Sara Simeoni ha saltato più in alto dei propri sogni

È stato un anno pazzesco, quel 1968. Anche e soprattutto nello sport, con fatti eclatanti e cambiamenti che squarciarono in due la storia: dalle Olimpiadi di Città del Messico alla vittoria di Tommie Smith e John Carlos, fino ad arrivare a Sara Simeoni. Dieci anni prima? Ebbene sì. Ci perdonerà un istante, Sara, perché solo uno ne occorre per raccontare la storia di quei due statunitensi di colore che salirono sul podio protestando col pugno inguainato di nero. O quella di Dick Fosbury, loro connazionale, che vinse la gara dell’alto con un “salto nel tempo”: aveva ideato un proprio stile personale, scavalcando col dorsale anziché con il ventre. Assurdo per l’epoca.

Quest’impresa fu qualcosa di davvero incredibile, rivoluzionario. E ben presto si diffuse questo nuovo tipo di salto, definito Fosbury Flop: s’inaugurò una nuova era della specialità. In campo femminile, molte atlete riuscirono a migliorare i propri record grazie alla nuova tecnica, le migliori finirono addirittura per cambiarlo in vista del futuro appuntamento Olimpico. Ulrike Meyfarth si fece largo proprio in questo modo: aveva vinto a Monaco di Baviera nel 1972 a soli sedici anni, e poi c’era Sara. La principessa italiana che s’era piazzata al sesto posto. Quella che s’aspettava presto un bacio dalla sorte per diventare la signora delle pedane: a Montreal sfiorò solo la gloria, con un secondo posto pazzesco alle spalle di Rosemarie Ackermann. Un anno dopo, quest’ultima, saltò 2 metri e stabilì a Berlino il record mondiale: fu la prima donna al mondo a superare tale misura, e unica e principale artefice di un ritorno al passato. C’era riuscito con un salto assolutamente tradizionale.

DA QUEL MOMENTO IN POIsimeoni-1

Ecco, da quel momento in poi Sara partì per lidi migliori. Era ormai da tanto tempo che si batteva con Rosemarie, talvolta anche superandola in appuntamenti di poco conto. Insomma, ci credeva: prese lo slancio in ogni modo e obbligò la regina della Pomerania a starsene lì in disparte, mentre l’italiana si costruiva un futuro di pubblico giubilo e un domani nella leggenda italiana.

Il quattro agosto del 1978 non vi era una nuvola, non vi era un filo di vento. Vi era solo Sara, venticinque anni e sogni solo da realizzare. Le lunghe gambe come meta preferita dei suoi sessanta chili, scaricati con una dolcezza da far rabbrividire anche in quella notte d’estate. Un metro e settantotto che s’alza e sorvola l’asticella con fare sornione, 2.01 che vengon via come certezza incredibile di una vita che sta entrando nella leggenda. E poi, quel sorriso: atterrando, Sara realizza e inizia a sorridere del sorriso più bello che ci sia. Batte freneticamente le mani, è record, è storia. È battere ancora la sua amica, ma nemica. Di un solo centimetro, un solo centimetro che ha fatto tutta la differenza di questo mondo. La lunga rincorsa al tetto del mondo era finita: misura dopo misura, Sara Simeoni era diventata la regina indiscussa del salto in alto.
Dulcis in fundo: il titolo europeo eguagliando il primato mondiale. Anche qui: la tedesca staccata di 2 centimetri e un foro nella storia che si farà presto solco inaccessibile.

IL SORPASSO DEFINITIVO

Servirà ancora un po’ di tempo, poi arriverà il sorpasso definitivo: dal Reno, l’oro passa sulle sponde dell’Adige. Olimpiadi, ancora: sono i Giochi di Mosca e siamo nel 1980. Rosemarie è sempre la sua eterna rivale, ma i tempi son cambiati: nell’ultima cavalcata da Valchiria, la tedesca finisce solo quarta. Sara ha un’autostrada di autostima da sfruttare: conquista il podio, e poi sale ancora. Sale fino a vincere, mettendosi al collo l’oro che ha sempre sognato d’indossare.

Una felicità incontenibile, gioia che si riversava nelle piazze italiane. Che ora sì, brulicavano con quel nome in ogni discorso e uno sport finalmente apprezzato e portatore sano d’emozioni. Pensate quindi la felicità, la stessa identica felicità, quando vinse la medaglia d’argento anche a Los Angeles nel 1984, ben quattro anni dopo. L’aveva ottenuta mantenendosi su livelli incredibili, un salto di 2 metri alle spalle del ritorno prorompente della Meyfarth.

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L’ALTRA SARA

In quell’anno, poi, era diventata la carismatica portabandiera azzurra. E lo sapeva, Sara: sapeva che avrebbe, di lì a poco, abbandonato le grandi competizioni e le conseguenti vittorie. Avrebbe partecipato agli Europei di Stoccarda del 1986, vero. Ma non sarebbe stato magico senza quella torcia lassù.

Dai tredici ai trentatré anni, venti stagioni di salti e di sogni. Classe 1953, lascia perché le stagioni che si susseguano sembrano tutte uguali e interminabili, e gli stimoli vengono a mancare: normale, fisiologico processo di chi vede gli anni saltare più in alto di sé. Anche quando sei stata sul tetto del mondo con quello sguardo furbo e la consapevolezza di chi l’ha meritato con tutto il cuore.

E pensare che avrebbe voluto fare la ballerina, la Simeoni. Con tanto di tutù e scarpette bianche: se solo fosse stata poco più alta, se solo non fosse stata scartata a quel provino di danza classica. Tanto male: quel centimetro in allungo s’è fatto centimetro in alto, è stata pur sempre una ricerca continua di superarsi. In uno sport, poi, che davvero è come lo vedi: quel che ottieni, l’ottieni subito. Senza starci troppo a rimuginare.

C’è una storia nella storia, qui. C’è una storia di una ragazza ch’era seria e determinata, che oggi è una donna lontano dai riflettori per sua scelta: dalla principessa d’Italia s’è ritrovata ad essere un piccolo pezzo di un puzzle infinito che è l’olimpo dello sport italiano. C’est la vie, ed è il tempo che inesorabilmente scorre.

Ma la morale c’è, chiaramente: non esiste metodo più efficace di quello del lavoro. E Sara Simeoni è un simbolo di tutto quello, oltre che della sua femminilità: ha segnato un’era diversa e per questo preziosa per il futuro. Con tenacia e caparbietà, con la voglia di non mollare e di tenersi le parti migliori della vita solo per sé. E per quelle milioni di donne che hanno avuto un po’ più di coraggio guardandola in tv.

 

 

 

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