Ronaldinho ha cambiato l’idea di calcio

Per Ronaldinho due cose son state fondamentali: l’affetto dei suoi genitori e il sorriso stampato sul volto in qualsiasi occasione la vita gli ponesse davanti. E forse, più di ogni altra cosa, è stato importante l’esempio di suo padre: sì perché papà Joao era stato un centrocampista della squadra dilettante del Cruzeiro, in Porto Alegre. Ed è stato lui ad iniziare la carriera di Dinho, che parte a sei anni con il fratello Roberto, oggi suo procuratore. Entrambi infatti entrano nella scuola calcio del Gremio: papà faceva il parcheggiatore dello stadio nei giorni di partita, e poi la fabbrica, e poi altri mille lavoretti per portare il pane a casa.

L’esempio è uno di quelli pazzeschi: è dedizione, sacrificio, pazienza e perseveranza. Il tutto per lasciare qualcosa di bello e di importante ai figli. Ronaldinho poi è già uno spettacolo in campo: per questo il Gremio gli procura una villa enorme con piscina, non vuole farlo andar via, non vuole che l’altra metà calcistica brasiliana possa ammaliarlo coi suoi milioni.

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È un sogno. Che però si trasforma ben presto in un incubo: proprio in quella piscina benedetta il padre perderà la vita. Una tragedia inenarrabile: la famiglia allora si compatta nella dignità della madre, Dinho è il più piccolo e va protetto. Funzionerà sempre così a casa Moreira, tutti coccolano il piccolo Ronaldo che nel frattempo continua a giocare, a divertirsi, a divertire gli altri. A ripercorrere gli insegnamenti del suo ‘vecchio’, poi: come la ripetizione degli esercizi, l’imposizione del gioco a due tocchi, l’idea di sfruttare tutto il talento a discapito della sempre crescente parte fisica nel calcio brasileiro.

Ma Ronnie è sempre in campo, sempre a correre, a smarcarsi sul secondo palo quando c’è Roberto, a superare in slalom il suo cane: i suoi amici non volevano più giocare con lui, irrideva tutti con la sua destrezza. “È anche grazie a lui se so fare quel che faccio”, dirà più tardi in un’intervista.

DAL DEBUTTO AL MONDIALE

Eppure a diciott’anni quel ragazzino si fa uomo: e allora debutta tra i grandi, convincendo tutti in tre stagioni con il Gremio. Soprattutto suo fratello, da quel momento suo procuratore e arma fondamentale nel marchio Ronaldinho. Il consiglio? Seguire le orme dell’amico Fenomeno, di Ronaldo. Dunque, partire per l’Europa. E il destino dice Paris Saint Germain.

Ora: il PSG non era quello di oggi, né lo era il calcio francese. Ma era una commistione di talento e spettacolo che in un certo modo funzionava. E poi c’era il Mondiale, quello da riportare a casa dopo la beffa del ’98. Detto, fatto: in Giappone il protagonista sarà Ronaldo, Ronaldinho però è pronto a diventare grandissimo.

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E lo fa proprio nei quarti di finale, nella gara contro l’Inghilterra di Beckham, del Pallone d’Oro Owen. Sorprendentemente vanno avanti gli inglesi: segna proprio il Golden Boy, ha sbagliato Lucio. Ronaldo non si vede, Rivaldo desaparecido. C’è bisogno di Ronaldinho: è l’ultimo minuto del primo tempo, il brasiliano prende palla a centrocampo e punta la difesa avversaria. Cole prova a togliergli palla, ma Dinho va di doppio passo fulmineo: difensore a terra, va per calciare ma serve Rivaldo. Sinistro aperto e preciso, la partita è riaperta. Nella ripresa ecco la giocata da impazzire: punizione dai trentacinque metri, Ronaldinho è defilato sulla destra. Può solo crossare e Seaman lo sa, quindi è fuori dai pali. Ecco: fidarsi del Gaucho? Cattivissima idea. Il pallone va sotto l’incrocio dei pali.

“Ho visto 30 centimetri di spazio, ci ho provato”, altro commento. Oh, complimenti: ma non è mica finita qui. Dopo quel gol pazzesco il Brasile macina chilometri e avversari: vincerà la quinta Coppa del Mondo. Con doppietta di Ronaldo in finale, sì: ma la stella nascente era ben altra.

