Scozia-Inghilterra, la prima partita internazionale della storia del calcio

Sei un patito di calcio, no? Non importa dove e quanto tu possa esser(lo). “Alza un calice alla salute di Sant’Andrea, e fallo nel Suo giorno”: questo scriveva il giornale nel 1872, anno in cui si svolse il primo match internazionale di calcio. Ah, se per caso foste così fortunati da vivere vicino Glasgow, potreste fare anche giusto una capatina stile pellegrinaggio nell’Ovest della Scozia, presso il Cricket Club nel luogo di San Patrizio. E scorgere qualcosa di meraviglioso lungo il percorso tracciato.

Cosa troverete? Un’insegna. Perché su quell’erba, nel giorno di Sant’Andrea del 1872, si svolse la prima amichevole internazionale di calcio tra Federazioni. E fu giocata tra la Scozia, interamente composta dai giocatori del Queen’s Park, e l’Inghilterra. Piccola curiosità: coloro che erano addetti a prendere note sulla gara, scrissero che il calcio d’inizio tardò anche in quella occasione. Ben venti minuti di ritardo.

Nel frattempo, sull’altra sponda del fiume Clyde, l’impatto di quest’occasione epocale sarà commemorata quando Jim Boyce, vice presidente FIFA, aprirà un’amichevole di vecchie glorie da tutto il mondo davanti allo Scottish Museum del calcio, situato nel parco Hampden.

CORSI E RICORSI STORICI

L’amichevole venne chiamata ‘L’inizio di qualcosa di grande’ e insolitamente per il calcio fu un qualcosa di realmente riduttivo. Certo, il calcio esisteva già da un po’. E sicuramente da prima che i quasi tremila spettatori (forse quattromila) affollarono il campo di San Patrizio in quell’incredibile sabato pomeriggio. Del resto, nel secondo secolo prima di Cristo, un passatempo chiamato tsu chu – letteramente calcio-palla – era giocato in Cina con porte costruite da canne di bambù e reti. Gli antichi greci e romani parteciparono anch’essi a versioni che permettevano prendere il pallone e lanciarlo, quasi come il football americano.

Nel sedicesimo secolo, già in Inghilterra, il calcio era descritto da Philip Stubbes nell’ “Anatomia degli abusi” e veniva considerato come un modo gentile di battagliare, di giocare, di fare ricreazione. Uno sport duro, ma corretto. E dall’inizio dell’era vittoriana, tantissimi scrittori ne testimoniavano l’impatto pubblico.

Ma s’arriva a un punto in cui si sentì che l’uso di armi, almeno tra i giocatori, stava andando contro lo spirito dello sport e – una volta che coloro che preferivano la palla ovale si diedero al rugby – la Football Association codificò per prima il calcio come lo conosciamo oggi.

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L’IDEA DI ALCOCK

Seguendo questo sviluppo, Chalres Alcock, il segretario onorario della FA, si rivolse al Glasgow Herald di lanciare il guanto di sfida nel calcio dopo la brutta sconfitta nel rugby dell’anno precedente. “In Scozia, una volta essenzialmente la terra del football, ci dovrebbe essere ancora una scintilla andata via del vecchio fuoco”, scrisse.

E allora, non poteva non avvenire a Glasgow, non poteva non arrivare nel giorno di Sant’Andrea patrono della Scozia, non poteva non essere all’istante e cioè nel 1872. Ad Hamilton Crescent non si gioca a cricket, non in quel giorno. Quattromila persone attorniano il campo: non si fanno biglietti, ma si paga uno shilling. La partita è di quelle di cui scriveranno per i successivi cinquant’anni, forse più. Scozia e Inghilterra sono alla resa dei conti.

Dunque, la prima partita ufficiale sia per l’Uefa che per la Fifa. 146 anni fa. Testimonianza orale, sia chiaro, oltre a quella scritta dei giornali: ma la particolarità arriva da alcune illustrazioni che ritraggono i panntaloni lunghi, le maglie con un unico colore. E poi, quei palloni in cuoio miste a quei baffi che sanno davvero di altri tempi. Eppure in Gran Bretagna il calcio c’era ed era quasi una dolce abitudine: tanto che tra 1870 e 1872 le selezioni inglese e scozzesi si sono sfidate. Dove prendevano i giocatori? Dai sobborghi di Londra gli inglesi, esclusivamente dal Queen’s Park gli scozzesi. Ma fino al ’72 nessuna di quelle sfide fu considerata partita ufficiale.

GLI UNDICI

La storia, dicevamo, cambia nel 30 novembre del 1872: la squadra di casa mette in campo undici giocatori professinisti, tutti provenienti dal Queen’s. Non c’era una federazione in Scozia, non c’erano osservatori, non c’era praticamente nulla se non appunto il Queen’s: dunque, scelta obbligata. Oggi il club esiste ancora, ma non è mai diventato professionistico: giocano per divertirsi, seguendo il motto del club.

Gli inglesi, invece, hanno già una federazione. E un segretario come Alcock, vera volpe e ideatore della partita. E’ lui  ascegliere la formazione da schierare, giocatori da nove squadre diverse: teoricamente dovrebbe andare anche lui in campo, ma si fa male prima del calcio d’inizio. Che sfortuna.

Ad Hamilton Crescent c’è nebbia, e c’è il fango che porta la pioggia fitta di Glasgow. C’è anche la maglia blu scozzese presa in prestito dalla squadra di rugby, con tanto di cappuccio rosso in testa; gli inglesi, invece, hanno un completo bianco e un berretto riconoscibilissimo. Il risultato? 0-0, combattutissimo e senza esclusione di colpi bassi. Avrebbe meritato la Scozia, ma la forza degli inglesi era di un altro pianeta.

CURIOSITÀ

A fine serata, scambio di abbracci e strette di mano. E tutti a cena insieme al Carrick’s Royal Hotel, su indicazione dello stesso Alcock che chiaramente si rifaceva al famoso terzo tempo del rugby. Calcio di anni e anni fa, che oggi sarebbe impensabile solo da immaginare nuovamente. Un po’ come l’episodio di Robert Barker, il portiere degli inglesi, che divertito dal match chiede di essere sostituito tra i pali con William Maynar: sì, finì lui di giocare in attacco.

Il match di ritorno si tenne poi a Londra, un anno dopo: rimase una tradizione secolare. E rimase un punto fisso in un mondo che dovrebbe riconsiderare certi valori. E certe sfide.

 

 

 

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