Shaquille O’Neal è stato uno dei cestisti più originali (e forti) di sempre

C’è un pensiero fisso quando si parla di Shaquille O’Neal: basta guardare un canestrino e una palla, di quelli che si tengono in un ufficio per ammazzare il tempo e il lavoro. Quindi, schiacciare. Come faceva lui, chiaramente: con tutta la forza che aveva in corpo. E che forza. E che giocatore, Shaq: per tutti eternamente un ‘Laker’, per molti entrato nel mito dopo aver portato Miami alla vittoria con l’amico Wade.

Ecco, senza troppi indugi: Shaquille Rashaun O’Neal è stato il giocatore più importante della generazione successiva ai lustri e fasti di Michael Jordan. Uno che aveva tremila soprannomi non può non esserlo: oltre a ‘Shaq’, quell’omone devastante si faceva chiamare ‘The Diesel’, ‘Shaq Fu’, ‘Shaqspere’. O anche ‘The Big Aristotle’ o ‘Superman’. Insomma, non era una persona comune. Né un atleta ordinario.

cover-basket

SHAQ, CHE STORIA!

Ma è la storia di ‘Shaqstradamus’ a non essere catalogabile tra quelle banali e sincere. Il piccolo Shaquille nasce infatti in una malfamata Newark, zona est del New Jersey: vive con la mamma Lucille, con la nonna estremamente amata (miss Onessa, fondamentale) e il generale Philip Harrison, padre acquisito dopo la scomparsa di Joe Toney, suo padre biologico e discreto giocatore di basket locale.

Sembra una vicenda già sentita, ma il contorno è clamoroso. Quasi quanto la sua crescita. Già, perché Shaq si sviluppa in fretta, arrivando a toccare i 216 centimetri e a pesare oltre 140 chilogrammi. Zero voglia di allenarsi, sia chiaro: ma aveva due piedi velocissimi, quasi da ballerina. E poi un gioco in post ch’era leggero e aggressivo, fulmineo ma con tutto il peso che potevi sentire da uno così.

Puntava sempre il ferro, Shaq. Non voleva saperne: se provavi a fermarlo, ti trascinava con lui e avevi certamente la peggio. Non a caso, nel corso della sua carriera O’Neal ha staccato due canestri: uno contro i New Jersey Nets di Derrick Coleman, uno ai Phoenix Suns. Il primo? Solo perché Coleman gli aveva provocato la bile, schiacciandogli addosso. Ecco, mai farlo contro quel signore lì. Soprattutto se indossi la casacca della squadra di casa sua.

RUOLO NATURALE

Stazza e caratteristiche lo portarono inevitabilmente a ricoprire il ruolo del centro: un centro diverso, però. Perché non importavano i contatti presi, non importava il momento del match. Non importava neanche provare qualche tiro dalla media distanza. Lui era diverso perché gli piaceva maledettamente attaccare il ferro: era una fissazione, una calamita, il suo modo di dimostrare al mondo ch’era il più bravo. Il più bravo di tutti.

Lo faceva sempre, del resto. Era una continua lotta contro il mondo. Ma soprattutto contro il suo patrigno, contro il generale: un tipo tosto, che aiutò però Shaq a formarsi sotto la disciplina militare. Lo stesso Shaquille lo ricorda oggi con rispetto: “Mio padre mi ha reso quello che sono. Mi ha dato un pallone da basket e mi ha detto di giocare con la palla, dormire con la palla, sognare la palla. Basta che non la prendessi a scuola. L’ho usata anche come cuscino, e non mi ha dato il torcicollo”.

E allora tutto torna. E torna anche il trasferimento in Germania, dovuto per motivi di lavoro del padre, dove Shaq continuò a giocare e a sognare. Infine, il ritorno negli States: stavolta a San Antonio, mentre O’Neal inizia a muovere i primi passi su un parquet, decidendo di proseguire al College. Louisiana State non ha dubbi: sarà un loro giocatore. E il ragazzo si sente in grado di fare la differenza lì, scartando opzioni anche più prestigiose.

DALE BROWN

La scelta però ha un senso. Pardon: ha un nome e cognome, ed è quello di coach Dale Brown. I due si erano già incontrati quando il campione NBA aveva appena 14 anni: in quel periodo Shaq era in Germania, ma non era ancora idoneo per una preselezione. Alla fine, la decisione di comune accordo: sarebbe tornato in Texas per giocare con l’high school per poi mantenere la promessa fatta. Quale? Quella di allenarsi e di non mollare. D’agguantare un futuro stellare.

