Sampdoria-Barcellona: la finale dei sogni spezzati

Sono le sfide ad elettrizzarti. Sono le sfide a mandarti avanti. Dopo uno scudetto storico, la Sampdoria di Vujadin Boskov non aspettava altro: era l’isola felice del calcio italiano, ma non bastava. S’era issata in vetta, eppure c’era voglia di prendere il massimo da quel periodo d’oro. Di sognare ancor più in grande: perché poi non puoi fare altro, con quei giocatori lì. Un gruppo formidabile, unito anche fuori dal rettangolo di gioco. C’è Vialli, c’è Mancini: a loro si aggrappa una rosa dal potenziale infinito, da Mannini a Dossena, passando per Vierchowod e Lombardo. Oltre a Cerezo, uomo dallo spessore unico.

Insomma, c’è voglia di grande calcio. E il grande calcio diventa allora la Coppa dei Campioni: di tempo per il secondo scudetto ne avranno sempre meno. La dimestichezza, poi, non tarda ad arrivare con certe notti. Sin dall’inizio della competizione, infatti, i doriani macinano gioco e spettacolo: i primi due turni sono meravigliosamente agevoli, subito i genovesi si proiettano nei gironi della semifinale. Avversari? Stella Rossa, Anderlecht e Panahinaikos.
Primo match, Marassi: i serbi di Belgrado hanno vinto nell’annata precedente, ma in Italia non c’è scampo. Nel primo tempo Vialli crossa da destra, Mancini insacca senza patemi. Nella ripresa, favore ricambiato: lancio di cinquantra metri per Vialli, che scatta in profondità e trafigge con un diagonale sinistro il portiere avversario. 2-0, finale. Questa Samp inizia davvero a sognare.

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E continua con lo 0-0 ad Atene, contro il Panathinaikos, prima della pausa invernale della Coppa. In primavera, rieccoli pronti: ma qualcosa è cambiato. La Sampdoria perde una partita che può costarle caro: è a Bruxelles, contro l’Anderlecht. Dopo essere andata in vantaggio due volte grande a super Luca Vialli, i blucerchiati si ritrovano sopraffatti da una rimonta che è dell’incredibile. Crollando definitivamente al novantesimo.

Tutto rimediabile, sia chiaro: e allora nel ritorno a Genova tutto ritorna al proprio posto, con un 2-0 netto che non ha bisogno di essere raccontato. Troppo chiaro. A Sofia, dunque, la qualificazione tutta da giocare. A Sofia? Sì, gli slavi sono costretti ad ‘emigrare’ per giocare in Champions. Colpa della guerra civile.
In Bulgaria, la storia non cambia comunque: nonostante l’infortunio di Cerezo dopo 10 minuti e il gol di Sinisa Mihajlovic su punizione, il risultato sarà 3-1 per i doriani. Merito di Mancini, enorme, forse il più forte in circolazione in quel periodo. Col Panathinaikos è pareggio in casa, ma si va in finale.

Wembley, così dolce, così attesa. A Londra i sogni si accompagnano alle certezze: davanti c’è il Barcellona, ma la Sampdoria vuol fare l’impresa delle imprese. Ossia: vincere la Coppa Campioni alla prima partecipazione assoluta. Un sogno che resterà tale.

Le colpe si rincorrono ancora oggi: c’è chi se la prenderà con Luca Vialli per la firma con la Juventus, dunque la conseguente distrazione poiché in fase di trattativa. C’è chi accuserà per sempre Mancini di ‘sparire’ nei match che contano. Chi non se ne farà mai una ragione. C’è chi invece osanna ancora oggi Pagliuca: impressionante, il migliore tra i suoi. Ecco: anche questo dà la dimensione della partita che fu. Uno zero a zero che aveva il sapore del caso. E la botta di Koeman a rimettere gli astri al proprio posto.

Quella fu l’ultima grande notte della Sampdoria, che si sciolse sotto il peso delle proprie ambizioni e sotto i colpi del mercato altrui. Andarono via Vialli, Cerezo, Pari. E pure Boskov. Da Wembley, la sorte le girò le spalle. Lasciando solo una storia bella, ma amara, tutta da raccontare.

 

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