopre il mondo del calcio. E nella stagione successiva, a soli 18 anni, sarà aggregato alla prima squadra. Diventando prima titolare inamovibile, quindi bomber incontrastato di una squadra clamorosa. Che sì, proverà finalmente la scalata verso la B dopo anni e anni d’inferno.

COI PIEDI PER TERRA

Il ginocchio. E quante volte tornerà a pensarci, quante volte quella parola ha occupato i suoi pensieri e il suo presente. Come un perfetto eroe dei fumetti, il suo pericolo era dietro l’angolo. E aveva una data prestabilita per dargli addosso: 5 maggio 1985, contro il Rimini, Roby subisce un colpo straziante e quel poco di carriera agguantata sembra sfuggirgli in un istante. Nel tentativo di recuperare palla dall’avversario, Baggio entra in scivolata: è fatale, gli si gira completamente l’arto. E il menisco fa crack, assieme al legamento crociato anteriore e collaterale. I medici, addirittura, temono possa far fatica anche solo nel camminare nuovamente.

Son giorni assurdi e incomprensibili, con un alone di tristezza che invade l’intero Paese. A Firenze, però, ci sono picchi di depressione importanti: i viola l’avevano appena tesserato per quasi tre miliardi di lire. Sarà una lunga corsa, ma per quel fantastico fuoriclasse varrà certamente la pena.

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Roberto si rialza, la Fiorentina non pensa neanche per un istante a lasciarlo andare. Dolore e pazienza accompagnano le sue giornate lontano dal campo, ci vuol tempo. Un anno, più o meno. Un anno se ogni cosa sarà al proprio posto, se nessun accanimento della sorte vi si troverà sul cammino del giocatore. E sì, oltre trecento giorni dopo, Baggio torna a calciare un pallone in una gara ufficiale: siamo a Viareggio, torneo storico delle giovanili. Ogni cosa sembra tornata al suo posto.

DEBUTTO, RICADUTA, RINASCITA

I brividi. Quando Roberto Baggio debutta in Serie A, l’Italia sente pervadersi di brividi. Ovunque. Da Torino a Enna, da Napoli a Milano, passando per Roma. E Firenze, chiaro: perché quel 21 settembre non sarà mai un giorno come gli altri. Così come non lo sarà il 28 della settimana successiva: è di nuovo rottura del menisco, stagione iniziata e finita nello stesso – e bastardo – attimo. Tornerà solo nell’ultima partita di campionato, e a modo suo: su punizione, un gol decisivo per la salvezza della Fiorentina.

I tempi sono maturi per la consacrazione definitiva: annata ’87/88, stavolta non c’è sfortuna che tenga. Eriksson in panchina è una certezza, Borgonovo al suo fianco la più dolce delle ciliegie sulla torta: la Viola va in Coppa Uefa, Baggio è la stella indiscussa e indiscutibile. Segna a raffica, poi. E segna anche nella vittoria contro la Roma che vale l’Europa. Nella stagione successiva, i numeri s’ingrossano: 16 gol in A, precede Maradona e si guadagna la Nazionale. In Coppa Uefa, la notte più atroce: contro i rivali storici della Juve, in finale, non riesce a riportare i viola alla vittoria. E tutto svanisce.

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Come: svanisce? Sì, il termine è quello giusto. La Vecchia Signora s’invaghisce del Divin Codino: bussa per chiederne le prestazioni, e ben presto si sparge la voce. Baggio è combattuto: sa che per i fiorentini sarebbe un affronto, e il legame con la città è fortissimo. Ama quei colori, ama il modo in cui lo fanno sentire quelle migliaia di voci urlanti ogni domenica. Ma la società deve incassare: 25 miliardi di lire, ecco, son tanti e possono aiutare. A malincuore, ma non troppo, Roberto Baggio diventa un attaccante della Juventus.

