Spyridon Louis, il primo maratoneta olimpionico

E se le cose vanno male? Tu inizia a correre. Ecco: doveva essere più o meno questo il motto di vita di Spiridon Louis, umile pastore montanaro dell’Attica. Che quando c’era da fuggire dai predatori, lui prendeva e partiva. E andava veloce, costante, staccando il mondo e le paure rimaste al palo.

In fondo, tutta la notorietà che ha ‘subito’ – e non guadagnato, o almeno così pensava – gli scorreva addosso come il sudore che sgorgava in una normale e faticosa giornata di lavoro. Non pensava in grande, di certo non pensava di poter essere d’esempio, di poter avere uno stadio intitolato a sé, di ritrovarsi su i libri della ‘scuola sportiva’ più di cento anni dopo.
E invece la vita non va mai come ti aspetti.

Oggi Atene lo venera, gli ha dedicato il villaggio olimpico e lo paragona costantemente a Filippide: il messaggero, sì, colui che portò nella capitale ellenica la notizia della vittoria dei greci ai danni dei Persiani. 42 chilometri e 195 metri per fare la storia, salvo cadere esausto e morente al suolo.

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Era il 12 aprile del 1896, quel giorno, ad Atene. Le prime Olimpiadi moderne ospitavano la gara inaugurale: quella dal carattere storico, dal ritorno dell’eccellenza, dell’immagine storica dei greci. Il ritorno della maratona: mai stata banale corsa, ma sempre sacrificio e perseveranza, nel nome di Filippide.
Alle 15 in punto, un uomo baffuto e con gonnellino bianco arriva allo start. Non aveva dormito per nulla: disse di aver pregato fino a mattino inoltrato. E di aver pattuito con gli dei la certezza di poter arrivare quantomeno al traguardo.

Dodici alla partenza, con l’australiano Blacke favorito, assieme al Francese Lermusiaux. Ma Spiridon c’è: non ha la presunzione di poter vincere, però ci spera. E dopo una partenza al rilento, al trentesimo chilometro stacca il resto del gruppo. Chi se l’aspettava. Nemmeno lui: anche perché leggenda vuole che preso dallo sconforto e dalla stanchezza, si rifugiò in una bettola lungo il percorso per bere del vino con amici e conoscenti arrivati dall’Attica per seguirlo.

Blacke crolla davanti ad Ampelokipi, finendo la corsa in ambulanza; Louis invece prende il volo ed entra nello stadio: trionfante, felice, incredulo. Il sole l’ha cotto a punti, quel gonnellino da bianco è passato a grigio: re Giorgio I di Grecia è raggiante, esulta ed agita il berretto. È vittoria. E pure 25mila dracme, una fortuna infinita con la quale comprò una fattoria: “Campo di Maratona”, la intitolò. Entrando nei cuori e nelle menti di tutti.

 

 

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  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Wikimedia 
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia