La vera forza di Totti è sempre stata quella di restare ‘Francesco’

C’è un momento preciso in cui Totti s’è incastrato in Francesco, un istante in cui avrebbe tanto voluto indossare una maschera. Ma non ce l’ha fatta. Che novità, sai? Era il suo 40esimo compleanno, avrebbe voluto dedicare la vittoria ai suoi figli, alla sua vita, alla sua carriera. Era la prima in trasferta della sua ultima stagione: a Torino, nonostante l’ingresso in campo nella ripresa, il capitano non riesce ad evitare la sconfitta. Sì, fa gol: è anche la sua rete numero 250, va pure a meno 24 dal record di Piola. Quello imbattibile e imbattuto.

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Ecco, in quel momento c’è tutto Francesco: dovrebbe essere felice, nonostante la sconfitta. Ha raggiunto un traguardo che nessuno della sua generazione, e di quelle precedenti e di quelle a venire, ha mai raggiunto. Ha ancora una volta legittimato lo scettro dei migliori di sempre italiani. Ma nulla, il sorriso non esiste: la Roma ha perso, lui è triste. Un connubio inscindibile dopo più di vent’anni, dopo vagonate di gol. Dopo che tanti dei suoi coetanei hanno già abbracciato un futuro da giacca e cravatta, da campo e tuta. Lui, a Torino, partito dalla panchina, non si gode i suoi 40 anni perché la sua squadra ha perso.

“Ma Francesco è un uomo programmato per giocare a calcio”, diceva Mazzone. E nella migliore accezione possibile: che è uno che lotta, si fa forza, piange quando c’è da piangere e gode quando c’è da godere. Totti è l’uomo dei lampi di genio, delle giocate pazzesche, delle marcature tirate fuori dal cilindro più bello. E in tutto questo restare Francesco Totti da Porta Metronia.

Questa però è un’altra storia: una di quelle che il lieto fine l’hanno costruito a fatica, perché si doveva, perché forzato. Lo zero di quel 40 si sostituisce con un 1 che vale tantissimo: un nuovo lavoro innanzitutto. Ma la stessa passione. Perché la più grande dote di Totti è quella d’esser rimasto Francesco. Nonostante tutto e tutti, i riflettori e l’aura da gladiatore. E quando vien primavera, il gelato all’ombra del Colosseo.

IL DEBUTTOtotti-93

“E ora che si fa?”.  “Mister, fai entrare il ragazzino”. E tutto nacque così, per caso. In scena ogni volta in teatri di fortuna, come quel ‘Rigamonti’ di ventiquattro anni fa. Il Brescia e i bresciani non ci speravano più di tanto, non più ormai: troppo forte quella Roma. E troppa differenza in mezzo al campo. Resa palese poi dal doppio schiaffo giallorosso: in soli quattro minuti Caniggia e Mihajlovic avevano già chiuso i conti, scherzato con la difesa avversaria. Fatto a brandelli gli ultimi attacchi dei lombardi. E poi è il minuto 86: cosa vuoi che accada al minuto 86 di una partita già scritta e preda degli almanacchi?

“Mister, fai entrare il ragazzino”. La voce si fa un po’ più forte: è Mihajlovic e si sta rivolgendo a Boskov. Lo fa con una frase che diventerà leggenda, proprio come quel piccolo uomo di 16 anni. Che nel frattempo resta lì, a scaldarsi, a pregustare il sogno. A mantenere fisso lo sguardo sulla partita: essere già lì, per lui, era come vincere lo scudetto, come sollevare la Coppa del Mondo.  “Vieni, ragazzo”. È il minuto 86, ma il tempo si ferma: va fuori Rizzitelli, entra Totti. E il 28 marzo del 1993, la Serie A conosce il suo secondo miglior marcatore di sempre. Un ragazzino stracolmo di talento che debutta per la squadra per cui ha sempre tifato, gioito e pianto ed esultato.

QUEL GIORNO IN BLUCERCHIATO

Una storia che s’annunciava pazzesca già di suo. Che però ha rischiato di interrompersi sul più bello: nel febbraio del 1997 Totti finì in una trattativa con la Samp, sebbene in prestito. Aveva solo 21 anni, il talento doveva sbocciare in qualche modo: con Bianchi, l’allenatore dell’epoca, le cose non andavano alla perfezione. Tant’è: l’allenatore argentino avallò la cessione a titolo temporaneo alla Sampdoria di Eriksson.

Francesco era combattuto: a Roma lavorava anche Spinosi, l’ex allenatore della Primavera, un padre come Carletto Mazzone. Mancavano solo le firme, poi arrivò il Trofeo Città di Roma. Ecco, Totti voleva salutare come doveva, come poteva: ma quei due gol al Borussia e all’Ajax gli chiusero le porte della cessione. Il ragazzo resta a Roma, a casa sua. Perché le questioni possono scomparire davanti ad un talento così.

Né il Milan, né il Real Madrid: tanti soldi e tanti successi svaniti nel sogno di essere la leggenda della propria città, di essere per sempre Checco.

