Gaetano Scirea, il fuoriclasse silenzioso

Era il 25 maggio, era Cernusco sul Naviglio, era Gaetano Scirea. Era lui che nel 1953 nasceva e sconvolgeva il mondo: un mito, una leggenda, un orgoglio non solo del movimento calcistico, ma dell’intero panorama italiano. Icona di correttezza, poi di signorilità. Di sicuro, un Uomo di cui si sente tremendamente la mancanza.

Con Zoff, Gentile e Cabrini formò una delle migliori difese della storia, una delle linee meno perforabili che si siano mai viste. E vinse tutto, tra Juve e Nazionale non seppe fare altro. Fino a quel tragico giorno.
3 settembre 1989, era domenica, una di quelle afose, che da Torino serve scappare a gambe levate. Era la seconda giornata di campionato, quel giorno. Tutto ribolliva di attese, speranze. E tutto era in funzione di quell’estate che tardava così tanto ad arrivare: c’era Italia90, alla fine di quel campionato. E c’era voglia di vivere un evento così importante.

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Scirea era lungo la strada che unisce Varsavia a Cracovia. Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, era stato promosso aiutante in campo: andava a scovare gli avversari, a regalare a Dino Zoff punti deboli e punti di forza del suo destino e di quello della Juventus. Il 2 settembre aveva visionato il Gornik Zabrze, una squadra di modeste ambizioni del campionato polacco. E quel 3 settembre stava rientrando, al volante di una Fiat125, con gli orgogliosi dirigenti del club dei minatori. Avrebbe dovuto raggiungere moglie e figlio al mare, ad Andora. “Ma vado a messa, poi torno”.

Il destino fece il suo maledetto corso. Ma la figura di Scirea rimase e rimane viva, forte, continuando ad issarsi come elemento di grandezza. È stato il campione di tutti, Gaetano. Bearzot arrivò addirittura a contestare la scelta della Juventus di non ritirare la sua ‘6’. Ma il ‘leader con il saio’, come lo chiamava il Trap, resta un elemento imprescindibile nel racconto centenario di matrice bianconera. Del resto, un uomo così fedele alla Signora, non poteva ricevere altro trattamento: le aveva regalato tutto. Italia, Europa, mondo: tutto.

Una carriera iniziata nel 1974, quando un ragazzo arrivato dall’oratorio (e approdato poi all’Atalanta) venne accolto da Boniperti: c’era da sostituire Salvadore, un pupillo del presidente. Testa alta ma cuore pregno di umiltà: fu storia d’amore.

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Prima Cuccureddu e Morini, poi c’era Zoff, suo enorme amico. E poi Gentile e Cabrini. Insomma: quella Juve, quella che poi andò a costituire lo zoccolo duro del Mondiale spagnolo, era un collettivo di talento e tenacia, di professionalità e voglia di vincere. Tutto concentrato e meravigliosamente assemblato in una squadra di calcio. E in un uomo, in Gaetano Scirea: ricordato per la forma e la sostanza, per la bravura dentro e fuori dal campo. Per gli sguardi lunghi e penetranti. Per i silenzi più loquaci che si siano mai ascoltati.

E per quella doppietta al Toro, con cui ribaltò un derby giù scritto. E per il netto rifiuto alla Roma: gli offriva il doppio ed un ruolo da primadonna nell’organizzazione societaria. No, resta alla Juve. Nella squadra che l’ha reso grande, e resa grandissima da lui. Con sette scudetti, due Coppe Italia, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea, una Coppa Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa. Con 563 partite, tra campionato e coppe.

Con sorrisi e silenzi, con la meravigliosa dedizione che lo rese un ‘fuoriclasse’. Quanto ci manchi, Gaetano…

 

 

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