A BARCELLONA

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Con la medaglia al collo bussa una squadra proprio come lui: in rampa di lancio. Ha vinto tanto, vuole continuare a farlo. Ma serve una svolta. Barcellona si propone a Ronaldinho e lui risponde alla grandissima: del resto è la città perfetta per il suo carisma, per il suo carattere. Per il suo talento. E infatti il matrimonio è meravigliosamente riuscito.

Non più in mezzo, ma largo a sinistra: rientra sul destro e calcia ch’è qualcosa di pazzesco. Ha tempo e spazio per i dribbling, ha una voglia matta e una forma fisica mai più vista. E poi ha compagni di viaggio incredibili: Eto’o su tutti, un cannibale lì in avanti; a destra diventa quasi superfluo, ma superfluo non lo è mai con il primo Bojan, con l’immenso Henry, con la qualità dell’astro nascente Leo Messi. Ecco, Leo Messi.

L’unione funziona, funziona a tal punto che Ronaldinho diventa il giocatore più forte del mondo. E con i primi trofei arrivano i primi riconoscimenti importanti: diventa il miglior giocatore della Fifa nell’anno del centenario, vince il Pallone d’Oro di France Football. E soprattutto: vince il premio dell’amore dei tifosi. Come? Siamo al Bernabeu, è novembre. Il Clasico è un gioco di brasiliani perché davanti c’è il suo idolo, c’è il Fenomeno. Barça in vantaggio nel primo tempo, manco a dirlo ha timbrato Eto’o. Poi sale in cattedra l’altro brasiliano, fino a quel momento s’intende.

I due gol sono pressoché identici: c’è tecnica, velocità e rapidità. C’è un continuo giocare col pallone, quasi scherzarci. Riceve palla a centrocampo da defilato sul lato mancino: Sergio Ramos prova a disturbarlo ma si fa saltare secco, quindi il fantasista rientra sul destro e punta Helguera. Altra vittima. Quindi, tentativo sul primo palo e Casillas spiazzato: what else? Solo lui, solo Ronaldinho.

Altro giro, altra corsa, altra azione iniziata dalla sinistra: sempre defilato e senza dimenticare Sergio Ramos (saltato secco), la piazza sul secondo e alza le mani al cielo. Non vince solo una partita, vince l’applauso del Bernabeu. E di tutto il mondo.

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LE VITTORIE E IL DECLINO

Un anno d’attesa e poi arriverà la Champions League dopo una cavalcata trionfale, e il Gaucho è diretto protagonista, stile Premio Oscar. Eto’o e Belletti decidono la finale di Parigi contro l’Arsenal: ma la firma resta sua ed è un apice che pagherà tantissimo. Proprio dalla Francia dov’era tutto iniziato, proprio al Mondiale dove tutto sembrava in discesa.

Il primo indizio è il mondiale in Germania: il Brasile è favorito. C’è ancora Ronaldo, poi Adriano e Kakà dominano Milano. Infine il campione di tutto, proprio Dinho: ma ai quarti trovano la Francia dell’ultimo atto di Zinedine Zidane. Finisce lì, senza troppe chiacchiere e troppe giocate: finisce lì sul talento del mago francese.

Ronaldinho non riesce più a dare seguito al suo talento, alle sue giocate, alle sue vittorie. A Barcellona arriva allora Guardiola, che più di tutti è innamorato di quel folletto col numero trenta. Argentino e non brasiliano, mancino e non destro. È il futuro che avanza: è Leo Messi che si prende la dieci. El Gaucho è pronto a fare la valigia, direzione Milano. Tra tantissime speranze e pochissimi fatti.

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Non è più lui, si vede dal modo in cui gioca, dalle mancate proposte ai compagni. Gioca da fermo, prova a inventare. Ma il Milan può fare a meno di lui e della bizza di Silvio Berlusconi: dopo due stagioni e mezzo alla fine tornerà in Brasile, la panchina di San Siro non ha senso per lui. E inizierà una nuova vita nella pubblicità, sfruttando il suo marchio e sfruttato da chi ha creduto in lui.

Chi è oggi Ronaldinho? Un fuoriclasse spremuto dal suo modo di giocare, oggi obsoleto. Un campione che avrebbe potuto vincere anche di più, che certi treni però li ha presi. Che soprattutto, cosa più importante di tutte, ha cambiato il calcio.

 

 

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