Lo storico scudetto della Juve Caserta nel basket italiano!

I miracoli sono tali se chi affronta un’impresa è anche nettamente sfavorito dalla sorte, e poi dalla storia, dai precedenti e dai pronostici. Eppure quell’estate del 1990 l’aria a Caserta era diversa: la stagione s’era appena conclusa e la Juve, la squadra di basket, era stata eliminata in una semifinale playoff dai futuri campioni d’Italia della Scavolini Pesaro.

C’era delusione, ce n’era tanta: dopo le finali del 1986 e quelle del 1987 perse a Milano, dopo quel brutto quarto di finale nel 1998 contro Pesaro e dopo l’uguale sorte a Bologna contro la Knorr, stavolta la ruota della fortuna avrebbe dovuto girare in senso opposto. O quantomeno vicino al bianconero casertano. In città, dunque, c’era addirittura chi ci credeva.

A Caserta del resto va così: con il basket c’è sempre stato un legame forte, viscerale. L’orgoglio si faceva sentire dopo quei due tentativi sciupati per mano di Milano, ma c’era bisogno di qualcosa in più di un sogno mancato. Era diventata una vera ossessione, e ogni anno la pressione aumentava.

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FUORI OSCAR

La squadra comunque era forte, fortissima. C’era il mitico Oscar, ragazzi talentuosi del vivaio come Gentile ed Esposito, il gigante Glouchkov che sotto canestro era spaventosamente dominante. Eppure mancava qualcosa, un qualcosa che potesse portare al salto di qualità, che non desse soltanto punti ma anche carisma e forza mentale. Oscar era tanto, forse tutto: il resto della squadra si specchiava nel suo riflesso, grande ma non abbastanza da contenere una squadra in grado di vincerlo quel titolo.

Giancarlo Sarti, l’allora general manager della JC, chiamò il cavalier Maggiò e convocò il coach Franco Marcelletti: Oscar sarebbe stato sacrificato in nome della squadra, con lui via anche Glouchkov. Quello che sembrò un affronto divenne presto la mossa da ‘scacco matto’ perfetto: all’ombra della Reggia sarebbero arrivati due giocatori americani che potessero completarsi con i tre italiani già presenti nel roster, pronti per il l’ultimo e definitivo step.

From Schakleford, benvenuti nella nuova era casertana: era lui l’eroe dei tifosi, lui a caricarsi le aspettative e la fiducia della piazza, lui difatti a spedire via Oscar. Le discussioni si persero nel calderone dei risultati: per quanto i due americani fossero abbastanza sconosciuti, restavano due perni della NBA. E Tellis Joseph Frank, 208 centimetri nativa di Gary, si presentò presto al pubblico come l’ala più funzionale di tutte. Aveva giocato nell’ultima stagione con i Miami Heat, distante dal New Jersey dove giocavano i Nets del neo compagno di squadra Charles.

Ecco, Schakleford meriterebbe una storia a parte. Un centro di 209 centimetri di Kinston, due stagioni di fila negli USA proprio in NJ: eppure Caserta. Perché? Perché giù si sta bene, perché un ‘casinista’ come lui sapeva di trovare quello di cui aveva bisogno: un popolo pronto ad amarlo. Quando si presentò al presidente della Juve Caserta, il cavaliere Maggiò domandò a Sarti: “Ma chi mi hai preso, un bandito?”. Niente di nuovo, big Charles si era fatto vedere con il solito look trasandato: orecchini a entrambi i lobi, i capelli rasati ai lati e tenuti alti nel mezzo, poi pantaloni larghissimi e camicia e canotta. Non da primo giorno in ufficio.

Ma quello fu un miracolo, e sappiamo tutti i miracoli come avvengono: bisognava reagire alla semifinale persa, agli scippi di Milano. Che allora continuava ad essere devastante: D’Antoni in panchina, quindi Pittis, Riva, ALberti, Jay Vincent. Sarebbe stato tremendamente difficile.

IL CAMPIONATO

Primo giorno: batosta a Treviso con Minto e Iacopini a sbattere la porta del successo in faccia a Marcelletti. I primi malumori non tardarono, ma quello che sembrò l’inizio della fine divenne ben presto l’epilogo solo della sfortuna. I ragazzi bianconeri si rialzano e inanellano una serie di quattro vittorie di fila, poi cadono a Trieste: ma il girone di andata si chiude con la JC in testa alla classifica assieme a Treviso. Insomma, undici vittorie e quattro sconfitte: le previsioni era disastrosamente peggiori.

La bestia trevigiana fa punti anche in Campania, però il gruppo resta compatto, fortificato da una colla pazzesca che è l’entusiasmo mai andato via del pubblico: si rema dalla stessa parte, la sinergia è totale. E ne è esempio l’episodio di Reggio Emilia nella penultima partita del girone d’andata: Caserta entra negli spogliatoi per prepararsi al match, tutti svuotano i borsoni in silenzio. Tranne Schakleford, lui urla e impreca: aveva dimenticato la scarpa destra a casa, si era appena ritrovato in Emilia con due scarpe sinistre. Era domenica, chiaramente: negozi tutti chiusi. La scena è tragicomica, finiscono tutti per riderne fragorosamente: Schak decide di giocare con le scarpe da passeggio, normali e senza spinta. Caserta vince ugualmente 105-81, quel ragazzone ne mette ventitré con diciannove rimbalzi. Guarda un po’: decisivo.