ITALIA ’90

L’estate del ’90 però ha altre priorità, soprattutto se sei in Italia: c’è il Mondiale, e tutto si ferma. Roberto è chiamato a rappresentare la Nazionale: è l’uomo di punta, il talento su cui s’appiglia la squadra azzurra. Ma mentre si concretizza il flirt con la Juve, migliaia di tifosi toscani s’accalcano all’esterno del centro tecnico di Coverciano. Motivo? Tutti lì per insultarlo, per rinfacciargli il tradimento. Era finito un amore forte, passionale. Era terminato nel peggiore dei modi. Baggio ne sentì addosso tutto il peso della responsabilità. E tutte le scorie che si porta dietro una storia così importante.

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E allora da certi trampolini, se non sei concentrato, finisci per scivolare. E per cadere rovinosamente a terra. Eppure, con quel 15 sulle spalle, Baggio chiude i conti con la sua consacrazione: il motivo sta tutto in quel gol contro la Cecoslovacchia, in cui parte da metà campo saltando ogni ostacolo o avversario che si gli ponesse davanti. Ancora oggi, quella rete viene ricordata tra le più belle di sempre.

Roberto gioca, gioca bene. Segna e fa segnare. Poi, nella semifinale con l’Argentina, resta in panchina per far posto a Vialli: ai rigori fa il suo, ma purtroppo non basta. E le pagine dei giornali tornano a riempirsi della sua scelta. E di una carriera pronta a decollare.

SUI TETTI DEL MONDO

Juve di Maifredi a parte, qualche soddisfazione riesce a togliersela: Scudetto, Coppa Italia e Uefa. Finalmente. Del resto, col Trap in panchina un po’ di cose erano cambiate: lo era anche lui. Nel 1993, il Pallone d’Oro lo incorona miglior giocatore del mondo e alle porte c’è un mondiale da protagonista. E da non sciupare. Ancora una volta, l’Italia s’aggrappa al suo talento, lo fa senz’appello e consapevole di quel diamante pronto a superare in bellezza e valore tutti gli altri.

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A quattro anni dalla semifinale del San Paolo, in Italia torna l’eccitazione delle grandi notte. Si gioca negli Usa, nel caldo di Pasadena e con un maestro come Sacchi in panchina. Ma l’inizio è quanto di più thriller possa esistere: nelle prime partite del girone, Baggio è inesistente. L’Italia con lui, come lui. Non sta bene, si vede. Né è tranquillo. Gli azzurri quasi van fuori, poi si riprendono con il ripescaggio: e Baggio si riaccende. Segna cinque gol e porta la Nazionale in finale, contro un Brasile da paura.

A Pasadena c’è caldo, stanchezza, ma tanta voglia. Poi c’è Baggio. Che ha segnato una doppietta alla Nigeria, una rete decisiva alla Spagna e poi altri due contro la Bulgaria. C’è Baggio, fidatevi che c’è Baggio. Solo che quella partita, quella con il caldo e la stanchezza e la tanta voglia, quella partita lì insomma va male. Resta brutta per centoventi minuti. E quando si va ai rigori, Roby sbaglia il tiro decisivo: e si piange con lui. Di lacrime amarissime.

L’ALTRA VITA

Da lì, un po’ di cose cambiano. Non lo fa il suo talento. Per infortuni, rinnovi non rispettati e un Del Piero in meravigliosa ascesa, Baggio rompe con la Juve e firma per il Milan nel luglio del 1995. Prezzo? 18 miliardi, 2 netti all’anno per tre stagioni. Capello era al settimo cielo: con lui vince subito uno scudetto.

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Tuttavia, le due stagioni successive furono al limite del disastroso: fisicamente non è proprio al meglio, Tabarez poi lo vede poco. Anzi: sempre in panchina. Con Sacchi, poi, è rimasto quella puzza di rancore del mondiale americano. Insomma, c’è poco da fare: solo da cambiare aria. Ché c’è un’altra Coppa del Mondo da rincorrere.