Una volta arrivato a LSU, O’Neal trova una squadra clamorosamente forte: c’è Chris Jackson e il centro Stanley Roberts. Shaq se la vede con quest’ultimo e all’inizio soffre: lo stesso Brown non riesce a conciliare il talento dei due, non possono evidentemente giocare insieme. Ma Roberts va in Spagna, lo chiama il Real Madrid: il centro titolare è ora il ragazzone del New Jersey, che diventa subito la stella del team e dopo tre anni di 20 punti di media e 10 rimbalzi ecco l’NBA. Prima scelta assoluta, direzione Orlando Magic.

DESTINI SCRITTI

Disneyworld non è distante, ma O’Neal scrive da solo le sue favole: raffina la tecnica, purtroppo non la testa. Inizia a cantare contemporaneamente al suo impegno sportivo, producendo 3 album HipHop con i più grandi produttori del settore. Gira persino un film nel 1995, Kazaam.

Nonostante gli impegni, comunque, Shaq continua a dominare il parquet. E quasi raggiunge il suo primo anello, perdendo soltanto la finale contro quei Rockets incredibili di Hakeem Olajuwoon.

Nel ’96, i Magic scelsero di dare a Penny Hardaway, scelto dallo stesso O’Neal come rookie da prendere, il massimo salariale. Apriti cielo: Shaquille è furioso, medita di lasciare. E preso dall’ennesimo atto di collera, firma istantaneamente per i Lakers di Jerry West. 122 milioni in 7 anni, “appena” 5 in più della sua ex-squadra di cui era leader e punto di riferimento.

Ma è LA, è Phil Jackson, è la possibilità di divertirsi e di giocare. Jackson è allenatore di quella squadra e si prefissa un compito: riuscire a capirlo e farsi rispettare. Big Diesel lo ripaga: gli mette l’anello al dito per tre volte consecutive grazie a quell’odio-amore con Kobe che sarà fulcro meraviglioso di una delle squadre più forti di sempre. Zero affetto tra loro, tantissimo rispetto. Bryant, in ogni caso, continuava a lamentarsi con la stampa per la cattiva etica di lavoro del suo compagno. Che no, non aiutava la squadra.

COI TIRI LIBERI

Vinceva, ma era in ogni modo attaccabile. Anche e soprattutto sui ‘liberi’. Era proprio come Wilt Chamberlain: non riusciva a segnarli con regolarità, mandando i suoi difensori in estasi nel momento dell’Hack&Shaq. Cosa? Ecco, fate attenzione: un giocatore appena aveva la possibilità, faceva fallo su di lui e lo mandava in lunetta. Sempre meglio che dargli un uno contro uno.

“Due maschi alfa non andranno mai d’accordo”, scrisse O’Neal nella sua biografia. Ed era evidente che con Kobe le cose non potessero migliorare. Tant’è: ecco Miami, ecco gli Heat. Una volta a South Beach, Shaq vien giù dal pullman in ciabatte numero 57 e pistola ad acqua: il pubblico in visibilio, sia per la tenuta che per il giovanissimo Dwayne Wade. Con ‘Flash’, in quegli anni partono stagioni particolari, ma anche vincenti. Arrivano subito all’anello, eppure con coach Riley non va sempre tutto alla perfezione.

LAST SHAQ

Il motivo? Pat gli dava allenamenti pesantissimi: era uno molto maniacale con la condizione fisica, ma ciò provocò una rottura insanabile il 6 febbraio del 2007 con la sua stella. Dopo Miami, eccolo ai Phoienix Suns, quindi ai Cleveland Cavaliers dove diventa “the Big Daddy”. Infine, Boston Celtics e ” The Big Shamrock”. Avrebbe voluto un’ultima chance per l’anello, ma le prestazioni non glielo permisero.

La vita oggi però gli continua a sorridere: è tornato a “giocare” nel videogioco di riferimento dell’NBA, nel quale è anche commentatore tecnico e testimonial. Insomma, la carriera da giornalista gli sta riservando tante sorprese. Come quel giorno in cui decise di seguire seriamente un corso per diventare poliziotto a Los Angeles. O quando comprò una Lamborghini Gallardo, modificandola di 30 centimetri perché non c’entrava.

Ah, una volta regalò un furgone nuovo al magazziniere dei Lakers: quindi non è vero che i giganti son tutti cattivi. Son solo un po’ più pigri degli altri.

 

 

Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons