Quel giorno in cui il Settebello batté i più forti del mondo

Era già successo, succederà ancora. Cosa? Quanto accaduto a Berlino, nel 1978; quanto accaduto poi a Roma, nella casa del nuoto nell’anno 1994; quanto accaduto, infine, a Shanghai nel 2011: del resto le vasche cinesi hanno una storia tutta loro e chi ne mastica, come il Settebello, non poteva passarvi inosservato. Senza una medaglia al collo. Ecco: sono passati già sei anni ma il tempo sembra essersi fermato nel momento stesso in cui capitan Tempesti alzava al cielo quella Coppa. L’Italia della Pallanuoto diventa per la terza volta campione del mondo sotto il cielo cinese.

Una sfida di colpi proibiti, di mezzi sorrisi, di anime infuocate: gli azzurri arrivano addirittura ai supplementari contro la Serbia campione in carica. È Felugo a dare la sferzata decisiva, a regalare l’8-7 finale che vale tutto. E che non vanifica la prestazione del portiere, di quel Tempesti che a quarant’anni ha ancora da mettersi la cuffia e sognare di poter diventare imbattibile. Parerà due rigori nell’ultimo atto immergendosi nell’acqua della leggenda.

Poi resta una partita fatta di coraggio, di orgoglio. Di Aicardi in centroboa a dare sportellate d’appluasi, delle stoccate di Presciutti che si fa gigante in difesa. E dell’intelligenza di Sandro Campagna, che abbraccia questo trionfo come un figlio tornato da un lungo, lunghissimo viaggio. È il cittì del Settebello che ha vinto tutto, che s’è fatto bandiera, che da bordovasca porta l’Italia sul tetto del mondo urlando a squarciagola che sì, questa è stata una vittoria voluta da tutti. Che sì, sette giocatori non sarebbero bastati: servivano uomini veri, per superare i limiti con il cuore e l’orgoglio, per vincere con merito e andarne fieri. Per essere uniti, compatti. Per non aver paura. Il tuffo di festeggiamento racconta più del suo sorriso, poi.

LA PARTITA

Un abbraccio, tutti stretti e in cerchio, quasi ad accompagnarsi e a farsi coraggio l’uno con l’altro. In mezzo c’è capitan Tempesti che guida tutto e tutti, pure l’urlo liberatorio che si colora della grinta e della voglia di vincere. Della paura e del rispetto per la Serbia, per i campioni del mondo in carica che prima di scendere in acqua sembrano giganti affamati e in preda al solito raptus di vittoria.

L’Italia si tuffa e con sé lava anche l’ansia della gara, lo fa provando a scuotersi subito in attacco: c’è Aicardo che si fa supportare da Gallo, ma non passano. Al terzo tentativo è proprio il siracusano a chiudere i conti con la sfortuna: 1-0 istantaneo e tutto azzurro. No, la Serbia non può passarci sopra: dall’altro lato arrivano frecce precise e forti, però c’è Tempesti. E la difesa regge. E i sorrisi si fanno più larghi, nonostante l’uomo in meno.

L’Italia è uno spettacolo di reattività, proprio il punto forte dei suoi avversari: pali e traverse però han preso il brutto vizio di aiutare l’estremo difensore serbo. Deserti, Gallo e Felugo se ne fanno una ragione, mentre Gitto blocca allo scadere della prima frazione di gioco un tiro di Udovicic, dando la possibilità alla Nazionale di concludere il primo quarto addirittura avanti.

LA RIPARTENZA

L’intensità è una figlia di buona donna: non sai mai quando ti mollerà, ma sai per certo che lo farà. È fisiologico, del resto. E appena l’Italia si fa forte in mezzo subito finisce per pagare a caro prezzo un errore: Giorgetti sbaglia un retropassaggio verso Tempesti, Prlainovic insacca ad un passo dall’estremo difensore. Ora la Nazionale ha paura: anche per questa sua instabilità psicologica la differenza è chiamato a farla Tempesti. Mano aperta sulla destra, pugno chiuso sul tentativo mancino ancora di Prlainovic: il capitano c’è, eccome. Il Settebello s’aggrappa alle sue prodezze, finché Cuk stabilisce il vantaggio servo con una sassata pazzesca. Mancano due minuti e mezzo all’intervallo lungo, si fa dura.