E allora eccola, Bologna. La città che gli cambia la vita. E che stava per tradire con Parma per 3.5 miliardi: l’affare poi saltò per scelta di Ancelotti, non aveva spazio per una seconda punta. Guarda tu, che storie che dà in prestito la vita: con i felsinei ne mette 22 in 30 partite di campionato. Ulivieri gli dà la fascia di capitano, lui risponde portando la squadra in Intertoto. E se stesso ai Mondiali in Francia del ’98.

FRANCIA E BRESCIA

E’ una rimonta, quella di Baggio verso la Coppa del Mondo. Primo perché deve tornare in perfetta forma (e ci riesce), secondo perché c’è Alessandro Del Piero in rampa di lancio. Stessa posizione e sprazzi di talento che non si distinguono: è dualismo, ma non inimicizia. Entra in campo, con loro, la famosa staffetta all’italiana: chi affianca Bobo Vieri? Roby è ancora una volta decisivo: fa due assist e due gol che gli valgono il raggiungimento di Rossi in cima alla classifica dei marcaturi azzurri ai Mondiali. Poi, ai quarti di finale contro la Francia padrone di casa, l’ex Juve parte dalla panchina: gli preferiscono Pinturicchio, a lui che l’Avvocato chiamava Raffaello. Il match va ai supplementari e lì sfiora il Golden Gol con un destro al volo out di centimetri. Ai rigori, ancora, la storia è d’un bastardo cronico: il suo destro va fuori. Incubo.

Saluta tutti in lacrime: sa che con la Nazionale ci saranno ben poche chance. E saluta anche Bologna, colpa di Ulivieri e della voglia di rilanciarsi: lo chiama l’Inter, Moratti n’è innamorato da una vita. Dà quindici miliardi agli emiliani, ma sarà un investimento che non renderà: tra allenatori cambiati e promesse non mantenute, Baggio scivola nel dimenticatoio. Con Lippi andrà addirittura in tribuna.

Niente Europei in Olanda, tutto da rifare. E da ripartire. Da dove? Brescia, sì. Brescia ha quell’appeal giusto per scrollarsi di dosso un po’ di disillusione. Roberto ha voglia di tornare a vestirsi d’azzurro: sa di poterlo fare, ha bisogno solo di fiducia e di un po’ di tregua dagli acciacchi fisici. Chi gliela può dare incondizionatamente? Solo lui, il suo maestro. Quel Carletto Mazzone che tanto bene gli vuole.

Nel contratto, Baggio si lega visceralmente al destino del tecnico: se va via Mazzone, va via anche lui. Per fortuna del Brescia, tutto procede perfettamente: nei quattro anni con le Rondinelle, Mazzone guida la squadra verso salvezze tranquille e oltre. Nel 2001, il tecnico romano sfiora l’Europa, impresa in cui riuscirà nell’anno successivo. Guarda un po’: la stagione che porta al Mondiale.

ULTIMI SOSPIRI DI POESIA

Ma no, Trapattoni non gli riserverà l’ultima grande competizione. Rimedierà con una passerella meravigliosa in una notte di fine aprile del 2004: a 37 anni, Baggio disputa il suo ultimo match in azzurro contro la Spagna. E nel maggio successivo, in un Milan-Brescia terminato 4-2 per i campioni d’Italia, Paolo Maldini l’abbraccia calorosamente a centrocampo.

E’ l’abbraccio del saluto, dell’addio. Ad un campione strepitoso che appendeva gli scarpini al chiodo. A San Siro il clima è surreale: Baggio è stato una parte incontrastabile dell’esistenza di tutti. Era un punto fisso. Il dieci dei momenti esaltanti, ancor più di quelli difficili. La giovane speranza nel Mondiale in casa, la stella delle notti americane, l’ultimo istante del 1998. L’amore dei fiorentini, la quota estetica della Juventus, l’orgoglio dei milanisti. E poi la rivalsa dei bolognesi, la delusione degli interisti, il sogno fattosi giocatore dei bresciani. La stella italiana, luccicante come quel Pallone d’Oro del ’93.

Era finita una parte meravigliosa del calcio italiano, una pagina incredibile della nostra vita. Calcistica e non. E da quando Baggio non gioca più, no, non è più domenica.

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