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LO SCUDETTO

17 giugno 2001. Totti corre, corre all’impazzata: direzione Curva Sud, ha appena segnato il gol che ha sbloccato la partita contro il Parma. Un gol che vale il terzo scudetto della storia romanista. Urla, sbraita, ama follemente. “È vostro”, si rivolge ai tifosi: Batistuta e Montella poi completano l’opera di Capello, abbracciando idealmente gli sforzi del Presidente Sensi. Una cavalcata pazzesca, meritata, che racchiude in sé vent’anni d’attesa. E gli insegnamenti di Zeman, la pazienza di Mazzone, il talento di Totti. Che sì, finalmente divenne quello che aveva sempre sognato: il vero Re di Roma.

IL MONDIALE

Fine giugno del 2006: e pensare che stava per mollare. Certo, sarebbe stato difficile, l’infortunio alla caviglia in una trasferta a Empoli aveva condizionato l’annata più importante: quella che l’avrebbe portato al Mondiale, stavolta da protagonista. Solo pochi mesi prima il suo intero avvenire sembrava a rischio. Il 26 giugno del 2006, però, è il 93esimo minuto di Italia-Australia. Totti si presenta sul dischetto per la trasformazione che potrebbe valere l’accesso ai quarti di finale.

In testa è tutto un susseguirsi di immagini: quel sole accecante di Empoli, il dolore, la riabilitazione, Lippi in ospedale che gli promette d’aspettarlo, la vittoria col Ghana e quella con la Repubblica Ceca. Poi la sofferenza e la maglia nera di Schwarzer, l’unico rimasto davanti a lui. No, stavolta niente cucchiaio: destro potente ad incrociare, il portiere può solo sfiorare. Italia ai quarti, Italia in semifinale, Italia che si gioca tutto con la Francia. Italia che torna a Roma, nella sua Roma: Francesco che alza il trofeo più ambito al Circo Massimo e la vita che gli sorride con tutti i denti di cui dispone.

I RECORD

La stagione successiva al Mondiale 2006 fu un’imperitura consacrazione: Totti seppe reinventarsi anche come goleador. Era il primo anno di Spalletti, il passaggio consequenziale da trequartista a bomber: 26 gol il bottino finale, gli altri cannonieri della Serie A guardati solo dall’alto al basso. E soprattutto: la Scarpa d’Oro a livello europeo. Il primo di tanti, tantissimi record. Dai 306 gol in 763 partite, alle 9 reti in 58 gare con la Nazionale. Infine, 25 stagioni di A e 250 gol in 605 presenze. Ah, come se non bastasse: ha anche il gol più longevo in Champions League, quello realizzato al CSKA Mosca il 25 novembre del 2014.

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L’ULTIMO SI’

Numeri impressionanti, sì. Ma mai intensi quanto l’amore che ha continuato a provare per la Roma: nell’aprile del 2016, i giallorossi sono in piena corsa per un posto in Europa e van sotto all’Olimpico, ancora contro il Torino. A 5′ dalla fine Spalletti decide di dare una chance al Capitano: era sempre stato in panchina, o quasi, fino a quel momento. Il boato dello stadio quasi fa presagire la magia: gli bastano difatti 120 secondi, la partita è completamente ribaltata. Fu una serata pazzesca, l’ultimo sì che riuscì a strappare a se stesso e ancor più al Presidente Pallotta: quel rinnovo fu sudato fino all’ultimo centesimo.

La vittoria più bella? Il rientro nelle gerarchie di Spalletti: nei match successivi fu determinante per la rincorsa europea, arrivata e conquistata anche grazie alle sue prodezze.

L’ADDIO

Non ci sono parole per spiegarlo. Ci sono le immagini, le lacrime, i brividi. E c’è la sua lettera, quella dedicata alla Roma e ai romanisti. Che inizia così: “Grazie Roma, grazie a mamma e papà, grazie a mio fratello, ai miei parenti, ai miei amici. Grazie a mia moglie e ai miei tre figli”.

E grazie a Francesco, diventato Totti in un pomeriggio di novembre e rimasto Checco per sempre. Non era facile, non era scontato. È stato bellissimo davanti a sessantamila cuori che non volevano lasciare lo Stadio Olimpico: è che sarebbe finito tutto lì, in quel momento. E andare avanti non avrebbe avuto più senso.

Giacca, cravatta ma lo stesso sorriso sornione di sempre: oggi Totti è il ‘tuttoapparire’ della Roma. Una leggenda che, nonostante tutto, non ammainerà mai la sua bandiera. Troppo forte il legame, troppo belle le emozioni prodotte. Che resteranno parte di tutti finché il calcio saprà sopravvivere.

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Tutte le foto utilizzate sono con licenza Creative Commons

  • L’immagine di copertina è stata originariamente pubblicata su Flickr da romazone 
  1. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Wikimedia da Presidenza della Repubblica
  2. Questa immagine è stata originariamente pubblicata su Flickr da romazone