Perez e Giorgetti hanno però un’occasione in superiorità: la sprecano malamente e all’intervallo gli azzurri son sotto con 0 su 5 con l’uomo in più. Decisamente non la partita perfetta. Campagna lo sa, se ne accorge dagli sguardi: ha dieci minuti per rimetterli psicologicamente a posto. Roba che gli azzurri, in soli venti secondi, trasformano in gol di Aicardi.

2-2, sì. Un solo minuto per tirar via la testa dal guscio, perché poi ci pensa Filipovic a sorprendere Tempesti: Serbia di nuovo avanti. E Serbia che continua a non riuscire a frenare Aicardi con tanto di uomo in più: Gallo gliel’appoggia e il bomber azzurro non perdona. Altro tiro, altro bolide, altro vantaggio italiano: Figlioli è infinito. In ripartenza è il mestiere di Presciutti, che segna e fa il ciuccio alla Totti: era appena diventato papà, l’emozione gli riempiva il cuore.

settebello-2011

L’ULTIMO QUARTO

Ecco: immaginate l’acqua di Shanghai e l’Italia in vantaggio di due che ha da affontare solo l’ultima sirena. Deserti non regge la pressione e commette il terzo fallo grave, è rigore per i serbi: ah, Tempesti si supera ancora e nuovamente per Filipovic, suo compagno nel Recco. Ma poi torna Udovicic che ci castiga: 5-4 a sei minuti dalla fine. Quindi Presciutti prende coraggio e una diagonale che brucia Soro: 6-4 e cronometro che scorre.

Benedetta, maledetta superiorità: al doppio vantaggio azzurro risponde anche Pijetlovic, stavolta è 6-5. Perdiamo palla in attacco, sulla controfuga Mitrovic si divora la difesa e sfida Tempesti in uno contro uno: il portiere gli ruba palla, però è fallo. O almeno così dicono gli arbitri. Filipovic stavolta non sbaglia. Campagna è una furia.

La lucidità saluta gli azzurri e la sirena si fa bella per suonare in un minuto e 30 secondi. Ma c’è una superiorità, va fuori Udovicic: Campagna chiama timeout per organizzare l’attacco sulle spalle di Giorgetti. Che ci prova, pure di talento: ma blocca Soro.
Tempesti s’inventa il solito miracolo, Gitto va fuori definitivamente: a 52 secondi sembra che il destino non abbia ancora scelto il vincitore, nonostante la fuga infelice di Aicardi a venti istanti dal termine.

SUPPLEMENTARI E L’ESEMPIO AZZURRO

Se chiedeste in giro cos’è stato Shanghai 2011 per quella squadra, in tanti vi parlerebbero dell’ultimo supplementare. È che spiega tanto, tantissimo. Spiega innanzitutto quel gancio al volo di Aicardi che vale il 7-6, la paura e la sfortuna del gol di Filipovic che approfitta della deviazione di Felugo. Il cuore di Tempesti che para l’ennesimo rigore dopo l’ingenuità di Perez su Nikic.

Spiega poi la mente, l’intelligenza di Felugo che riporta l’Italia avanti alla fine nel primo tempo. E infine, il talento smisurato di Tempesti, che ci salva a metà del secondo supplementare su Udovicic. Queste sono state le azioni salienti, il sale del match: poi chiudono ogni discorso il palo di Filipovic e le sue lacrime al termine della gara. Non esiste solo il talento, ecco: sebbene quell’Italia ne avesse da vendere, fu il cuore a darle merito del bacio della fortuna. Campioni del mondo, ancora. Di orgoglio e cuore, ancora.

 

 

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