E il cammino prosegue, lo fa senza grossi intoppi: la stagione si chiude al secondo posto, Milano resta irraggiungibile. Ma ci sono i play off e l’entusiasmo si fa sentire, si parla di basket ovunque: i ragazzini sfilano per Piazza Vanvitelli con una pettinatura assurdamente familiare, perché portare i capelli alla ‘Schakleford’ era diventato un must. Uno di quelli di cui si poteva anche fare a meno…

I PLAY-OFF

Tant’è: l’entusiasmo è sempre qualcosa di poco razionale. Il 21 aprile iniziano i playoff: al Palamaggiò arriva la Scavolini, solita bestia nera. Nell’annata precedente aveva fermato la corsa casertana in semifinale, erano diventati i campioni in carica. Ma stavolta non c’è paura, c’è consapevolezza. La stessa consapevolezza che porta a vincere gara 1, che però si converte in presunzione e fa perdere gara2 in malo modo. Si chiudono i conti in casa: capitan Gentile sigla 31 lunghezze al 40esimo minuto. Semifinale, di nuovo semifinale: pure la fortuna ha cambiato espressione.campionato-1990-91

Due giorni dopo si ospita la Knorr Bologna, due anni prima carnefice ai quarti di finale. Gara1 è qualcosa di ultraterreno: un match tirato, sudato, conquistato nel finale grazie ad uno Schakleford stratosferico da 24 punti e 25(!) rimbalzi. A Bologna quattro giorni dopo si sfiora addirittura l’impresa, ma il felsinei riescono a vincere per sole due lunghezze. La ‘bella’ al Palamaggiò è diventata conseguentemente storia: palazzetto stracolmo, Milano aspetta in finale dopo aver sedato Roma in due partite. 91-76, è festa immensa in città: e i biancorossi no, stavolta non possono far paura.

1986, 1987: gli incubi dei casertani si accompagnano a questo sogno che non ha l’azzardo di confrontarsi ancora con la realtà. Gli anni passano ma gli avversari restano sempre gli stessi, e allora si riprende al Pala Mazda l’appuntamento con la storia.
Gara1: vincono quelli con le scarpette rosse, McQueen è indemoniato e Milano già pregusta il terzo ‘sweep’ di fila dopo la vittoria nel match successivo. Sarebbe storico, bellissimo. Mai poetico quanto quel che sta per accadere.

Si torna al Palamaggiò, gara3 è una passeggiata, gara4 decisiva per continuare a sognare. La gente assiste seduta sui tubi dell’aria perché non c’è un posto libero. La partita è bellissima, Dell’Agnello è fantastico: segna 29 punti con due canestri da 3, è il vero uomo in più che permette a Caserta di pareggiare il conto e di tornare a Milano per gara 5, l’atto finale dove si decide tutto.

L’ULTIMO SCONTRO

Ventuno maggio 1991. Caserta ribolle, ma è a Milano che le sorti di questo scudetto si giocheranno: i campani raggiungono l’impianto lombardo con ogni mezzo, c’è un appuntamento con la storia e stavolta non si può perdere fede, speranza, voglia. Il miracolo è possibile, lo sa la squadra che arriva con certezze acquisite a questa partita, lo sa anche Milano che si prepara a una vera sfida all’ultimo canestro. All’intervallo la Juve è avanti di 4 punti, poi il dramma: Esposito cade male dopo un contatto di gioco, si contorce dal dolore e fa segno verso il ginocchio. Sembra andato: lui insiste, piange, vuole restare in campo. Ma non ce la fa, va fuori dalla partita. Il pubblico di fede bianconera è una maschera di terrore.

Esposito non tornerà nella gara, tuttavia subentra l’orgoglio del capitano: Gentile si carica la squadra sulle spalle segnando canestri con coefficiente di difficoltà spaventosamente alti. Riva e Pittis sono imbambolati dal suo talento, Dell’Agnello e Schakleford sfruttano la difesa di Frank per chiudere i conti. Sandokan mette in totale 30 punti, Big Charles 20 con altrettanti rimbalzi. Caserta fugge verso la vittoria: è 88-97, è tricolore, è festa e brividi. È gioia.

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Ed è il trionfo di Franco Marcelletti, è lo scudetto delle scelte coraggiose, è lo scudetto di una città che, dopo lo scetticismo iniziale, s’è unita attorno alla squadra non facendola sentire mai sola.

21/05/1991, la storia del basket italiano è stata riscritta, le potenze del Nord cadono, il tricolore è a Caserta.

 

 

 

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